E finiamola con questa retorica del merito

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Ripubblichiamo un pezzo di Bruno Trentin intitolato A proposito del merito uscito sull’Unità nel 2006, e segnalatoci da Francesca Coin che ringraziamo. di Bruno Trentin La meritocrazia come criterio di selezione degli individui al lavoro ritorna alla moda nel linguaggio della sinistra e del centrosinistra, dopo il 1989; ma prima ancora con la scoperta fatta […]

Oltre Barbara Spinelli

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di Christian Raimo L’anno scorso, dopo la decisione di Barbara Spinelli di non rinunciare al suo seggio al Parlamento Europeo come aveva promesso in campagna elettorale, avevo scritto un post molto duro, che iniziava così: “Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la […]

Un tempo conosciuto come Quit the Doner

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Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire. Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.
Come ti chiami?
Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.
E fin ora come ti hanno chiamato?
Quit , Quit the doner, Doner, o KKASSTA.

Expo e le macerie nello specchio della sinistra

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di Monica Pepe

L’espressione “violenze al limite dell’autolesionismo” utilizzata da Luca Fazio sul Manifesto, all’indomani del corteo No Expo di sabato scorso ha tracciato meglio di altre quanto accaduto. Grazie a queste violenze il modello Expo ha vinto il primo round della digeribilità e della simpatia e ricompattato un’opinione pubblica ormai agonizzante. “Mi dispiace per quei ragazzi che hanno un concetto distorto della libertà” ha detto in maniera autentica una giovane donna di Milano mentre il giorno dopo ripuliva strade e muri. Ciononostante sin dal lunedì successivo, la forza del ragionamento è ripresa grazie a persone come Pietro del Soldà che a “Tutta la città ne parla” su Radio3 ha fatto parlare molte voci contrarie all’Expo. Una, interessante, chiedeva come mai i milanesi non sono scesi in piazza quando sono scoppiati in fila indiana scandali e tangenti.

Elogio della disobbedienza civile

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Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell’Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal “trentennio berlusconiano” alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro

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Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale – che ringraziamo – e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell’Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto, Concita De Gregorio, che dell’Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo.

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di Christian Raimo Dopo aver assistito, con un senso di frustrazione talmente conosciuto da essermici quasi assuefatto, all’esito abbastanza fallimentare della manifestazione No Expo dell’altroieri a Milano, ho cercato le reazioni, anche quelle a caldo, di persone che s’impegnavano a riconoscere questo fallimento e a ragionare sui motivi in termini politici. Il primo articolo che […]

C’era una volta la storia dell’arte

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«Un impegno mantenuto e una scelta di civiltà: il ritorno della storia dell’arte e della musica nelle scuole», ha annunciato il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini. Ma in questi giorni un vasto movimento di insegnanti di storia dell’arte si chiede se le cose stiano davvero così: e a leggere il disegno di legge sulla cosiddetta Buona Scuola lo scetticismo appare del tutto fondato.
Nel testo, infatti, non si parla mai di un insegnamento curricolare di ‘storia dell’arte’, ma genericamente di «potenziamento delle competenze nella musica e nell’arte» e di «alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini». Cioè: non si studieranno Giotto e Caravaggio come si studiano Dante e Galileo, ma ci sarà una infarinatura di «immagini», fossero pure quelle dei cartelloni pubblicitari.

Lo show di Renzi nelle università private

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di Francesca Coin Circondato da guardie del corpo e accolto da una folla di giovani alla ricerca concitata di un autografo, Renzi è arrivato ieri alla Luiss, l’università di Confindustria come una popstar degli anni Ottanta, una di quelle per cui le fan gridavano e si strappavano i capelli, un po’ come in quel film […]

I “blue jeans” di Franceschini, ovvero come parlare (piuttosto male) della promozione della lettura in Italia

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di Christian Raimo Qualche giorno fa, all’interno del Festival Libri Come, c’è stato un incontro tra il ministro della cultura Franceschini e vari rappresentanti del mondo dell’editoria. Era un incontro a porte chiuse, e sembrava potesse essere l’occasione per ragionare nel merito e non fare proclami, più confronti e meno lagne. A una quindicina di […]