Comunisti d’America, rivoluzionari di carta

jacobinmagazine

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

I “futures” dell’informazione

GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

di Ida Dominijanni

Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell’entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l’informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull’avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l’economia e l’antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge.

Tentativi disperati di diventare un renziano dell’ultima ora

oltrelarottamazione

L’immagine è presa da Oltre la rottamazione, di Matteo Renzi, Mondadori 2013.

Quello che ieri è stato formato è il miglior governo possibile, mi andrebbe di scrivere questo, all’indomani delle nomine di ieri. Mi piacerebbe diventare un renziano dell’ultima ora, salire ora, con uno zompo quasi fuori tempo massimo, sul carro del vincitore. Dopo essere stato negli ultimi anni un acceso avversario di Renzi, mi andrebbe di cambiare verso, come si dice, di fare finalmente il bastian contrario. Viva Renzi! Non so perché ho questo desiderio. Forse perché dà gusto, evidentemente, crogiolarmi nella nostaglia di un Nanni Moretti filominoritario di Caro Diario e mi trovo a disagio con i richiami all’adesione alla maggioranza di Walter Veltroni o Francesco Piccolo.
Perché la cosa bizzarra è che successa in queste ore è che tutti i giornalisti che hanno sostenuto Renzi, da Luca Sofri a Francesco Costa a Christian Rocca all’ultimo Ezio Mauro a Antonio Polito, storcono il naso di fronte a questa squadra di governo.

Consultazioni

ITALY-POLITICS-GOVERNMENT

1.

“Ciao Fabrizio, sono Nichi”.
“Seh”.
“Ti giuro”.
“Non hai la zeppola fatta così?”
“Ma no, è la mia”.
“Non ci credo, dimostrami che sei tu”.
“Sono Nichi. Ci siamo visti l’altro giorno al convegno sulle frane dell’Italia centrale”.
“Non m’incanti. Che lavoro faceva tuo padre?”
“Impiegato alla posta”.
“Ti sei preparato bene… eh…”
“Sono Nichi, davvero”.
“Recitami una tua poesia a memoria”
“Ma dai, Fabrizio, sono io, ti giuro”.
“Non ci credo, attacco”.

Come fu temprato il vino di D’Alema

Immagine-289-600x380

Michele Masneri dopo l’esordio con Addio Monti si è rifugiato in campagna, nel cuore del Paese. Non si è occupato però di delitti a sangue freddo, come Truman Capote, ma di un vino molto misterioso nel cuore dell’Umbria…

Questo pezzo è uscito su IL a ottobre 2013. Oggi alle 19 Michele Masneri presenta Addio Monti alla libreria Gogol& Company di Milano con Federico Sarica e Mario De Santis.

Intanto i nomi. La tenuta si chiama La Madeleine, e uno si aspetterebbe di veder spuntare dai filari qualche Guermantes, o almeno una marchesa di Villeparisis, o un Saint-Loup: e comunque sfarzo, lusso e voluttà. Il vino più importante della produzione si chiamerà Sfide – un cabernet in purezza di cui si faranno 3.000 bottiglie l’anno. Poi l’enologo prescelto, Riccardo Cotarella, presidente ma per estensione “Re” degli enologi italiani, secondo la vulgata, già consulente di Berlusconi e Clooney.

Insomma, da questa tenuta Madeleine di Massimo D’Alema ci si aspettano grandi cose. Messa su nel 2009, sono quindici ettari tra Narni e Otricoli, nel sud dell’Umbria, a un’ora e qualcosa da Roma. Non solo la collaborazione col Re degli enologi ma anche l’inserimento della Madeleine in un ambizioso Wine Research Team per fare vini naturali rivoluzionari d’alta gamma senza l’uso di solfiti. Al progetto aderiscono altre 25 tenute tra cui le araldiche Conte Leone de Castris e Domaine du Comte de Thun.

