Le belle bandiere e la sinistra senza trattino

Pubblichiamo un intervento di Ilda Curti, assessore della città di Torino dal 2006, collaboratrice della rivista Gli Stati Generali e membro della Direzione nazionale del Partito democratico. È ricercatrice associata dell’Università di Aix-en-Provence (Nella foto, migranti a Torino: fonte immagine).

di Ilda Curti

Sono una donna di sinistra. Qualsiasi cosa voglia dire oggi, mi riconosco nelle bandiere, nelle parole, nelle scelte di campo. Nelle canzoni, nei simboli, nella storia. Nell’essere partigiana.

Sono una potenziale elettrice e una potenziale militante di tutto quello che sta a sinistra del PD attuale. Tuttavia mi interrogo – e interrogo – sul perché appartengo alla minoranza di sinistra dentro il PD e provo un senso di stanchezza appena lambisco le belle bandiere sventolate da quella sinistra al di fuori – che pure sono le mie – e per le occasioni sprecate che stanno dietro a quelle belle bandiere.

Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa

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Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo. Intervista a Luciano Gallino

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Luciano Gallino, tra i più autorevoli sociologi italiani, è morto ieri, 8 novembre 2015, a Torino. Lo ricordiamo con un’intervista apparsa nello speciale “Democrazia al lavoro”, a cura de il manifesto e di Sbilanciamoci.info, in occasione dello sciopero generale della Fiom dell’11 febbraio 2012 (fonte immagine).

Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?

La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento.

La Birmania pronta a scegliere il suo futuro

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Questo pezzo è uscito sull’Unità. Ringraziamo l’autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

La truffa della società egualitaria

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Antonio Pascale

Sono a un convegno e sto guardando in aria. Non che mi annoi, anzi. Si dovrebbe discutere di letteratura ma il discorso è virato sul capitalismo e sul mercato. Molti – e anche atei – citano Papa Francesco e la sua enciclica, e vengono fuori spesso e un po’ a raffica le seguenti parole: corruzione, egoismo. Di contro, a mo’ di mantra protettivo: etica e beni comuni.

Il racconto di solidarietà dei migranti a Benevento

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di Clemente Lepore

Ci sono foto che descrivono la realtà più di mille parole. Nel nostro immaginario Messico ’68 vuol dire il pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos; le proteste di piazza Tienanmen le ricordiamo come l’orgoglio e il (vano) coraggio di un uomo dinanzi all’arroganza del potere; la fame per noi ha le sembianze scheletriche di una bambina sudanese, guardata a vista da un avvoltoio in attesa del pasto; la guerra in Vietnam è il pianto e la nudità di Phan Thi Kim Phuc.

La fotografia sancisce l’ineluttabilità dei fatti. È testimonianza e documento, anche in un’epoca in cui – tra selfie, socializzazione del privato e tirannia del ricordo – sovrabbondanza e velocità rischiano di depauperarne la forza.

Ius soli, i nuovi italiani nascono a scuola e i bocciati non vanno esclusi

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Questo pezzo è uscito sul Corriere.it

Al di là di ogni opinione culturale e politica, per gli insegnanti italiani il passaggio alla Camera della legge riguardante la regolamentazione del diritto di cittadinanza per i minori nati o residenti nel nostro Paese è un buon passo in avanti, che si attendeva da anni. Il motivo è presto detto. Chi frequenta quotidianamente le aule delle nostre scuole, in particolare della primaria e secondaria di primo grado, vive infatti sulla propria pelle la situazione reale della maggior parte di esse: molte accolgono allievi e allieve nati in Italia o arrivati da qualche tempo; ma la loro condizione continua ad essere, in base alle norme stabilite dallo ius sanguinis attualmente vigente, quella di soggetti non meglio identificati, di studenti sospesi in un limbo determinato (almeno sino alla maggiore età) dal luogo di nascita dei propri genitori, con tutte le conseguenze del caso in termini non soltanto di riconoscimento dei propri diritti, ma anche dei loro doveri di cittadini nel prossimo futuro.

Erri De Luca è stato assolto

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«Il fatto non sussiste». Il tribunale di Torino ha così assolto Erri De Luca, accusato di istigazione al sabotaggio. La richiesta del pubblico ministero era di otto mesi di reclusione. Nel settembre 2013 lo scrittore aveva rivendicato l’azione di sabotaggio verso la costruzione del TAV in val di Susa, dichiarando all’Huffington Post: «la TAV va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti».

«Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua». Questa è stata la dichiarazione spontanea letta da Erri De Luca all’inizio dell’udienza.

Il processo contro De Luca era iniziato il 28 gennaio 2015. Oggi ripubblichiamo un’intervista rilasciata da De Luca a Gabriele Santoro nei primissimi giorni del dibattimento.

di Gabriele Santoro

«(…) Intanto riesci sempre a farmi sorridere. Il tuo mancato arresto dopo la battuta sui sospetti che stanno nei comitati centrali dimostra un po’ di inefficienza nell’apparato di polizia. È abbastanza normale stare in prigione nei regimi dispotici per reati di pensiero e di opinione. È ben più strano e amaro il carcere per gli stessi reati sotto le belle luci della ribalta democratica», scrisse qualche anno fa Erri De Luca all’amico fraterno, poeta bosniaco Izet Sarajlić.

La straordinaria storia degli Arctic 30

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Nel settembre 2013 un gruppo di attivisti di Greenpeace venne incarcerato dalle autorità russe in seguito a una protesta pacifica tentata verso una piattaforma petrolifera della Gazprom, nel mar Glaciale artico. La vicenda – l’arresto, la prigionia, la prospettiva di una condanna a 15 anni di galera – è stata raccontata dal giornalista inglese Ben Stewart nel libro Non fidarti. Non temere. Non pregare, pubblicato in Italia da e/o. Di seguito ospitiamo la prefazione di Paul McCartney al libro, ringraziando l’editore.

di Paul McCartney

1968. Un anno memorabile. Le folle riempivano le strade, la rivoluzione era nell’aria, uscì il nostro White Album e la foto forse più significativa di tutti i tempi fu scattata da un astronauta di nome William Anders. Era la vigilia di Natale. Anders, il suo ufficiale di rotta Jim Lovell e il comandante della missione Frank Borman avevano appena circumnavigato la Luna per la prima volta nella storia dell’umanità. Fu allora che, da dietro il piccolo finestrino della navicella spaziale Apollo 8, i loro sguardi caddero su qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente bello e fragile. «Oh, mio Dio» gridò Anders. «Guardate che spettacolo, laggiù! La Terra sta sorgendo. Wow, è bellissimo!».

Viaggio nel protettorato di Grecia

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

«Il compromesso che abbiamo raggiunto con la Grecia è duro per Atene. È il risultato della loro “Primavera Greca”». Così scrisse in un tweet, all’alba del 13 luglio scorso, dopo la famosa notte di trattative che portarono alla firma del memorandum, il ministro delle finanze slovacco Peter Kažimír. Gli analisti più neutrali sottolinearono che l’ironia della storia si perdeva nel sarcasmo degli epigoni. In rete le reazioni sconcertate spinsero Kažimír, socialdemocratico nato a giugno del 1968, due mesi scarsi prima che i carri armati russi stroncassero la “Primavera di Praga”, a tornare sui suoi passi. Rimosse il tweet e non se ne parlò più. Ma certo aveva ragione, Kažimír. La “Primavera greca” è finita nella notte fra il 12 e il 13 luglio. E chi non voleva crederci ha dovuto fare i conti con l’autunno che, dopo il terzo voto in un anno, ha decretato la fine di ogni illusione. «Abbiamo votato come per risolvere una faccenda interna, un po’ per metterci d’accordo e non litigare più. Ma cosa vuoi che importi fuori di qui?» Mary, artista ateniese, lo dice in uno di questi pomeriggi in cui su Atene pioggia e vento freddo hanno strappato il velo di un’estate che aveva fisicamente nascosto l’epilogo di una speranza. «Sono andata a votare, sì, ma sono passati secoli da gennaio quando pareva che ogni cosa potesse cambiare». Nella città che fino a pochi mesi fa ribolliva di discussioni politiche, zeppa di osservatori stranieri, il fervore ha cambiato radicalmente segno. «Sono rimasti gli artisti stranieri. Chiamano Atene, senza ironia, “la nuova Berlino”. Forse ricominceremo da lì, dall’arte».