Il “governo occulto” dell’Ilva

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Ripubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande sul governo ombra dell’Ilva di Taranto. Il pezzo è uscito sul manifesto il 12 settembre, prima della notizia degli ultimi avvisi di garanzia per l’inchiesta Ambiente svenduto, recapitati oggi.

Fin dalla sua privatizzazione nel 1995, il più grande stabilimento siderurgico italiano, l’Ilva, è stato trasformato in un uno “stato d’eccezione” normativo e disciplinare. È quanto emerge dalle inchieste della magistratura che nell’ultimo anno e mezzo hanno dissezionato il sistema-Riva. È quanto emerge, soprattutto, dall’ultimo ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, relativa agli arresti dei massimi vertici del “governo ombra” dell’Ilva.

Da quanto si apprende, a governare davvero l’Ilva, in questi anni, non sarebbero stati i dirigenti che ricoprivano ufficialmente le più alte cariche aziendali, bensì i componenti di una struttura parallela, e segreta ai più, posta al di sopra di essi. Una piramide di “fiduciari”, a suo modo efficiente ed innervata nella vita di fabbrica, che aveva il compito di ottenere il massimo profitto, riducendo i costi di produzione, irregimentando gli operai, premiando i “quadri” obbedienti, bruciando materiali inquinanti nei forni, sversando liquami in mare, non ottemperando alle più elementari norme ambientali.

Stragi di migranti, femminicidio, negazionismo: come David Foster Wallace mi ha aiutato a superare l’ansia da dibattito mediatico

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Ieri a Viterbo, in un festival di teatro internazionale, che si chiama Quartieri dell’Arte, la Volksbuehne di Berlino, cioè uno dei più importanti teatri d’Europa (il luogo in cui hanno lavorato da Ernst Lubitsch e Heiner Mueller fino a Frank Castorp e Dimitr Gotscheff – morto proprio due giorni fa, dopo una terribile malattia velocissima), ha portato in scena una drammaturgia di Ivan Pantaleev tratta da due testi di David Foster Wallace, il saggio “Considera l’aragosta” e una delle “Brevi interviste ad uomini schifosi”. Lo spettacolo si svolgeva in una meravigliosa sala di Palazzo dei Priori: un solo attore in scena, Samuel Finzi, recitava un monologo con uno stile a metà tra lo stand-up comedian e il retore brechtiano.

Appunti sul Corteo 19 ottobre

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Alle 12.50

Tre ragazzini camminano lungo via Gallia. Avranno quindici anni, hanno l’aria dei bravi adolescenti, liceali, appena liceali. Uno di loro indossa una maglietta del Che; gli altri due gli vanno dietro. A piazza Tuscolo prendono per via Cerveteri, direzione piazza Re di Roma, anziché per Viale Magna Grecia. “Non vanno alla manifestazione, dunque”, mi dico.

Piazza San Giovanni

I partecipanti al Corteo 19 ottobre – Per il diritto all’abitare, dei migranti, No Tav, No Muos, Cobas – si ammassano sul pratone davanti alla Cattedrale di Roma e dintorni, con grande lentezza, e calma. Ci sono transenne e tanti nastri gialli “Polizia Municipale Roma Capitale”. Stand del Manifesto (due). Bancarella magliette “di lotta”. Alcune magliette di lotta: “ABBATTI IL BISCIONE”, “PARTIGIANI SEMPRE”, magliette con falce&martello, con il pugno. Da viale Carlo Felice arrivano – a scaglioni – frange del corteo. Sono quelli dell’Esc, sono quelli che vengono da San Lorenzo. Sotto la Coin si sente il trillo continuo delle trasmittenti.

A chi dà fastidio il Valle?

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In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c’è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti…). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l’occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall’entusiasmo per l’indulgenza fino all’indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all’ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell’idea della Fondazione Valle Bene Comune.