A Della Valle preferisco il Valle, ovvero da dove dovrebbe partire Renzi per occuparsi di cultura

Chantrapas (Iosseliani) (2)

(L’immagine è tratta da Chantrapas di Otar Iosseliani)

Matteo Renzi non ha ancora formato il governo, si è dato una settimana di tempo e si è ascritto l’impegno ponderoso di portare a termine una riforma al mese. In questi giorni è comprensibilmente frenetico, ma non soltanto per quanto riguarda il programma da concepire e al quale legare una squadra di governo assai impegnativa da formare; perché riguardo la questione Ministero della Cultura, in realtà sembra ancora più mercuriale di altri ambiti. Domenica a pranzo ha visto Alessandro Baricco, che ha preferito ritagliarsi un ruolo da spin-doctor invece che da candidato ministro, e tra ieri e oggi in sole 24 ore è riuscito a trasmettere vari segnali che sembrano molto chiari su quale sarà la sua impronta sulle politiche culturali.

Governo anche tu!

consultazioni_napolitano_consultazioni_1

Non ti sta bene come vanno le cose? Ti sembra di stare in una palude? Basta indugi! Fai un governo anche tu! Ecco il nostro modello! Prendi esempio da quello che facciamo noi e gioca con gli amici a Governo anche tu!

Presidente del consiglio
Eunomo, personaggio mitico.
Fu ucciso per sbaglio da Ercole. Mentre Eunomo, che era coppiere alla corte del re Calidone,
gli versava sulle mani dell’acqua tiepida destinata a lavargli i piedi, Ercole volle dargli uno schiaffetto,
ma la sua forza fu così grande che lo uccise sul colpo.

Il principino

1453767-renzi_al

Le opinioni di chi ha sostenuto Renzi finora a proposito l’azzardo di Renzi sono sostanzialmente due, ben sintetizzate dai due editoriali di Luca Sofri e di Francesco Costa sul Post. Il primo dice: abbiamo creduto nella diversità politica, una diversità politica non solo promessa ma dimostrata anche nei modi, e adesso molto di questo credito se l’è bruciato con una mossa da palazzo. Il secondo dice: cosa doveva fare Renzi? continuare a fare il segretario di un governo che non gli piaceva, impantanato nell’impossibile scelta tra sostegno o opposizione a Letta, con il serio rischio di bruciare il suo grande consenso personale, che è una delle poche ragioni della sopravvivenza del Pd? Così Sofri gli fa gli auguri, sperando che Renzi al governo riesca a far dimenticare il peccato originale, e Costa gli dà atto di aver trovato la mossa del cavallo in una situazione di stallo.

Italian Hustle

LettaNapoRenzi

Questo post è uscito sul blog omonimo, idadominijanni.com.

di Ida Dominijanni

Una crisi drammatica, una gestione ridicola, scrive Lucia Annunziata sull’Huffington Post commentando «il clima da ragazzi del muretto, sbracato nei modi, nello stile e nella sostanza» che ci tocca respirare. Sullo stile da ragazzi del muretto, argomento tutt’altro che secondario, torno dopo. Prima, due punti sul dramma e sulla farsa.

Primo punto. Salvo improbabili colpi di scena alla direzione del Pd di oggi, fra pochi giorni avremo il terzo presidente del consiglio nominato dal Colle (e stavolta largamente autonominato), senza alcun rapporto, né diretto né indiretto, con il pronunciamento elettorale. Siccome però le cose ripetendosi peggiorano, questa terza volta è peggiore, se possibile, delle due precedenti: non c’è l’emergenza dello spread con cui fu coperta l’operazione Monti, né l’impossibilità di costruire una maggioranza coerente con il voto con cui fu coperta l’operazione Letta. C’è solo, rivendicato da Napolitano a Lisbona, il rifiuto fobico di un ritorno alle urne, unito all’arrogante fretta di Matteo Renzo di insediarsi a Palazzo Chigi, fretta a sua volta accompagnata da un consumismo della leaderhip che ha raggiunto, nel Pd, livelli patologici.

L’era del permaloso

stewie

L’atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line… In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti.