Criticare Renzi: come e perché.

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di Christian Raimo Renzi sta facendo cose. O meglio, sembra che Renzi stia facendo cose. Da due mesi insediato al governo, l’immagine del trentanovenne presidente del consiglio è quello di uno che non sta mai fermo, a ritmo di una riforma al mese come ha detto, di conferenze stampa con le slide, e slogan efficaci […]

Cosa vuol dire essere antifascisti oggi

SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi si è svolto l’incredibile processo a tre ragazzi accusati di aver imbrattato l’osceno monumento al maresciallo Graziani che si trova ad Affile nel Lazio. Pare che il processo si sia concluso con un’assoluzione perché “non sussiste il fatto”. Sarebbe a questo punto auspicabile la rimozione del mausoleo. Ripubblichiamo un articolo di Christian Raimo del 2012 che provava a capire cos’era questo scempio.

di Christian Raimo

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Lettera aperta. Dateci una risposta sulla situazione del teatro a Roma.

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Al Ministero dei Beni Culturali, alla Regione Lazio, al Comune di Roma da le compagnie, gli artisti, e gli operatori culturali romani Abbiamo appreso con gravità e seria preoccupazione la notizia della revoca definitiva della nomina di Ninni Cutaia come direttore del Teatro di Roma. Non entriamo nel merito della polemica sulle regole ministeriali che […]

I nostri pescatori

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Stasera Barack Obama sarà a Roma. Incontrerà anche Matteo Renzi, il quale ha promesso che tra le questioni che metterà sul piatto con il Presidente degli Stati Uniti ci sarà quella del caso dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, arrestati in India per l’accusa di omicidio. Riportiamo un articolo di Matteo Miavaldi uscito qualche mese fa su Giap che però ha il pregio di ricostruire questi due anni di giornalismo becero e retorica rivoltante.

di Matteo Miavaldi

Il caso Enrica Lexie, dopo due anni, si sta avvicinando alle fasi finali, dopo una serie di rinvii e complicazioni diplomatiche, mistificazioni e propaganda elettorale tanto in India quanto in Italia: elementi che hanno aperto la strada alla “narrazione tossica” della vicenda dei due marò, strapazzata da un’informazione generalmente superficiale e, in alcune circostanze, platealmente nociva.

Poco più di un anno fa, su Giap, pubblicammo due lunghi(ssimi) articoli, molto densi di dati e fonti, che smontavano punto per punto la ricostruzione offerta da Il Giornale, Libero e Il Sole 24 Ore: una storia che si basa sulle teorie raffazzonate del sedicente “ingegnere” Luigi Di Stefano, dirigente nazionale di Casapound.

Gomme di cancro

Ieri al Riff Film Festival di Roma “Happy Goodyear” di Laura Pesino e Elena Ganelli, e prodotto dalla Soulcrime, ha vinto il primo premio come miglior documentario italiano: l’ha fatto raccontando la storia della multinazionale dei pneumatici ‘Goodyear’ che tra gli anni ’60 e ’70 gestì uno stabilimento a Cisterna di Latina, piccolo paese del basso Lazio, che fino ad allora aveva vissuto di agricoltura e piccolo artigianato. Anziché portare benessere e lavoro a tutta la comunità, la ‘Goodyear’ si rivelò una fabbrica di morte, una delle tante sparse per l’Italia. Più di 300 operai della società sono morti di cancro ai polmoni e le loro famiglie aspettano ancora giustizia e verità.
Qui sotto ripubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito nel 2006 sulla rivista
Maleppeggio. Nonostante sia ovviamente datato, il resoconto di quello che accade a Cisterna di Latina nei due decenni di presenza della Goodyear è perfettamente rivelatorio.

