Il Volontario di Salvatore Scibona, dal Vietnam alla ricerca di un’identità impossibile

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Sabato pomeriggio Salvatore Scibona sarà a Più Libri Più Liberi (ore 18,30, sala Antares), per raccontare il suo ultimo romanzo Il Volontario, uscito in Italia per 66thand2nd nella traduzione di Michele Martino.

Vollie Frade è un uomo da metamorfosi interiori, da molte vite nella stessa vita. Cresciuto nell’America rurale, di punto in bianco decide di arruolarsi nel corpo dei marines, ancora minorenne. C’è il Vietnam che infuria dall’altra parte dell’Oceano, e all’inquieto Vollie sembra l’occasione giusta per imboccare la sua strada.

Essere genitori e figli: “Lontano dagli occhi” di Paolo di Paolo

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Sei personaggi. Tre donne incinta agli sgoccioli di una gravidanza. Luciana, che lavora nella redazione di un giornale è innamorata dell’irlandese, sparito, forse a Dublino – subito dopo aver saputo che diventerà padre. Valentina, adolescente, inchiodata ad un banco di scuola rifiuta Ermes che l’ha messa incinta; Ermes giovanissimo che non sa dove mettere le mani, e le famiglie dietro, come un muro di ostinata negazione.

E infine Cecilia, che vive tra la strada e una casa occupata, che gironzala con il suo cane Giobbe: testimone silenzioso, ombra, compagno di vita, alla quale la ragazza si affida come fosse lui, un padre. Lei aspetta il figlio di Gaetano, il più “disponibile” dei padri di questa storia, con il quale però manca l’affinità. L’amore non è una faccenda scontata.

Annie Ernaux. Un memoir e un saggio

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“Ho scritto a P. che ero incinta e non volevo tenerlo. Ci eravamo salutati incerti sul seguito del nostro rapporto e provavo una certa soddisfazione nel turbare la sua indifferenza, anche se non mi facevo nessuna illusione sul profondo sollievo che gli avrebbe arrecato la mia scelta di abortire. Una settimana dopo, Kennedy è stato assassinato a Dallas. Non era già più qualcosa che mi poteva interessare.”

Qualche anno fa ho scritto un pezzo “Fotografie di Ernaux”, credendo (ingenuamente, lo ammetto) di aver esaurito il discorso su di lei, averlo esaurito per quello che riguarda l’aspetto critico, non certo dal punto di vista del lettore, non pensavo allora e non penso oggi di poter smettere di leggerla. Sono stato ingenuo perché è evidente che la scrittura di Ernaux si rinnova di volta in volta e mai esaurisce l’elemento biografico, il racconto della memoria, il suo trasferimento dentro un diario collettivo in cui ci si può specchiare, spaventarsi, commuoversi, fare i conti con il tempo che ci riguarda, con quello che ci è capitato o che abbiamo scampato, imparato, conservato, dimenticato.

La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso

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«Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo»: questa citazione di Goethe, scelta da Roberto Calasso come esergo e titolo del suo ultimo libro, Il libro di tutti i libri appunto, riassume il modo in cui lo scrittore ed editore di Adelphi approccia i testi dell’Antico Testamento che sono il cuore di questa suo nuovo lavoro.

Alla maniera di Goethe, negli undici capitoli che compongono questo libro Calasso si fa guidare dalla Parola, misterica e complessa, fino quasi a perdere l’orientamento: ma proprio in quel preciso momento l’autore sembra trovare l’illuminazione di cui parla lo scrittore tedesco, la linfa per poter procedere fino all’illuminazione successiva in un virtuoso e continuo percorso interpretativo.

