Fine della settimana

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Pubblichiamo un racconto tratto da “Darsi del tu”, la nuova raccolta di racconti di Edina Szvoren, in uscita per Mimesis Edizioni il 18 giugno (traduzione dall’ungherese a cura di Claudia Tatasciore). (Foto) * di Edina Szvoren Mio fratello arrivò in perfetto silenzio. Non fece rumore con il portachiavi e, anche la zip della giacca, fu […]

La prima sembianza. Un racconto su Guido Cavalcanti e Dante Alighieri

Guido-Cavalcanti

Eppoi una notte che si stava in piazza e si era ancora ai primi freddi ci ha chiesto Avete fatto caso che sono sempre i mariti delle brutte a difenderlo, il matrimonio? Assurdo. E Lapo, che sedeva per terra con la schiena appoggiata alla panchina, la testa rovesciata alle stelle piccine piccine, borbottava. Per forza, poveracci, devono farselo andare giù. La prigione rende stronzi. Stupidi. Avidi, stronzi e stupidi, ha scandito Forese, affondando il fiasco nell’aria a ogni parola. Sbatteva gli occhi, e dondolava sulle zampe da trampoliere.

La Chiara del Davanzati non è così disperata, ha buttato lì tuo cugino. Sei un nano, Lapo. E calvo. Ah! Cecco stava rannicchiato in un angolo, un ghigno sulla bocca nera e i capelli incollati sulla fronte bianca, la barba sudicia, a fissare ingrugnito chissà cosa.

Riavvolgendo una storia a Mons

Checco al lavoro in Lussemburgo

di Ciro Fanelli

Avec la mer du Nord pour dernier terrain vague
Et des vagues de dunes pour arrêter les vagues
Et de vagues rochers que les marées dépassent
Et qui ont à jamais le cœur à marée basse
Avec infiniment de brumes à venir
Avec le vent de l’est écoutez-le tenir
Le plat pays qui est le mien

Jacques Brel – Le plat pays

La prima volta che la vidi vivevo ancora in Belgio: un giorno mio padre mi disse che aveva acquistato online una cartolina del nostro paese, l’aveva presa perché non aveva mai visto una copia di quello scatto, preso in un angolo del centro che ora non esiste più.

Al di là della curiosità fotografica me lo disse perché la cartolina era stata spedita nel dopoguerra da una donna che la inviò a una famiglia italiana a Mons.

Progettare tempeste

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di Dario Valentini

E una foresta di mani bianche ghermì l’uomo dentro il palazzo. Ballerini finì di ascoltare la traccia. Le cuffie interrate nelle orecchie. Lo sguardo correva sulla gente della Padova bene che passeggiava davanti al duomo. Medi imprenditori fasciati da doppiopetti dall’indubbio charme destrorso. Insegnanti di filosofia infilati in maglioni austeri che si intonavano bene con i capelli bianchi. Torme di ragazze riccastre senza l’ombra di una paura negli occhi con le loro gonne di tweed.

Ikebana

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Di seguito pubblichiamo il racconto Ikebana, contenuto nella nuova edizione de L’amore e altre forme d’odio pubblicata da La nave di Teseo. Il volume è tornato in libreria dopo quattordici anni dalla sua prima versione einaudiana. Ringraziamo editore e autore.

di Luca Ricci

1.

La bambina lancia la palla sul muro, poi batte le mani. Riesce a batterle due volte. Al terzo battito la palla le arriva addosso, non fa in tempo. Ci riprova e ancora fallisce. Ma sembra quasi che la diverta più sbagliare.

“Mamma è in casa?” chiedo, mentre il rumore della palla e delle mani si alterna.

“Sì.”

“Posso?”

La bambina blocca la palla. Se la mette sottobraccio, poggiata all’anca. Ha la magliettina imbrattata di polvere e i pantaloni lisi sulle ginocchia.

L’impossibile chiedere. Un racconto su Alceo e Saffo

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di Edoardo Rialti

Da bambino impara la crudeltà e la poesia. Entrambe lavorano il suo corpo, modellano i calli su mani e piedi. Atterra i compagni nella lotta e batte i piedi al ritmo del coro, ma il suo è già un canto solitario, presto comincia a recitare per il padre a cena con gli amici, mentre fuori piove. Gli uomini sono coronati d’edera, ridono e schiamazzano, afferrano le serve e i coppieri, ma annuiscono all’uccellino biondo che trilla Omero, ondeggiano il capo con l’esametro e si complimentano col padrone di casa, chiedono al bambino di alzare le braccia per esaminare se gli spuntano i peli. Un vecchio si copre la faccia col mantello e piange.

Nei pomeriggi d’estate resta sdraiato sotto il ciliegio del giardino, sulla panca del tavolo. Si risveglia nella calura e abbassa lo sguardo alla linea del petto che si alza piano, alle gocce di sudore. Un moscone ronza appena sopra le gambe, per poi sfrecciare via. Aspetta padre e madre di ritorno dalla città.

Milano Brucia

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di Silvia Pelizzari

Eccola: dorme. Il corpo sul divano in una posa plastica, scomposta, la bocca aperta e la bava che le esce da un angolo. La casa è attraversata da una luce gialla, entra dalla finestra, le tocca la gamba destra.

Si sveglia per l’odore di bruciato che crede un sogno. La TV è accesa dalla sera precedente e Anna si guarda attorno, allunga la mano verso il pavimento, tasta il niente. Trova il telefono e guarda l’ora: sono le 11.50.

Alprazolam nel sottosuolo

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Photo by Kendal on Unsplash

di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.

La notte contraddice il giorno. Un racconto su Torquato Tasso

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Tutti siamo stati qualcun altro. Anche quando gli concederanno stanze più grandi e comode, con una finestra le cui sbarre a croce spiccano nere contro il cielo grigio o azzurro, i topi continueranno a strillare e parlare.

Meno numerosi e meno di frequente, magari, ma l’hanno fatto in passato, e questo vuol dire ricordarselo sempre. Sa benissimo che i detenuti possono affezionarsi persino ai ragni, che gli animali si possono addestrare per divertire o spaventare, che i suoi nemici sono pronti a qualsiasi scherzo, ma stavolta è diverso.

Nella cella bianca del seminterrato, dove lo avevano incatenato le prime settimane e poi tenuto alcuni mesi, i topi facevano più strepito degli altri prigionieri, di là dal muro che puzza d’urina e aceto.

Desert Storm

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Quando io e Jessica ci lasciammo, avevo vent’anni, mancavano pochi giorni a Natale, e alcune settimane dopo sarebbe iniziata la prima guerra del Golfo. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti stava per lanciare contro l’Iraq un’imponente operazione militare dal nome retorico e altisonante «Desert Storm», ovvero Tempesta nel Deserto. Quando ne sentii parlare per la prima volta, quel nome mi colpì immediatamente: che bisogno c’era di scatenare una tempesta in un deserto – mi dicevo – se nel deserto non ci abita nessuno? O la tempesta doveva servire piuttosto a generarlo, il deserto, sterminando ogni essere vivente che si trovasse nel luogo in cui essa si abbatteva?