La democrazia da videogioco

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È incredibile come in nemmeno una settimana si siano verificati tre piccoli eventi che danno il segno della fragilità da osteoporosi del sistema democratico italiano. Il primo è il colpo di coda con cui i garanti della Lista Tsipras hanno deciso di mandare Spinelli a Bruxelles, senza minimamente prendere in considerazione un dibattito tra comitati e militanti: discussioni notturne tra cinque, sei persone; interviste sprezzanti; lettere laconiche, qualunque cosa che potesse dimostrare una volontà oligarchica invece di una vocazione inclusiva. Il secondo è la votazione burla con cui il Movimento Cinque Stelle sta facendo scegliere on line quale sarà la collocazione degli eletti alle europee. Le opzioni sono tre – conservatori, fascisti e nessun gruppo (nessun gruppo che vuol dire insieme a Alba Dorata, per dire) – ma nel form in cui si può cliccare campeggia un PS orwelliano e comico: “Nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata”. Il terzo è oggi l’epurazione – ok, il dimissionamento – di Corradino Mineo e Vannino Chiti dalla Commissione Affari Costituzionali e le successive dichiarazioni di Renzi e co. (Boschi, Lotti, i soliti corifei) per giustificare quest’atto anche di fronte alla “autosospensione” dal gruppo parlamentare PD di quattordici senatori: l’ormai consumato tono liquidatorio da non ti cago, non ci faremo intimidire, Mineo chi?

Prima le persone

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Riceviamo e ripubblichiamo questo articolo da un militante di Sel e della Lista L’Altra Europa con Tsipras.

di Enrico Sitta

“Prima le persone” (slogan della lista Tsipras)
“Il Paese in cui è bello riconoscersi è quello fatto dai comportamenti, non dai monumenti” (Altiero Spinelli)

Predicare lo ius soli per la cittadinanza e praticare lo ius sanguinis per le rappresentanza politica. Io avevo capito che i candidati della lista Tsipras erano tutti figli di Altiero Spinelli, della sua idea di Europa. Invece, ancora una volta, avevo capito male: conta il dato biologico.
Invece dei cv la prossima volta (ammesso che per voi ce ne sarà un’altra) chiedete la prova del DNA, così fate prima.

Il desiderio di morte come progetto politico

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Venezia, storia di un suicidio

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Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari apparso sul Fatto quotidiano. Vi segnaliamo che oggi Montanari è a Napoli, ospite di La Repubblica delle Idee per un incontro con Gustavo Zagrebelsky dal titolo Cultura vuol dire esercizio della democrazia. (Fonte immagine)

Massimo Cacciari – tra i cui non molti meriti di sindaco di Venezia c’è quello di essersi sempre opposto al Mose – ha detto che le radici della corruzione vanno cercate nell’urgenza. Vero, ma il Mose sarebbe criminogeno anche se i suoi lavori andassero lentissimi. Perché è un progetto sbagliato in sé: frutto di quella vocazione al suicidio da cui Venezia non sembra capace di liberarsi.

Spinelli, rinuncia

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Forse, e per fortuna verrebbe da dire, qualcuno non lo sa; ma nella Lista Tsipras c’è un po’ di discussione: il motivo è che Barbara Spinelli (ispiratrice della Lista e una di quei garanti che sono riusciti a creare e guidare questa esperienza neonata non solo verso l’agognato e complicato 4,03 % ma anche in una campagna elettorale vitale, franca, capace di discutere di temi e non di vedersi ridotta al derby Grillo-Renzi), dopo aver chiaramente affermato che avrebbe lasciato la sua poltrona di parlamentare europeo in caso di elezione a chi veniva dopo di lei nelle preferenze, e dopo aver per questo ricevuto non poche critiche, e dopo aver anche risposto e difeso i motivi di questa scelta, ora pare averci ripensato: forse andrà a Bruxelles. E quindi forse non ci andrà uno dei due trentenni che erano arrivati secondi nella circoscrizione centrale e in quella meridionale: Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Che si erano già fatti le foto di rito.

