Sulla scrittura: viaggio tra le lettere di Charles Bukowski

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Sotto il mirrorball: una storia della disco music

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di Simone Bachechi

Quando la disco music spopolava nelle sale da ballo di tutto il pianeta, nei secondi anni 80, chi scrive era ancora bambino. Il boom della disco c’era già stato e in ogni caso quel bambino, allora adolescente, aveva fatto suo lo slogan “Grazie a Dio è venerdì”, come il titolo del film del 1978 prodotto da Neil Bogart, uno dei mostri sacri della disco music, il produttore della Casablanca Records, casa discografica che ha allevato tanti dei cavalli di razza del genere, film che parla proprio di disco music. Quell’adolescente a quel tempo non aspettava altro che scatenarsi in discoteca, pur avendo ascoltato come primo disco in assoluto pochi anni prima “Dressed to Kill” dei Kiss ed essendosi lasciato contagiare dal glam rock, mentre successivamente andrà in fissa per The Smiths e farà da lì in avanti suo l’inno della band capitanata di Morrissey quando in Panic del 1986 canterà  “burn down the disco, hang the blessed DJ”, scatenando le polemiche di chi vedeva in questo brano un attacco di tipo razzistico verso la musica black, vera fonte di ispirazione del fenomeno disco.

Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.

Stregati: “L’apprendista” di Gian Mario Villalta

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di Franco Buffoni

Parrebbe beckettiano l’attacco de L’apprendista, il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, con due uomini maturi che, come Didi e Gogo, parlano meccanicamente nel freddo d’una sacrestia. Il settantaduenne Tilio è l’apprendista e diventerà sacrista titolare solo alla fine del libro, alla morte dell’ottantaquattrenne Fredi.

Ma dopo poche pagine ci accorgiamo che i due parlano davvero e che i loro racconti, e soprattutto i loro pensieri, più che a Beckett rispondono al precetto balzacchiano e poi joyciano: la giornata qualunque di un uomo qualunque diventa il più interessante dei romanzi se nulla viene taciuto, se tutto viene sviscerato. E i discorsi e i pensieri di Tilio e Fredi ci fanno attraversare il Novecento, da Salò al Giappone fino a Veronika – la badante ucraina della moglie morente di Tilio – della quale l’uomo si invaghisce.

“Il fiume tra di noi”, il romanzo postumo di Bijan Zarmandili

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di Anna Toscano

Il fiume tra di noi è il romanzo uscito postumo di Bijan Zarmandili, scrittore e giornalista che per decenni  ci ha narrato del suo Iran e della sua Italia attraverso giornali e libri.

Il fiume tra di noi è una storia di legami forti e controversi, di dolore e di amore, come in tutti i romanzi che lo scrittore iraniano ha scritto: il legame non è solamente tra le persone, ma un legame alla terra, a un paese, ai ricordi, alla storia.

Henry David Thoreau e il sentiero per Walden

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di Sara Massafra

Henry David Thoreau (1817-1862) è stato una figura cruciale per la tradizione americana del nature writing: acuto osservatore dei processi naturali, con la sua rara capacità di unire l’approccio poetico a quello scientifico, il filosofo-scienziato è stato uno dei primi autori a parlare della necessità di preservare la wilderness come riserva di nutrimento intellettuale per l’uomo civilizzato. La sua idea di rapporto con la natura fu rivoluzionaria per l’epoca, grazie soprattutto al contributo dato dal suo testo più universalmente noto Walden: Or Life in the Woods (1854).

Thoureau visse immerso nella natura, isolato dalla presenza di altri membri della sua specie e in costante compagnia di creature non umane, fino al punto di sentirsi parte integrante di questo ecosistema. La sua “vita improbabile” è stata raccontata di recente dallo scrittore statunitense Michael Sims nel suo Il sentiero per Walden, edito in Italia da LUISS University Press lo scorso anno ed è stata l’occasione per una riflessione intorno alla tradizione americana e poi europea di«scrivere la natura», di cui tuttora risentono un’eco straordinaria soprattutto gli studi tra letteratura e ecologia.

Ho fatto la spia, l’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates

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Prendiamo un arco di vent’anni. Dieci, per non esagerare. In un decennio, non sono molte le persone di cui si possa dire che, nel loro campo, sono insuperate a livello universale; le più grandi di tutte. Sì, ok, la logica suggerirebbe che non superino l’unità, ma visto che l’assolutismo è un cascamorto ogni categoria finisce per comprendere più di una medaglia d’oro nella stessa disciplina. Cosa che, pur svilendo di un poco la proclamazione e la simbologia del podio, in realtà non pregiudica la vittoria: quando qualcuno la spara grossa dicendo “Per me, X è la più brava del mondo/il più grande di tutti”, vuol dire che c’era sia la preda che la carica, non solo il silenzio giusto per far risaltare un boato. Che, cioè, i criteri sono arbitrari, ma le basi solide, rispettabili, di pubblica conoscenza.

Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

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«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco.

Afghanistan Picture Show: la versione di William T. Vollmann

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Quando i sovietici invasero l’Afghanistan volli andare lì. Aveva tutta l’aria di essere un tesoro di incubi». Queste parole restituiscono in qualche misura l’essenza dell’uomo e dello scrittore americano William Vollmann. Nel 1982 aveva ventidue anni e da circa tre era cominciata la guerra russo – afghana. Lui scelse di raggiungere il fronte. A Peshawar prima di varcare il confine ed entrare nel paese dal Pakistan, un giovane afghano, figlio di un diplomatico, gli domandò: «Che cos’è la libertà? Cos’è allora la democrazia?». Da quel conflitto ne sono deflagrati molti e sono cambiati gli schieramenti, tuttavia la questione posta in quello scenario è irrisolta.