La prospettiva degli altri

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di Graziano Gala Ci salutano – diceva il capitano dalla barca – ci salutano, e scappellava e sirenava a beneficio dei bagnanti. L’agitarsi delle braccia sulla costa contentava il resto dei presenti, così lontani da giorni da una terra che a vederla non era più così lontana. Una terra diversa, sconosciuta, eppure amica; uno stuolo […]

Eventi fortunati

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Photo by Bruno Nascimento on Unsplash

di Saverio Mariani

Te ne sei reso conto uscendo da casa sua, in un attimo di lucidità che ti ha percorso non appena il cancello in fondo alle scalette si era richiuso alle tue spalle: era notte ma c’era luce, anche lì in quel reticolo di case tutte appiccicate che si spiano l’un l’altra. Una volta uscito sullo spiazzo esterno dove avevi parcheggiato ti sei accorto della luna piena. Hai camminato dal cancelletto alla portiera della macchina guardando per terra, attraverso il fumo che usciva dalla tua bocca e sentendo immediatamente freddo.

Le Bombarde

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Photo by Laura Lugaresi on Unsplash

Era l’ora delle streghe, quel momento speciale del giorno in cui la canicola offusca i sensi e li rende particolarmente impressionabili, esposti al panico e alla confusione. Sul campeggio regnava un silenzio sovrumano, come se l’universo fosse in procinto di rivelare un segreto e aspettasse il momento più propizio per farlo. Le tende, adagiate sugli aghi di pino bruciati dal sole, sembravano disabitate. Si sentivano solo i grilli, con il loro verso simile al ticchettio di un misterioso congegno a orologeria che regoli con indifferenza le incessanti rivoluzioni del mondo.

Uccellini

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Colla, una rivista letteraria che ciclicamente propone nuove voci e nuovi racconti, è da poco online con il numero 28. Ringraziando la rivista, pubblichiamo qui uno dei racconti. Il dipinto è di Albrecht Dürer.

Ho come un battito d’ali nel petto.
Victor Hugo

Eravamo così poveri che, ogni sera, invece di restare seduto guardando i piatti vuoti, mio padre batteva un pugno sulla tavola, e urlava che ero stata cattiva, ed elencava la lista interminabile delle cattiverie commesse a casa e a scuola, e concludeva che se avevo il male dentro, non c’era altra soluzione, e mi spediva a letto senza cena.

Io mi alzavo dalla sedia, e fissavo la faccia rossastra di mio padre, cosa infinitamente migliore che fissare il biancore dei piatti vuoti, e dicevo scusa, dicevo non lo farò mai più, anche se non avevo fatto nulla di cui farmi perdonare, e a capo chino infilavo la via del corridoio.
E una volta in camera mia, chiudevo subito la porta, e cercavo di non sentire le urla di mio padre e di mia madre, i piatti che si schiantavano contro le pareti, e prendevo i libri dallo zaino, e legavo i capelli in una coda, e continuavo a studiare scienze naturali, almeno fino a quando la stanchezza non faceva di me una piccola alga fluttuante nella piccola luce della lampada.
Ma non c’era modo, poi restavo tutta la notte con gli occhi aperti, e mi giravo nel letto, e non riuscivo a prendere sonno, e tutto questo per via del mio stomaco, che a volte emetteva oscuri brontolii, altre volte veri e propri discorsi con una voce che non sapevo che sesso avesse.

Fine della settimana

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Pubblichiamo un racconto tratto da “Darsi del tu”, la nuova raccolta di racconti di Edina Szvoren, in uscita per Mimesis Edizioni il 18 giugno (traduzione dall’ungherese a cura di Claudia Tatasciore). (Foto) * di Edina Szvoren Mio fratello arrivò in perfetto silenzio. Non fece rumore con il portachiavi e, anche la zip della giacca, fu […]

La prima sembianza. Un racconto su Guido Cavalcanti e Dante Alighieri

Guido-Cavalcanti

Eppoi una notte che si stava in piazza e si era ancora ai primi freddi ci ha chiesto Avete fatto caso che sono sempre i mariti delle brutte a difenderlo, il matrimonio? Assurdo. E Lapo, che sedeva per terra con la schiena appoggiata alla panchina, la testa rovesciata alle stelle piccine piccine, borbottava. Per forza, poveracci, devono farselo andare giù. La prigione rende stronzi. Stupidi. Avidi, stronzi e stupidi, ha scandito Forese, affondando il fiasco nell’aria a ogni parola. Sbatteva gli occhi, e dondolava sulle zampe da trampoliere.