di Veronica Raimo

Se volete giustizia votate me. Se volete i favori votate qualcun altro. Con questo slogan si presenta alle ultime comunali di Cisterna di Latina, Augusto Campagna, detto Agostino, nella lista di Forza Italia. Per chi conosce Agostino e la sua storia – lotte operaie, sindacato, comunismo – vedere quel nome accanto al simbolo forzista è un colpo al cuore, un gesto che non dà speranze: un tradimento. Ma il tradimento non va cercato lì, quanto nel vuoto lasciato da simboli diversi, dalle bandiere rosse che sventolano insieme agli operai solo in tempi di elezioni, e che poi declinano con troppa leggerezza verso il pallore delle loro morti bianche. Agostino nasce nel 1948 a Ninfa, un paesetto a qualche chilometro da Cisterna.

Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto.

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di Damiano Garofalo e Lilia Giugni Oggi, venti anni fa, lo storico dibattito televisivo Berlusconi-Occhetto, andato in onda a Braccio di ferro di Enrico Mentana, su Canale 5, il 23 marzo 1994. Secondo qualcuno, «dove tutto cominciò». Il campo di battaglia. Il dibattito televisivo Berlusconi-Occhetto segna l’apice della prima campagna elettorale della Seconda Repubblica. Per […]

Vita politica e robotica istituzionale

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Pubblichiamo un intervento di Walter Tocci uscito sull’Unità.

di Walter Tocci

Tramite le astensioni e i voti per Grillo, la metà del popolo italiano ha manifestato il suo disprezzo nei confronti del sistema politico. Eppure la legge elettorale appena approvata alla Camera non solo trascura questa grave frattura, ma addirittura la allarga.

Per compensare i voti mancanti, ricorre infatti a curvature maggioritarie che deformano la rappresentanza fino ai limiti della legittimità costituzionale, e alla lunga riducono ulteriormente il consenso verso il sistema politico. Le soglie del 4,5% e dell’8% possono impedire la rappresentanza parlamentare a 5-10 milioni di elettori pur disposti – ancora – a votare per i partiti. Oppure, proprio perché sono soglie molto alte, possono dissuadere la presentazione di liste che otterrebbero milioni di voti. In entrambi i casi il sistema prescelto peggiora le cose perché riduce la parte attiva degli elettori, accrescendo invece quella del rifiuto anche oltre il 50%.

Sudismo e meridionalismo

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. (Immagine: Untitled, Mark Rothko)

Una cosa è il sudismo, altra cosa è il meridionalismo. Nel recente dibattito alimentato sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno” da vari fattori (l’uscita del libro di Emanuele Felice “Perché il Sud è rimasto indietro”, la scarsa attenzione mostrata verso la “questione meridionale” da parte del neopremier Renzi, il persistere di indicatori come quello sulla disoccupazione giovanile che inchiodano le regioni meridionali), la distinzione sembra essere evidente. Eppure su scala nazionale, nonché in molte parti del Sud, è andata smarrita.

È giusto sottolineare come compito delle coscienze critiche di questa parte del paese sia innanzitutto quello di individuare non le responsabilità “del” Sud, bensì quelle rintracciabili “nel” Sud. È stata questa la lezione del meridionalismo migliore, quello di Salvemini, Dorso, Sturzo, Manlio Rossi-Doria, Tommaso Fiore, teso a decostruire un realtà non monolitica e ad analizzare innanzitutto le colpe delle classi dirigenti locali, della “borghesia lazzarona”, dei tanti azzeccagarbugli annidati sotto lo status quo, della politica ingessata dal trasformismo dei cacicchi e dei viceré. Non perché le colpe siano solo “nel” Sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica.

Forse potremmo abolire la festa della donna

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Questo articolo è stato pubblicato su Europa. di Christian Raimo Non mi sono mai piaciute le mimose. Il gesto di comprarle dall’immigrato al semaforo e portarle in classe da ragazzino mi lasciava semplicemente palesare un’asimmetria simile a quella che avrei dovuto cancellare simbolicamente. Le mie compagne, figlie di famiglie borghesi che mi dicevano: «Beh, a […]

Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)

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Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura.