The heel of a loaf

JOHN BERGER

Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all’intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

Il futuro, quando càpita

igdo

La redazione di minima&moralia vi augura un buon anno con un racconto di Giordano Meacci, Il futuro quando càpita. Il racconto è stato scritto in occasione del Premio Città di Ciampino (vinto da Meacci nell’edizione 2016) e successivamente donato alla città, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione.

Per chi ha tredici anni a Ciampino.
Per chi li ha avuti; per chi li avrà.

Abitavo a due passi
dalla pista d’aviazione,
avevo finito d’essere bambino
il giorno prima, a Ciampino.
Vincenzo Cerami

C’è questo giorno d’estate. L’estate tra la terza media e il Quarto Ginnasio. Molto probabilmente è la fine di giugno, perché ancora non sono partito per Piegaro. L’Umbria nominale del paese di mia madre. Ho questo ricordo luminoso, e senzatregua: come il sole che martella le facciate delle case popolari, mentre sudo nella maglietta nera e nei jeans.

E. Se non ricordo male: i primi Levi’s 501. Una memoria imbarazzata di quando ci si lasciava colonizzare senza rimorso da Mr Levi Strauss: tanto noi adolescenti italiani quanto Michael J. Fox. Il Marty McFly di Ritorno al futuro. Che aveva più o meno la nostra stessa età, in quegli anni lontani in cui il futuro: il futuro – e fa quasi paura scriverlo, adesso, così corsivo e minuscolo, se solo mi metto a pensare a quello che significava per me allora – era il 2015. L’anno scorso.

Il figlio di Babbo Natale: un racconto di Giordano Meacci

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Vi auguriamo Buon Natale con un racconto inedito che Giordano Meacci ha letto in occasione del reading “Natale acido” alla libreria Giufà di Roma. Auguri da minima&moralia. (Fonte immagine)

Io sono il figlio di Babbo Natale.

No. Non si tratta di una frase a effetto per catturare la vostra attenzione. Mio padre è nato il 25 dicembre; si chiama Natale e, in quanto babbo diventa, di diritto, babbo Natale.

E per diritto di nascita io divento, senza possibilità di smentita, il figlio di Babbo Natale.

La natura delle cose

targan

Pubblichiamo un racconto del poeta e scrittore Barry Targan, inserito nell’antologia nell’antologia Harry Belten and the Mendelssohn Violin Concerto (1975), premiata con l’University of Iowa Fiction Award. Alcune storie di Targan sono sono state selezionate per l’antologia Best American Short Stories. Questo racconto è un’anteprima da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di Barry Targan

«Che cosa ha detto?» chiese di nuovo Caleb sbalordito.
«Proprio così» rispose Barbara continuando a sbucciare le patate. «È andata proprio così» aggiunse poi, ridacchiando. «Non è assurdo?».
«Cristo santo!» esclamò Caleb. Sentì una fitta dolorosa all’addome. «Prima o poi, in ogni misero paradiso sbuca fuori un fottuto serpente, non è così?». Caleb Goddard era poeta per natura e insegnante di letteratura per professione; le metafore, quindi, belle o brutte, vecchie o nuove che fossero, erano per lui una presenza naturale e quasi costante. Non che ci facesse affidamento, c’erano e basta.

Il tenente di vascello

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È nata una nuova rivista, un magazine letterario in italiano e in inglese. Si chiama “The FLR – The Florentine Literary Review”, ed è curata da Alessandro Raveggi. Ecco la versione integrale del racconto di Alessandro Leogrande, Il tenente di vascello, contenuto nel primo numero insieme ai testi di Elena Varvello, Luciano Funetta, Filippo Tuena, Marco Simonelli, Mariagiorgia Ulbar, Luca Ricci, Elisa Ruotolo. Si ringrazia “The FLR” e l’editore per averne concesso la riproduzione.

A bordo ne parlavano tutti: a occhio e croce, era a una distanza non superiore a qualche centinaia di metri. Ma Angelo riuscì a farsene un’idea solo nel momento in cui si sporse dall’aletta laterale del ponte di comando. Solo allora, tenendo stretta la visiera del cappello da ufficiale perché non volasse via, poté vedere in lontananza una piccola imbarcazione che arrancava a fatica tra le onde. Ogni angolo della sua superficie esterna era totalmente ricoperto da uomini e donne, pigiati gli uni accanto alle altre, tanto che i piedi delle persone a bordo sembravano affondare direttamente nell’acqua. Il battello si dirigeva lentamente verso l’Italia. La sua nave – una corvetta della Marina militare su cui si era imbarcato da poco tempo – le si stava avvicinando a gran velocità.

Desolation Row

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Ripubblichiamo, ringraziando l’autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

Un estratto da “Medusa” di Luca Bernardi

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal romanzo Medusa, uscito in questi giorni per Tunué.

di Luca Bernardi

Devo vedere il Mercante.

Chi?

Devo parlare con gli alieni, va bene? Ci metto due secondi.

Non puoi accontentarti della telepatia, dice il Ginger, come tutte le persone normali?

Non posso aspettare che si facciano vivi loro, dico, ho bisogno di una zona liquida.

La voce di Conrad

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Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all’Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

La carta da parati

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un racconto contenuto nella raccolta tutti bambini (egg edizioni), di Giuseppe Zucco. Il libro verrà presentato questa sera presso la libreria Giufà, a Roma (ore 19): interverrà Christian Raimo.

di Giuseppe Zucco

Alle prime luci dell’alba, il bambino si svegliò. Aprì gli occhi. Li chiuse, li riaprì. Strofinò le palpebre con i pugni, si abituò alla luce.

Come piccole dita, la luce sbucava dalle feritoie della serranda di alluminio anodizzato e illuminava la carta da parati proprio sopra il letto. Il bambino tirò di lato lo strato del piumone, poi quello delle lenzuola. Si grattò la testa. Si alzò.

Gli occhiali col pacco

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di Carmen Barbieri

Hai detto di non volerla una mia lettera. Piuttosto, hai detto, scrivici un romanzo. Con tutto questo dolore, di tutto quello che in questo dolore ti accade, “che ti devo dire Ca, scrivici un romanzo”. Continuo a sognare una casa nella quale a quanto pare, ed a quanto sembra ricordi anche tu, non abbiamo mai vissuto. Pare che non l’abbiamo nemmeno mai visitata questa casa. Eppure io l’ho sognata più volte in questi anni di vita insieme. Non necessariamente in accordo con i momenti difficili di questa nostra vita insieme. L’ho sognata anche in momenti sereni, di felicità.

L’ultima volta l’ho sognata due giorni fa. È una casa molto grande. A guardarla dall’alto è disposta come a ferro di cavallo ed ha anche il doppio ingresso. C’è una cucina importante al cui centro troneggia la penisola con il piano cottura e il lavello. È una cucina moderna, piena di luce, non riesco mai a ricordare il colore dei pensili, perché c’è sempre il sole in questa cucina, ma credo comunque che il mobilio sia chiaro. Ogni volta ci stiamo un bel po’ nella cucina perché a te piace cucinare e a me piace lo zabaione e questa cucina ha delle ciotole e delle fruste per montare bellissime.