Il garantismo deturpato

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Alessandro Mazzarelli

In politica succede che le parole d’ordine di uno schieramento politico possano cambiare partito, che venga raccolta una bandiera lasciata cadere da altri per issarla sul proprio campo. Basti pensare a parole come libertà, merito, sicurezza.

Per quanto riguarda il garantismo accade una storia ancora diversa, come ci racconta Dario Ippolito nel prologo fulminante del suo Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso, accompagnata da aggettivi sprezzanti, garantismo peloso, garantismo d’accatto, garantismo ipocrita, garantismo eccessivo;sorge il sospetto in chi l’ascolta che sia un modo per salvare il politico di turno, il trucco di chi ha soldi, e bravi avvocati, per sfuggire alla legge.

Antigone e gli scrittori dégagé

hotspur

Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Chiedi alla polvere

isochimica

Gli sguardi dei periti dell’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università Sacro Cuore di Roma rappresentavano la paura. Era il 19 marzo del 1985 quando si fermarono davanti a una nube di polvere d’amianto, dopo aver varcato la soglia dello stabilimento Isochimica, situato nel quartiere Borgo Ferrovia ad Avellino. Da circa tre anni operai, poco più che maggiorenni, raschiavano a mani nude con mascherine di carta sulla bocca la varietà più pericolosa del minerale, il tipo crocidolite, dalle carrozze dei treni delle Ferrovie dello Stato. Le fibre di crocidolite, aghiformi, sono in grado di penetrare a fondo nei tessuti, dove rimangono per tutta la vita, provocando alterazioni irreversibili.

Già nel 1985 Carlo, Nicola, Antonio, Francesco e il gruppo di operai consapevoli avevano iniziato una lotta senza ritorno, che significa ampliare il bagaglio del proprio sapere. Sapevano quel che chiesero di certificare, in un clima generale di omertà che attanagliava la città, ai tecnici del Sacro Cuore: «Quanto abbiamo potuto constatare di persona in fabbrica ci permette già di affermare che non esistono sufficienti condizioni di tutela della salute occupazionale dei lavoratori».

Le ramificazioni del caso Regeni

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di Giuseppe Acconcia

Ci ha pensato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi a scaricare tutte le responsabilità sui media locali in merito alla ricerca della verità sulla tragica morte di Giulio Regeni. «I media hanno diffuso menzogne sul caso e hanno creato un problema», ha dichiarato al-Sisi. Di sicuro questa è una prima ammissione delle bugie e dei depistaggi diffusi a profusione dai media egiziani e con i quali i media italiani hanno fatto i conti negli ultimi mesi.

Eppure non dobbiamo mai dimenticare che gli stralci di prove e le inchieste pubblicati tra gli altri da Masry al-Youm e Akbar al-Youm riportavano spesso fonti della procura e del ministero dell’Interno egiziano. Quindi accusando i media al-Sisi accusa sé stesso e l’intero sistema del regime militare che ha fatto quadrato intorno al suo capo per giustificare qualsiasi malefatta del regime spesso senza neppure che il presidente si sia mobilitato per chiederlo.

Lettera aperta a un giornale della sera sul 25 aprile

montesole

Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

Buon 25 aprile, festa della liberazione

01-00074537000064 - 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE - SECONDA GUERRA MONDIALE - CANTO FESTOSO DI UN GRUPPO DI PARTIGIANE FIORENTINE DOPO LA LIBERZIONE DELLA CITTA' .

La redazione di minima&moralia augura a tutti un buon 25 aprile, festa della liberazione.
Nella foto, un gruppo di partigiane a Firenze, il 25 aprile 1945.

“I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Da oltre vent’anni Eugenio Scalfari si confronta pubblicamente con l’Io. In saggi, romanzi, articoli, ha più volte indagato la via per conoscere l’Io e sottrarsi al suo dominio. Ma poiché quella via è possibile solo nei casi in cui l’individuo riesca a liberarsi della memoria con cui presume di controllare se stesso e il mondo, è evidente che Scalfari non riuscirà mai in quello sforzo titanico di cui ha esplorato la teoria.

A novantadue anni, infatti, mentre, come dice lui, lotta contro l’anagrafe, la sua memoria è prodigiosa. Benché ripeta che “come a tutti i vecchi a me capita di ricordare benissimo fatti lontani ma non quelli più vicini”, in tre ore e mezza di chiacchiere, divagando sulla ripubblicazione del suo primo romanzo (Il labirinto, Einaudi, pp. 241, euro 19) e tutto quello che si porta appresso, Scalfari mi sconcerta con racconti dettagliatissimi, dalle memorie più lontane a quelle più vicine.

Una guerra non santa

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti (fonte immagine).

È il 27 marzo 2010. Abraham B. Yehoshua ha appena terminato il suo discorso all’Auditorium di Roma in occasione di «Libri Come», quando un manipolo di contestatori inizia a gridare una serie di slogan filo-palestinesi:«free, free Gaza!»,«boycott Israel!». Lo scrittore non si lascia intimorire, anzi, si avvicina tranquillamente con mano tesa e sguardo aperto, e spiazza i militanti dicendo: «Why boycott? Change Israel!»; e si dichiara d’accordo con Abu Mazen sulla teoria dei due stati, e sull’ipotesi di Gerusalemme divisa in due, capitale di entrambi.

È lo stesso atteggiamento felicemente pragmatico dimostrato durante la conferenza appena conclusa, nella quale ha dichiarato (citando Gershom Sholem) che il Sionismo ha riportato il popolo ebraico dalla mitologia nella storia, specificando che la mitologia non può essere cambiata, ma soltanto interpretata,e che la storia, viceversa, ci aiuta a cambiare.

Lo sport a rischio dismissione: il caso della Palestra Popolare di San Lorenzo, a Roma

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Questo articolo è uscito sul Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Samir Hassan

Nel novembre del 2006 a Güines, poco più di 30km a sud de L’Avana, la folla del piccolo pueblo cubano si era radunata nella piazza centrale vicina al Parque 9 de abril, tra Calle Valdés e San Julian. Sul ring approntato nel centro della piazza si sfidarono, sull’allora distanza olimpica di 4 round da 2 minuti, due giovani pugili.

Uno di questi, poco più che ventenne, indossava la canotta della Boxe Roma San Lorenzo. Perse il match, ma fu una sconfitta formale, pressoché indolore. Per la prima volta un atleta di una palestra popolare aveva combattuto a Cuba, patria della migliore e indiscussa tradizione pugilistica mondiale; e questo fatto era di per sé una vittoria, che il giovane sentiva sua proprio come la sentiva l’intera comunità della Palestra Popolare.

Occupy République

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Démocracie, t’es où? Lo striscione è attaccato a una delle statue al centro di place de la République. Sul basamento sono deposti i ricordi per i morti negli attentati di qualche mese fa: candele, fotografie, parole, fiori, magliette, qualche bandiera della Francia. Ha appena finito di piovere, e a Parigi l’aria è fredda. La domanda — Democrazia, dove sei? — non è affatto banale; e non è banale nemmeno che sullo striscione vi sia una domanda, così semplice e insieme disperata.

Sono le dieci di sera del 9 aprile 2016 — o meglio del 40 marzo, secondo il conto tenuto dai manifestanti della Nuit debout. La traduzione più adeguata del nome è “notte in piedi”: dove debout mantiene la stessa ambiguità semantica dell’italiano, perché indica anche l’essersi alzati dal letto. Dunque una condizione di veglia, di occhi bene aperti.