Lettera aperta a un giornale della sera sul 25 aprile

montesole

Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

Buon 25 aprile, festa della liberazione

01-00074537000064 - 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE - SECONDA GUERRA MONDIALE - CANTO FESTOSO DI UN GRUPPO DI PARTIGIANE FIORENTINE DOPO LA LIBERZIONE DELLA CITTA' .

La redazione di minima&moralia augura a tutti un buon 25 aprile, festa della liberazione.
Nella foto, un gruppo di partigiane a Firenze, il 25 aprile 1945.

“I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Da oltre vent’anni Eugenio Scalfari si confronta pubblicamente con l’Io. In saggi, romanzi, articoli, ha più volte indagato la via per conoscere l’Io e sottrarsi al suo dominio. Ma poiché quella via è possibile solo nei casi in cui l’individuo riesca a liberarsi della memoria con cui presume di controllare se stesso e il mondo, è evidente che Scalfari non riuscirà mai in quello sforzo titanico di cui ha esplorato la teoria.

A novantadue anni, infatti, mentre, come dice lui, lotta contro l’anagrafe, la sua memoria è prodigiosa. Benché ripeta che “come a tutti i vecchi a me capita di ricordare benissimo fatti lontani ma non quelli più vicini”, in tre ore e mezza di chiacchiere, divagando sulla ripubblicazione del suo primo romanzo (Il labirinto, Einaudi, pp. 241, euro 19) e tutto quello che si porta appresso, Scalfari mi sconcerta con racconti dettagliatissimi, dalle memorie più lontane a quelle più vicine.

Una guerra non santa

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti (fonte immagine).

È il 27 marzo 2010. Abraham B. Yehoshua ha appena terminato il suo discorso all’Auditorium di Roma in occasione di «Libri Come», quando un manipolo di contestatori inizia a gridare una serie di slogan filo-palestinesi:«free, free Gaza!»,«boycott Israel!». Lo scrittore non si lascia intimorire, anzi, si avvicina tranquillamente con mano tesa e sguardo aperto, e spiazza i militanti dicendo: «Why boycott? Change Israel!»; e si dichiara d’accordo con Abu Mazen sulla teoria dei due stati, e sull’ipotesi di Gerusalemme divisa in due, capitale di entrambi.

È lo stesso atteggiamento felicemente pragmatico dimostrato durante la conferenza appena conclusa, nella quale ha dichiarato (citando Gershom Sholem) che il Sionismo ha riportato il popolo ebraico dalla mitologia nella storia, specificando che la mitologia non può essere cambiata, ma soltanto interpretata,e che la storia, viceversa, ci aiuta a cambiare.

Lo sport a rischio dismissione: il caso della Palestra Popolare di San Lorenzo, a Roma

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Questo articolo è uscito sul Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Samir Hassan

Nel novembre del 2006 a Güines, poco più di 30km a sud de L’Avana, la folla del piccolo pueblo cubano si era radunata nella piazza centrale vicina al Parque 9 de abril, tra Calle Valdés e San Julian. Sul ring approntato nel centro della piazza si sfidarono, sull’allora distanza olimpica di 4 round da 2 minuti, due giovani pugili.

Uno di questi, poco più che ventenne, indossava la canotta della Boxe Roma San Lorenzo. Perse il match, ma fu una sconfitta formale, pressoché indolore. Per la prima volta un atleta di una palestra popolare aveva combattuto a Cuba, patria della migliore e indiscussa tradizione pugilistica mondiale; e questo fatto era di per sé una vittoria, che il giovane sentiva sua proprio come la sentiva l’intera comunità della Palestra Popolare.

Occupy République

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Démocracie, t’es où? Lo striscione è attaccato a una delle statue al centro di place de la République. Sul basamento sono deposti i ricordi per i morti negli attentati di qualche mese fa: candele, fotografie, parole, fiori, magliette, qualche bandiera della Francia. Ha appena finito di piovere, e a Parigi l’aria è fredda. La domanda — Democrazia, dove sei? — non è affatto banale; e non è banale nemmeno che sullo striscione vi sia una domanda, così semplice e insieme disperata.

Sono le dieci di sera del 9 aprile 2016 — o meglio del 40 marzo, secondo il conto tenuto dai manifestanti della Nuit debout. La traduzione più adeguata del nome è “notte in piedi”: dove debout mantiene la stessa ambiguità semantica dell’italiano, perché indica anche l’essersi alzati dal letto. Dunque una condizione di veglia, di occhi bene aperti.

Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia

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Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

La sinistra italiana e Israele

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe

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Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Rock oltre cortina, dalla scorsa settimana in libreria, ringraziando l’autore e l’editore.

di Alessandro Pomponi

Poche formazioni incarnano l’essenza della nostra storia come i Plastic People Of The Universe: tutta la ribellione di una generazione, il sogno di un’indipendenza artistica ed estetica e, insieme, la parabola della repressione da parte dell’autoritarismo. Senza storie come la loro, indubbiamente questo libro non avrebbe avuto senso.

I Plastic People — nome mutuato dal brano di Frank Zappa contenuto in Absolutley Free — si formano nell’ottobre del 1968, in un momento dunque drammatico per la storia del loro Paese; solo poche settimane prima, le truppe del Patto di Varsavia hanno invaso la Cecoslovacchia ponendo termine alla Primavera di Praga e al sogno del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček. Volendo, i nomi dei componenti principali del gruppo potrebbero essere ricordati, ma in realtà i Plastic People non erano una formazione rock nel senso tradizionale del termine, essendo di fatto più vicini a quella che negli anni Sessanta in California si sarebbe chiamata una “comune”.

La cultura della differenza come scusa per l’indifferenza

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica C’è stato un tempo in cui la cultura era uno strumento di emancipazione e di trasformazione sociale. Giuseppe Di Vittorio a quindici anni era ancora analfabeta. Quando capì che guidare una lega bracciantile in quelle condizioni significava brandire un’arma senza punta, si procurò un vocabolario. Oggi, possedere una cultura […]