La terza guerra mondiale

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Aveva lasciato la festa prima che finisse. Era salito in macchina. Si era risparmiato il dovere sociale di stiracchiare qualche battuta in coda a un racconto affiorato per l’ennesima volta sulle labbra di un amico.

Fu felice di farlo, e ancora più felice di filare tra i viali deserti. L’oscurità affusolava gli angoli e sfumava il profilo dei palazzi. Qualche finestra illuminata, sebbene fosse notte fonda, testimoniava una vita che non era la sua, ancora più lontana e inaccessibile.

I ragazzi dell’estate

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Pastrengo è una rivista di racconti brevi, anzi brevissimi, di 2500 battute. Siccome è una forma di narrativa poco esplorata, ripubblichiamo qui, ringraziando la rivista, il racconto che ha aperto la sua nuova stagione.

Ci eravamo dati appuntamento sul retro della scuola. Non ci vedevamo da mesi, avremmo scavalcato il cancello e giocato a calcio nel rettangolo sbiadito sullo spiazzo di cemento.

Arrivammo a singhiozzi, le biciclette lasciate alla rinfusa sulla strada, brillavano a terra i vetri delle finestre del piano terra andate in pezzi durante altre partite.

Il resto della tigre: un racconto di Raffaella R. Ferré

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di Raffaella R. Ferré

Molti anni fa è successa una cosa per cui si è sempre detto: mi ricordo che. Ma se il tempo si confonde è forse colpa del caldo, il trucco di tenere le cose vicino agli occhi mi riesce ancora: per questo tengo il passato nelle dita di una mano chiuse a pugno e nell’altra, ben aperta, le cinque soluzioni. Metterle in pratica resta una difficoltà, ma tant’è.

Questo è un modo: raccontarlo.
Questa è una storia: quella di Irene.
Che poi è la mia, ma alle volte funziona meglio darsi un altro nome, tra quelli che ti piacciono.

Annette

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Pubblichiamo un racconto inedito di Fabio Morpurgo, in uscita a fine aprile con la raccolta di storie brevi Qualcuno ha lasciato la luna accesa nel bagno soltanto per Transeuropa.

di Fabio Morpurgo

Prima di bussare alla porta, Ben Cox si perse un istante a contemplare lo zerbino. Era stato sagomato sulle forme di una rana gioiosa; non capì il motivo di un sorriso tanto ammiccante, ma poi lesse la scritta di benvenuto che reggeva tra le zampe anteriori. Vi piazzò un piede sopra per non lasciarsene distrarre, sicuro che i prossimi passi che lo avrebbero portato dentro la casa sarebbero stati gli ultimi, che l’uomo sarebbe stato là, a stringergli la mano e fargli i complimenti per il lavoro fatto. Invece, quando le sue nocche toccarono la porta d’ingresso che, con lentezza, si aprì, Ben capì che non era finita.

Tempesta solare sul posto di lavoro

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Pubblichiamo un racconto inedito di Gregorio Magini.

a S.

di Gregorio Magini

L’edificio della sede sublocale di JRS era nella zona dei servizi, il solito riattamento di condo-rudere in stile tumeur bénigne, con i dodici livelli dislocati di scaglie scure su un telaio di chaoite che imitavano rozzamente una fruttificazione fungina. Contrasto prevedibile: l’interno era ultramoderno. Fu accolta da una donna di non più di quindici anni che irradiava amichevolezza e si presentò come Bāe e la condusse su e giù per un corridoio. Sbirciò in passaggi che davano su stanze gremite in pendenza emolliente, sul modello di quegli stadi arcaici… L’illuminazione era calda, il clima tiepido, le piacque molto la prospettiva di occupare una di quelle postazioni. Bāe la introdusse in un ambiente con arredi di cellulosa.

Io, Me Stesso e i Dieci Regni

racconto inedito di francesco gallo

Un racconto inedito di Francesco Gallo: buona lettura.
1.

Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro.

Un vuoto nel linguaggio

Petunias

Pubblichiamo un racconto della scrittrice americana Marly Swick, considerata dal New York Times erede di Grace Paley e Alice Munro. Tra le sue raccolte di storie brevi ricordiamo The summer before the summer of love Monogamy, oltre al romanzo The evening news. Questo racconto è un’anteprima da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di Marly Swick

Un tempo credevo che non ci fosse mai niente di nuovo sotto il sole. Ora ciò che credo è che non ci sono quasi mai parole nuove, a eccezione di quelle per i computer, e questo è il problema. La gente diventa sospettosa quando qualcuno o qualcosa non ha nome. È un peccato contro il linguaggio, un peccato contro la comunità. Se non puoi essere etichettato, sei come un’automobile senza targa, sei sfuggente e non devi rendere conto a nessuno, eppure sei in grado di fare danni enormi. Questo è il modo in cui ti vedono gli altri, e in realtà anche tu ti senti un po’ fuori controllo, incerto e spericolato allo stesso tempo, come se i cartelli stradali fossero scritti in un alfabeto sconosciuto, e puoi fare affidamento solo sul tuo istinto in una frazione di secondo.

I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

The heel of a loaf

JOHN BERGER

Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all’intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

Il futuro, quando càpita

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La redazione di minima&moralia vi augura un buon anno con un racconto di Giordano Meacci, Il futuro quando càpita. Il racconto è stato scritto in occasione del Premio Città di Ciampino (vinto da Meacci nell’edizione 2016) e successivamente donato alla città, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione.

Per chi ha tredici anni a Ciampino.
Per chi li ha avuti; per chi li avrà.

Abitavo a due passi
dalla pista d’aviazione,
avevo finito d’essere bambino
il giorno prima, a Ciampino.
Vincenzo Cerami

C’è questo giorno d’estate. L’estate tra la terza media e il Quarto Ginnasio. Molto probabilmente è la fine di giugno, perché ancora non sono partito per Piegaro. L’Umbria nominale del paese di mia madre. Ho questo ricordo luminoso, e senzatregua: come il sole che martella le facciate delle case popolari, mentre sudo nella maglietta nera e nei jeans.

E. Se non ricordo male: i primi Levi’s 501. Una memoria imbarazzata di quando ci si lasciava colonizzare senza rimorso da Mr Levi Strauss: tanto noi adolescenti italiani quanto Michael J. Fox. Il Marty McFly di Ritorno al futuro. Che aveva più o meno la nostra stessa età, in quegli anni lontani in cui il futuro: il futuro – e fa quasi paura scriverlo, adesso, così corsivo e minuscolo, se solo mi metto a pensare a quello che significava per me allora – era il 2015. L’anno scorso.