La Chiara del Davanzati non è così disperata, ha buttato lì tuo cugino. Sei un nano, Lapo. E calvo. Ah! Cecco stava rannicchiato in un angolo, un ghigno sulla bocca nera e i capelli incollati sulla fronte bianca, la barba sudicia, a fissare ingrugnito chissà cosa.

Riavvolgendo una storia a Mons

Checco al lavoro in Lussemburgo

di Ciro Fanelli

Avec la mer du Nord pour dernier terrain vague
Et des vagues de dunes pour arrêter les vagues
Et de vagues rochers que les marées dépassent
Et qui ont à jamais le cœur à marée basse
Avec infiniment de brumes à venir
Avec le vent de l’est écoutez-le tenir
Le plat pays qui est le mien

Jacques Brel – Le plat pays

La prima volta che la vidi vivevo ancora in Belgio: un giorno mio padre mi disse che aveva acquistato online una cartolina del nostro paese, l’aveva presa perché non aveva mai visto una copia di quello scatto, preso in un angolo del centro che ora non esiste più.

Al di là della curiosità fotografica me lo disse perché la cartolina era stata spedita nel dopoguerra da una donna che la inviò a una famiglia italiana a Mons.

Progettare tempeste

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di Dario Valentini

E una foresta di mani bianche ghermì l’uomo dentro il palazzo. Ballerini finì di ascoltare la traccia. Le cuffie interrate nelle orecchie. Lo sguardo correva sulla gente della Padova bene che passeggiava davanti al duomo. Medi imprenditori fasciati da doppiopetti dall’indubbio charme destrorso. Insegnanti di filosofia infilati in maglioni austeri che si intonavano bene con i capelli bianchi. Torme di ragazze riccastre senza l’ombra di una paura negli occhi con le loro gonne di tweed.

Ikebana

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Di seguito pubblichiamo il racconto Ikebana, contenuto nella nuova edizione de L’amore e altre forme d’odio pubblicata da La nave di Teseo. Il volume è tornato in libreria dopo quattordici anni dalla sua prima versione einaudiana. Ringraziamo editore e autore.

di Luca Ricci

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La bambina lancia la palla sul muro, poi batte le mani. Riesce a batterle due volte. Al terzo battito la palla le arriva addosso, non fa in tempo. Ci riprova e ancora fallisce. Ma sembra quasi che la diverta più sbagliare.

“Mamma è in casa?” chiedo, mentre il rumore della palla e delle mani si alterna.

“Sì.”

“Posso?”

La bambina blocca la palla. Se la mette sottobraccio, poggiata all’anca. Ha la magliettina imbrattata di polvere e i pantaloni lisi sulle ginocchia.

L’impossibile chiedere. Un racconto su Alceo e Saffo

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di Edoardo Rialti

Da bambino impara la crudeltà e la poesia. Entrambe lavorano il suo corpo, modellano i calli su mani e piedi. Atterra i compagni nella lotta e batte i piedi al ritmo del coro, ma il suo è già un canto solitario, presto comincia a recitare per il padre a cena con gli amici, mentre fuori piove. Gli uomini sono coronati d’edera, ridono e schiamazzano, afferrano le serve e i coppieri, ma annuiscono all’uccellino biondo che trilla Omero, ondeggiano il capo con l’esametro e si complimentano col padrone di casa, chiedono al bambino di alzare le braccia per esaminare se gli spuntano i peli. Un vecchio si copre la faccia col mantello e piange.

Nei pomeriggi d’estate resta sdraiato sotto il ciliegio del giardino, sulla panca del tavolo. Si risveglia nella calura e abbassa lo sguardo alla linea del petto che si alza piano, alle gocce di sudore. Un moscone ronza appena sopra le gambe, per poi sfrecciare via. Aspetta padre e madre di ritorno dalla città.