Evitare se stessi

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«D’un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda con solo mio; perché se è vero che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità – è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell’arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate, per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di quanto accade.

Ricordando Alvaro Mutis

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Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Perché l’unica possibile poesia

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di Christian Raimo Amore mio padrone, per chi sono queste quattro case perquisite ed una pecora ululante ed un questore che ti dice che “non è demagogia”, che “anche lui è un essere umano”? E allora chiedo: com’è fatto quest’umano, come è fatto? Ha forse un’ernia di un chilo sopra il cazzo? È un ex […]

The goldlandbergs by Emanuel Gat

The Goldlandbergs Emanuel gat Dance

L’altroieri è iniziato a Roma uno dei più importanti appuntamenti che esistono ancora in questa città culturalmente desertificata, il Romaeuropafestival: un festival di teatro e arti varie. Proveremo a fare delle specie di recensioni in versi degli spettacoli. Questa è la prima, sul balletto “Goldlandbergs” del coreografo israeliano Emanuel Gat. di Christian Raimo Ho avuto […]

Autofocus

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di Christian Raimo Parliamo del novantasei. Io ero uno studente fuoricorso di pedagogia, e alle mattine mentre i miei si dissolvevano nel mondo del lavoro, mia sorella una bimba che va a scuola (scriveva “chiuso per furie” sulla porta della classe e poi sbraitava in coro), – solo in casa – mi svegliava una voce […]

L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser

GianColombo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

Prima che ci fossi

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di Christian Raimo Andare laggiu’, nell’Italia degli anni ’70, (…i capelli stopposi che non mettono il balsamo, quelle facce che non usano creme sul viso…), tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM, (tutte perfettamente in stampatello, da bimbi), tra i megafoni che irruvidiscono le voci, o tra le macchine che agli incroci […]

Ricordando Carver

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Venticinque anni fa moriva Raymond Carver. Vogliamo ricordarlo pubblicando una poesia tratta dalla raccolta Orientarsi con le stelle.

di Raymond Carver

Sempre alla ricerca del meglio

Ora che sarai fuori per cinque giorni,
fumerò tutte le sigarette che vorrò,
dove vorrò. Farò i biscotti e me li mangerò
con marmellata e grasso di pancetta. Poltrirò. Mi concederò
di tutto. Passeggerò sulla spiaggia se ne avrò
voglia. E ne ho voglia, da solo

Il minuto di silenzio

StefanoGraziani Mare

Cade quasi ogni anno, ormai. Puntuale nel suo completo nero.

Durante il liceo ne vissi solamente uno: nel parcheggio di un parco cittadino un ragazzo di vent’anni aveva sparato alla sua ex e poi si era suicidato. La professoressa di storia e filosofia pretese il minuto di silenzio, anche se il Comune non lo aveva imposto agli istituti scolastici. Lo gestimmo da soli, in classe. Lo ricordo, ma non ricordo cosa pensai durante quel minuto. Credo niente. Sapevo già che non bisogna uccidere; che bisogna rispettare le scelte degli altri anche quando ci feriscono; che bisogna riuscire a sopportare questi dolori senza renderli immensi. «Che l’amore non è possesso», come disse l’ingegnere con la faccia da Romano Prodi che ci insegnava religione. Lo presi come un minuto di raccoglimento laico in ricordo di due persone che non avevo conosciuto.

La mancata correzione tra fratelli

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di Christian Raimo

Mi spingerò oltre, lo sai.
Stesa, farmacologizzata, ma non puoi dire ora
che non è capitato.
La pelle sono le piastrelle in balcone
(L’erba non spacca nulla ma prova
a bruciarne il passato. Il fiato ti manca:
come la volta che sentito piangere tuo padre
dal muro oltre la stanza, e non ti sei più alzato.)