Le questioni che Giorgio La Pira porrebbe a Matteo Renzi

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Mi capita in questi giorni di pensare spesso a Matteo Renzi, ma non per il suo nuovo incarico di Governo, né per il suo ruolo all’interno del PD. Penso al Renzi sindaco di Firenze perché sto lavorando a un progetto su Giorgio La Pira, e, mano a mano che approfondisco la figura del politico democristiano, […]

Due generazioni allo streaming

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

Comunisti d’America, rivoluzionari di carta

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

I “futures” dell’informazione

GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

di Ida Dominijanni

Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell’entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l’informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull’avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l’economia e l’antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge.

Tentativi disperati di diventare un renziano dell’ultima ora

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L’immagine è presa da Oltre la rottamazione, di Matteo Renzi, Mondadori 2013.

Quello che ieri è stato formato è il miglior governo possibile, mi andrebbe di scrivere questo, all’indomani delle nomine di ieri. Mi piacerebbe diventare un renziano dell’ultima ora, salire ora, con uno zompo quasi fuori tempo massimo, sul carro del vincitore. Dopo essere stato negli ultimi anni un acceso avversario di Renzi, mi andrebbe di cambiare verso, come si dice, di fare finalmente il bastian contrario. Viva Renzi! Non so perché ho questo desiderio. Forse perché dà gusto, evidentemente, crogiolarmi nella nostaglia di un Nanni Moretti filominoritario di Caro Diario e mi trovo a disagio con i richiami all’adesione alla maggioranza di Walter Veltroni o Francesco Piccolo.
Perché la cosa bizzarra è che successa in queste ore è che tutti i giornalisti che hanno sostenuto Renzi, da Luca Sofri a Francesco Costa a Christian Rocca all’ultimo Ezio Mauro a Antonio Polito, storcono il naso di fronte a questa squadra di governo.

Consultazioni

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1.

“Ciao Fabrizio, sono Nichi”.
“Seh”.
“Ti giuro”.
“Non hai la zeppola fatta così?”
“Ma no, è la mia”.
“Non ci credo, dimostrami che sei tu”.
“Sono Nichi. Ci siamo visti l’altro giorno al convegno sulle frane dell’Italia centrale”.
“Non m’incanti. Che lavoro faceva tuo padre?”
“Impiegato alla posta”.
“Ti sei preparato bene… eh…”
“Sono Nichi, davvero”.
“Recitami una tua poesia a memoria”
“Ma dai, Fabrizio, sono io, ti giuro”.
“Non ci credo, attacco”.

Come fu temprato il vino di D’Alema

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Michele Masneri dopo l’esordio con Addio Monti si è rifugiato in campagna, nel cuore del Paese. Non si è occupato però di delitti a sangue freddo, come Truman Capote, ma di un vino molto misterioso nel cuore dell’Umbria…

Questo pezzo è uscito su IL a ottobre 2013. Oggi alle 19 Michele Masneri presenta Addio Monti alla libreria Gogol& Company di Milano con Federico Sarica e Mario De Santis.

Intanto i nomi. La tenuta si chiama La Madeleine, e uno si aspetterebbe di veder spuntare dai filari qualche Guermantes, o almeno una marchesa di Villeparisis, o un Saint-Loup: e comunque sfarzo, lusso e voluttà. Il vino più importante della produzione si chiamerà Sfide – un cabernet in purezza di cui si faranno 3.000 bottiglie l’anno. Poi l’enologo prescelto, Riccardo Cotarella, presidente ma per estensione “Re” degli enologi italiani, secondo la vulgata, già consulente di Berlusconi e Clooney.

Insomma, da questa tenuta Madeleine di Massimo D’Alema ci si aspettano grandi cose. Messa su nel 2009, sono quindici ettari tra Narni e Otricoli, nel sud dell’Umbria, a un’ora e qualcosa da Roma. Non solo la collaborazione col Re degli enologi ma anche l’inserimento della Madeleine in un ambizioso Wine Research Team per fare vini naturali rivoluzionari d’alta gamma senza l’uso di solfiti. Al progetto aderiscono altre 25 tenute tra cui le araldiche Conte Leone de Castris e Domaine du Comte de Thun.

A Della Valle preferisco il Valle, ovvero da dove dovrebbe partire Renzi per occuparsi di cultura

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(L’immagine è tratta da Chantrapas di Otar Iosseliani)

Matteo Renzi non ha ancora formato il governo, si è dato una settimana di tempo e si è ascritto l’impegno ponderoso di portare a termine una riforma al mese. In questi giorni è comprensibilmente frenetico, ma non soltanto per quanto riguarda il programma da concepire e al quale legare una squadra di governo assai impegnativa da formare; perché riguardo la questione Ministero della Cultura, in realtà sembra ancora più mercuriale di altri ambiti. Domenica a pranzo ha visto Alessandro Baricco, che ha preferito ritagliarsi un ruolo da spin-doctor invece che da candidato ministro, e tra ieri e oggi in sole 24 ore è riuscito a trasmettere vari segnali che sembrano molto chiari su quale sarà la sua impronta sulle politiche culturali.

Governo anche tu!

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Non ti sta bene come vanno le cose? Ti sembra di stare in una palude? Basta indugi! Fai un governo anche tu! Ecco il nostro modello! Prendi esempio da quello che facciamo noi e gioca con gli amici a Governo anche tu!

Presidente del consiglio
Eunomo, personaggio mitico.
Fu ucciso per sbaglio da Ercole. Mentre Eunomo, che era coppiere alla corte del re Calidone,
gli versava sulle mani dell’acqua tiepida destinata a lavargli i piedi, Ercole volle dargli uno schiaffetto,
ma la sua forza fu così grande che lo uccise sul colpo.

Il principino

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Le opinioni di chi ha sostenuto Renzi finora a proposito l’azzardo di Renzi sono sostanzialmente due, ben sintetizzate dai due editoriali di Luca Sofri e di Francesco Costa sul Post. Il primo dice: abbiamo creduto nella diversità politica, una diversità politica non solo promessa ma dimostrata anche nei modi, e adesso molto di questo credito se l’è bruciato con una mossa da palazzo. Il secondo dice: cosa doveva fare Renzi? continuare a fare il segretario di un governo che non gli piaceva, impantanato nell’impossibile scelta tra sostegno o opposizione a Letta, con il serio rischio di bruciare il suo grande consenso personale, che è una delle poche ragioni della sopravvivenza del Pd? Così Sofri gli fa gli auguri, sperando che Renzi al governo riesca a far dimenticare il peccato originale, e Costa gli dà atto di aver trovato la mossa del cavallo in una situazione di stallo.