Psycho-Analisi

Pubblicato per gentile concessione dell’autrice e Bookforum, dove è stato originariamente pubblicato. Traduzione e cura di Vincenzo Latronico. Le citazioni dal libro sono nella versione italiana a cura di Giuseppe Culicchia.

di Andrea Long Chu

“Non ho mai preteso di essere un esperto di millennial,” scrive Bret Easton Ellis verso la metà di Bianco, e il lettore vorrebbe disperatamente che ciò fosse vero. Ellis deve la propria fama soprattutto ad American Psycho, uscito nel 1991, un romanzo di culto su un serial killer di Wall Street ossessionato dalla propria immagine, uno speculatore psicotico di nome Patrick Bateman; nell’adattamento cinematografico è stato interpretato da Christian Bale.

Scrivere di cinema: Downtown Abbey

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di Giuseppe Fadda

L’annuncio di un film tratto da una serie televisiva è sempre colto da un misto di entusiasmo e apprensione, entrambi perfettamente legittimi. Alcuni finiscono per diventare il giusto, sentito coronamento di una serie (un esempio recentissimo è El Camino: A Breaking Bad Movie), altri per essere considerati come stanchi esercizi che puntano sulla nostalgia e poco altro (come i due film tratti da Sex and the City).

Il film di Downton Abbey, l’amatissima serie inglese sull’aristocratica famiglia Crowley, non è né l’una né l’altra cosa: da un lato, soffre per la debolezza della storyline principale, che viene costantemente oscurata dalle innumerevoli sottotrame; dall’altro, cattura ancora alcuni degli elementi che rendono la serie così affascinante.

Una storia di solitudine e coraggio: “Malintesi” di Bertrand Leclair

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Un istante di voluttà cieca rivela un evento tragico che travalica ogni previsione: precede la consapevolezza dell’imminente capovolgimento e metamorfosi dell’esistenza. Si insinua in quello scarto temporale Bertrand Leclair per investigare, attraverso Malintesi (traduzione di Marco Lapenna, Quodlibet, 2019), gli esiti di una storia individuale rilevante perché sintomatica della storia dei sordi del Novecento, dominata dalla “tendenza degli uomini a disintegrare l’umano, a condannare ciò che di vivo c’è nel vivente”.

Leclair raffigura la percezione di profonda solitudine vissuta dal suo protagonista, Julien, figlio secondogenito di Yves Laporte e di Marie-Claude Legrand nato con una sordità profonda nei primi anni Sessanta a Lille. “L’altro si rivela identico eppure diverso, irriducibilmente, perché nessuno saprà mai cosa vuol dire essere sordi se non è sordo”.

Ribellarsi nell’America segregazionista. “Un altro tamburo” di William Melvin Kelley

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di Giorgia Sallusti

«What we did was to help our generation realize
They got to get busy cause it wasn’t gonna be televised.»
Gil Scott-Heron, Message to the Messengers

In The Tempest, scritta intorno al 1610, William Shakespeare arma Prospero delle seguenti parole: «But as ’tis, we cannot: he does make our fire, fetch in our wood, and serve in offices that profit us. What ho! Slave! Caliban! Thou earth, thou!», e così nel primo atto entra in scena Caliban lo schiavo. È selvaggio, bestiale, deforme, «fango» lo chiama Prospero; soprattutto, Caliban è nero. Caliban è fango anche per i personaggi di The Turner Diaries (in Italia per Bietti editore col titolo La seconda guerra civile americana), romanzo distopico di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce) del 1978, manifesto e bibbia dei suprematisti bianchi ancora oggi. Macdonald-Pierce ipotizza una guerra civile che porti alla pulizia etnica di tutti i non bianchi (neri, asiatici, ebrei), spazzati via dal Nordamerica, e renda finalmente gli Stati Uniti lo specchio della Gerusalemme celeste cantata nell’Apocalisse di Giovanni. Ma se i neri scomparissero dall’America, sarebbe davvero così? E se ne andassero di loro spontanea volontà?

Psycho come non l’avete mai letto. “Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello

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di Dario De Marco

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabag è il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

Tra fantastico e videogame: le avventure di Talib

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di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.