Fenomenologia del blecche blocche

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Il 15 ottobre del 2011 a Roma ci fu una manifestazione molto confusa, con moltissimi scontri. Allora, come ormai da dieci anni a questa parte, da Genova in poi, la semplificazione giornalistica vide ne “i black bloc” un modo per risolvere l’analisi della protesta. Probabilmente anche oggi andrà così. Ripubblichiamo un breve intervento di Mazzetta da giornalettismo, un intervento di due anni fa che provava a chiarire alcune piccole cosa su questi neri.

di Mazzetta

La definizione di Black Bloc è stata una delle più usate e abusate degli ultimi giorni, dopo il riot di Roma tutti i media italiani o quasi hanno infatti deciso di adottare la definizione senza pensarci troppo, anche se ben coscienti che si tratta di una semplificazione, usando la quale si confondono i lettori più che accompagnarli nella comprensione di quello che accade. Black bloc è sicuramente una definizione che nell’immaginario dell’italiano medio si accompagna a una valenza negativa e forse il motivo della scelta sta semplicemente nella scelta politica di tante redazioni, che schierandosi contro i facinorosi non hanno mancato di aggiungere sensazione ed enfasi a una serie di vandalismi che poi la condotta della polizia ha trasformato in un confronto fisico con altri manifestanti.

Una nave-bara nel buco nero del naufragio

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Questo articolo è uscito sul manifesto il 6 ottobre. (Immagine: Filippo Monteforte/AFP/Getty Images)

C’è un fantasma rimosso alle spalle dell’ultima orrenda e incommensurabile strage di Lampedusa: il fantasma della Kater i Rades, la piccola motovedetta albanese carica di uomini, donne e soprattutto bambini, affondata dopo essere stata speronata da una corvetta della nostra Marina Militare impiegata in operazioni di “harassment”, cioè dissuasione e respingimento. Era il 28 marzo del 1997, la sera del Venerdì santo. La strage del Canale d’Otranto, già evocata in questi giorni sul “manifesto” da Tommaso Di Francesco e da Alessandro Dal Lago, costituisce uno spartiacque nell’italica percezione dei viaggi dei migranti e della protezione dei “sacri confini”. Fu la prima grande strage avvenuta davanti alle nostre coste (anche se il numero accertato di 81 vittime tra corpi ritrovati e corpi tuttora ufficialmente dispersi, comunque esorbitante, rischia di impallidire di fronte all’ultima ecatombe di Lampedusa).

E mentre in televisione si consumavano ore di discussione su concetti astratti, come la #crisidigoverno… qualche giorno fa

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di Olga Mascolo

Ogni giorno è una delusione in più per noi trentenni something che restiamo. Si parla dei cervelli in fuga, ma non nel modo in cui bisognerebbe: cosmetica pompata della notizia.

Se ne stanno andando tutti, cervelli e controcervelli.

Gli italiani se ne sono sempre andati dall’Italia, da che mondo è mondo. Mia sorella è partita una decina di anni fa: fu l’Erasmus. Nel suo caso si trattava di un vero e proprio esempio di cervello in fuga, ma per amore, che si è trasformato in poco tempo in esempio di donna in carriera. Ora è uno dei 200 cervelli promettenti della Shell. Donna o non donna.

“Si ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?”

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Riprendiamo un intervento di Andrea Segre apparso sul suo blog.

Leggo nel Corriere della Sera di oggi l’articolo sui “miliziani dei barconi” di Fiorenza Sarzanini: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono “avvicinati” dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere “merce” umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. ” E ancora, qualche riga dopo: “Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un’altra vita.”

Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell’opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d’ordine: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi e l’Europa non ci può lasciare da soli”. Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.

Droni e predatori, le nuove armi

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Lo Straniero.

Quali sono le conseguenze morali dell’uso dei droni? Quale trasformazione della nostra riflessione morale esige il loro utilizzo? È una questione enorme, quella sollevata di recente da Michael Walzer in un articolo apparso sul sito della rivista “Dissent” (Target Killing and Drone Warfare).

Probabilmente fino a quindici anni fa non avremmo neanche lontanamente immaginato che questo tipo di domande fuoriuscisse dalla fantascienza o dalla casistica ipotetica (benché altamente improbabile). Invece i droni sono il nostro presente, sono la nostra quotidianità. Diamo ormai per scontato il fatto che nei nuovi conflitti bellici, in particolare nell’ultima evoluzione della “guerra al terrore” contro le nuove cellule di al Qaeda e i loro “compagni di strada”, si utilizzino aerei privi di pilota ma governati a migliaia di chilometri di distanza sullo schermo di un computer.

L’educazione politica ai tempi del cosiddetto precariato

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di Christian Raimo Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in […]