Volete un’idea per il Presidente della Repubblica? Luigi Manconi

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Ho un’idea per il Presidente della Repubblica. Ce l’ho ormai da mesi, e non capisco perché a nessuno sia venuta in mente. Dopo il pasticcio di due anni fa, i centouno, le candidature di Rodotà, Marini e Prodi trattate in modo talmente sciatto da far tornare sui suoi passi il quasi novantenne Giorgio Napolitano, dopo questo secondo mandato vissuto come un’emergenza patria, e ora l’evocazione di nomi condivisi, superpartes, società civile, riccardimuti, casta ma non troppo tipo Veltroni o Mattarella, davvero mi meraviglio che nessuno abbia fatto un nome talmente semplice come quello di Luigi Manconi.

Luigi Manconi, classe 1948, sardo di Sassari, attuale senatore del Pd, per me è l’uomo perfetto per svolgere un ruolo complicato come quello di Presidente della Repubblica, e dall’altra parte ha tutte le caratteristiche per ottenere un consenso vasto di una vasta schiera di parlamentari.

Cosa sta accadendo in Messico? Intervista a Anabel Hernández

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di Francesco Musolino Dal 2006 sono stati uccisi 56 reporter in Messico. Recentemente è esploso il caso dei 43 studenti trucidati e poi dati alle fiamme, si sospetta su mandato del sindaco di Iguala. Che cosa sta accadendo in Messico? Ridley Scott lo ha raccontato come una terra in mano a uomini spietati in “The […]

Riflettere sulla sinistra

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell’anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).

Parlare di antifascismo a scuola per fermare Casapound

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Insegno in un liceo a Roma, e alle volte, quando sono a scuola, nelle prime ore che magari passo in una classe nuova all’inizio dell’anno, svolgo una lezione come una specie di a parte: per presentarmi un minimo parlo del mio metodo d’insegnamento, e tra le altre cose banali che dico, ce n’è però una che purtroppo è e soprattutto risulta meno ovvia. Dichiaro di essere un professore antifascista.

Lo sono convintamente, sottolineo, per scelta personale, ma anche se non lo fossi di mia sponte, lo dovrei essere, facendo un mestiere come il mio, l’insegnante e per di più di filosofia, storia e educazione civica, per cui la mia è proprio una fedeltà al patto costituzionale, che è ciò che fa sì che la nostra comunità si possa dire tale, che mi obbliga per certi versi a essere antifascista, anche se non ne fossi profondamente convinto, come poi invece sono.

Spiego poi subito anche, a scanso di equivoci facili, che essere antifascisti non vuol dire essere contro un determinato periodo storico – quest’affermazione, dico, chiaramente non avrebbe senso: sarebbe come dire “Sono contro la guerra dei trent’anni”, “Sono contro l’idealismo tedesco”.

Amore e morte a Verona ai tempi della Lega

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell’Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d’Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d’amore, buca per le lettere all’eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno…) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l’idea è di renderla anche un ambito traguardo per l’estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l’ultima spiaggia della messa a reddito dell’umana esistenza.

L’Eritrea è più vicina di quanto pensiamo

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“Noi pensiamo di essere dei piccoli tassi. Nient’altro che dei piccoli tassi che rosicchiano i quattro pilastri di legno su cui poggia il regime eritreo. Il nostro obiettivo è farlo cadere.” Parla per metafore Amanuel, uno dei giovani eritrei che stanno creando in Europa un coordinamento di tutte le forze di opposizione al regime di Isaias Afewerki, il dittatore che tiene in pugno il paese fin dall’indipendenza dall’Etiopia, ottenuta nel 1991 e sancita ufficialmente nel 1993. Amanuel non è il suo vero nome; è lui a chiedere di essere chiamato in un altro modo (richiesta che faranno sistematicamente anche tutti gli altri intervistati) per evitare di essere identificato dai servizi segreti del regime.

Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis

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Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Alluvioni. O il potere forte del cemento

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Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo

Occupy tre anni dopo

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Nathan Schneider è un blogger ad attivista che ha seguito Occupy fin dall’inizio, da quando il 17 settembre 2011 Zuccotti Park, distretto finanziario di New York, è stata occupata per la prima volta. Raggiunto da Pagina99 racconta: “Prima che cominciasse tutto ho partecipato a numerose assemblee in cui si discuteva quello che da li a poco sarebbe diventato Occupy. A quelle riunioni c’erano vecchi attivisti del movimento no-global, ambientalisti, ma anche giovani universitari ritrovatisi tutti assieme sull’onda di quanto accaduto in Spagna con gli Indignados e in Medio Oriente. E ad ogni assemblea le domande erano le stesse: dobbiamo avere richieste ben precise? E nel caso perché? Perché dovremmo essere noi ad avere le risposte chi stava in cima non è riuscito a prevedere la crisi finanziaria? Occupare uno spazio pubblico in mezzo alla città come in Egitto è una strategia utile qui da noi? È giusto presentarci senza un leader o dovremmo averlo?”.

Gladiatori al Colosseo?

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Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari apparso su La Repubblica.

Il ministro per i Beni Culturali ha annunciato ieri, via twitter, che gli «piace molto l’idea dell’archeologo Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena». Bisogna riconoscere a Dario Franceschini la capacità di tener viva l’attenzione mediatica su alcune emergenze del nostro martoriato patrimonio culturale: questa estate con il tormentone dei Bronzi di Riace all’Expo, ora con l’idea di rifare il pavimento del Colosseo. Ma la domanda è: questa volta si tratta di una proposta più solida, e destinata a miglior fortuna?