Sulla vittoria di Renzi

Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

Domani si vota in Islanda, ovvero come nell’Europa del futuro il progressismo sta diventando razzista

017 Reykjavik (da sopra la Hallgrimskirkja)

Haukur Már Helgason è uno scrittore e filmmaker, nato a Reykjavík 1978. Ha pubblicato un romanzo: ‘The Advanced 20th Century’, nel 2006. Durante la protesta dell’inverno 2008–2009 è stato fondatore ed editor del quotidiano di informazione “Nei”. I suoi saggi critici sono stati pubblicati su The London Review of Books e Lettre International. Il suo primo documentario, “Ge9n”, è uscito nel 2011. Vive a Berlino.

di Haukur Már Helgason

Domani ci saranno le elezioni comunali in Islanda. La settimana scorsa, dopo le elezioni europee, la campagna elettorale del partito Progressista a Reykjavík ha preso una strana piega, quando la leader locale ha dichiarato che, se fosse stata eletta, avrebbe cancellato l’impegno a destinare un lotto di terreno per costruire la prima moschea della città. I Progressisti, a partire dai primi del XX secolo, sono per tradizione il secondo partito dell’Islanda: si definiscono liberali e sono attualmente al governo.

Motivi per cui ha stravinto Renzi

Presentazione del libro ' Oltre la rottamazione '

Nessuno si aspettava un risultato così clamoroso per il PD. Figuriamoci io, che scrivevo due giorni fa un articolo in cui dicevo che era spompato. Nessuno tranne Matteo Renzi stesso che nel 2012, nella corsa alle primarie contro Bersani, dichiarava: “Il mio Pd può arrivare al 40%, il loro al massimo al 25”. Ha avuto ragione, e altri – molti, mi ci metto nel mucchio – hanno avuto torto. Ma i motivi (i meriti e le fortune, del resto occorre essere golpe et lione) per cui Renzi ha stravinto sono molteplici, proviamo a elencarne solo i primi che saltano all’occhio.

La piazza della solidarietà

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Questo è il discorso di chiusura della campagna elettorale, a favore di Tommaso Grassi sindaco e della Lista Tspiras, che Tomaso Montanari ha letto l’altroieri in Piazza della Santissima Annunziata a Firenze.

Con la prepotenza e la furbizia che ben conosciamo, stasera Matteo Renzi si è preso la piazza del potere. La piazza della Signoria.
Ma gli lasciamo di buon grado la Signoria: noi siamo felici di essere nella piazza della solidarietà. Qui, sei secoli fa, sorse il primo edificio del Rinascimento: ebbene, quell’edificio – lo Spedale degli Innocenti, di Pippo Brunelleschi – non era al servizio della politica intesa come potere. Ma al servizio della politica intesa come accoglienza, solidarietà, cura degli ultimi. Quel palazzo così bello era per i meno potenti di tutti: i bambini che nessuno voleva. Perché il senso vero della bellezza è la giustizia.

Come conservare un’idea di utopia nelle depressive elezioni di domani.

angelamerkel

Domani si vota, io voterò Tsipras. Ieri si sono concluse le campagne elettorali; e andarsi oggi, con calma, a riascoltare i comizi finali, a leggere le dichiarazioni d’intento, e spulciare i programmi, è quello che farà forse una parte piccola di quell’immensa folla di tuttora indecisi. Viste in differita, le ultime fasi, le ultime piazze lasciano una sensazione, un’impressione sottocorticale di delusione. Al di là degli appelli alla speranza, all’emozione, alla rabbia buona, l’aria che si respira è quella di dismissione, di risentimento, di passioni tristi, di depressione di massa: un senso anticlimatico per cui sembra di assistere a un processo ineluttabile di crisi irreversibile. Il linguaggio politico è fatto di piccolo cabotaggio, frecciatine, riferimenti pop. Le battute finali di Renzi e Grillo (il derby che nessuno auspicava) sono tutte in minore, un dai! dai! dai! contro una cupio dissolvi.