This is not an exit. “Lions” di Bonnie Nadzam

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Una distesa piatta e asciutta di terra gialla bruciata dal sole, battuta dal vento, in mezzo al nulla. Fattorie. Un pugno di case basse, circondate da campi di grano e raggruppate intorno a una Main Street su cui si affacciano un diner, un bar, una ferramenta. Una chiesa, quasi sempre. Una cisterna dell’acqua o la vecchia torre di un mulino a vento, a volte. Magari una piccola scuola elementare, lo scheletro di una fabbrica abbandonata: residui di un passato non troppo remoto in cui ancora si coltivavano, oltre al grano, irrazionali ambizioni di crescita. Sagre paesane alcoliche e danzerecce. Popolazione perlopiù di mezza età, molti anziani, qualche bambino, pochi adolescenti; contadini, allevatori, un predicatore, il pazzo del villaggio, alcuni commercianti rimasti a gestire la manciata di negozi ancora in attività. Solitudine, antichi rancori, solidarietà. Ai margini del centro abitato una o due stazioni di servizio. Oltre i confini urbani, lungo le interstatali, cartelli e segnali stradali a indicare che sì, malgrado tutto un mondo là fuori esiste e si annuncia con le gigantesche e pacchiane insegne al neon di bowling, fast food e motel.

Steinbeck in Vietnam

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«Questa guerra in Vietnam lascia molto confusi non solo i vecchi osservatori come me, ma anche quelli che a casa leggono e cercano di capire. È una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie. È dappertutto, come un gas finissimo e onnipresente», scrisse John Steinbeck dall’Hotel Caravelle di Saigon, che lo ospitava, in un dispaccio del 14 gennaio 1967.

Steinbeck, già sessantaquattrenne, e la moglie Elaine atterrarono alla base aerea di Tan Son Nhut, Vietnam del Sud, il 10 dicembre 1966. Li aveva anticipati il figlio John IV, richiamato di leva, militare di stanza a Saigon. L’altro figlio Thom si era arruolato volontario e si preparava a partire appena finito l’addestramento essenziale a Fort Ord in California. Lo scrittore, insignito quattro anni prima del Nobel, ansioso di raggiungere il fronte, era animato dalla personale urgenza per la precisione delle parole. In ossequio all’idea che per scrivere bene di qualsiasi argomento, devi amarlo od odiarlo profondamente, e che in un certo senso è uno specchio della propria personalità.

Macbettu: una tragedia arcaica e barbaricina

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Il teatro di Alessandro Serra e del suo Teatropersona è sempre carico di immagini di grande impatto. Ma il suo ultimo lavoro, “Macbettu”, che mette in scena il classico shakespeariano in dialetto barbaricino, ha qualcosa in più. Le immagini dello spettacolo hanno una potenza arcaica, violenta, bella e terribile allo stesso tempo, e il dialetto (per me come per altri incomprensibile) apre un paesaggio sonoro non meno livido e affascinante di quello visivo. Ma, incredibilmente, quello che cuce insieme questi elementi lividi è una sotterranea ironia, un’ilarità ctonia e gotica, che per una volta non sabota il dramma, addomesticandolo in commedia, ma lo esalta.

Serra ha indagato il rituale del carnevale della Barbagia, le sue connessioni con i riti arcaici, e ha trasformato danze, sonorità, visioni in materiali per il suo Macbeth in barbaricino.

Shakespeare parla napoletano. Punta corsa reinventa la Commedia degli Errori

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Difficile dire se è Punta Corsara ad aver sposato il genere della farsa o, piuttosto, è la farsa ad aver sposato la compagnia napoletana. Fatto sta che se oggi questo genere vive una nuova stagione fuori dai cliché e si innesta, pur restando un’operazione autenticamente comica, dentro i linguaggi del teatro d’arte più puro e attuale, questo lo dobbiamo soprattutto alla compagine di artisti diretta da Emanuele Valenti. Che nella sua riscrittura della “Commedia degli errori” di Shakespeare vede una drammaturgia collettiva (Marina Dammacco e Gianni Vastarella con lo stesso Valenti) a testimonianza della forte connessione creativa di questo gruppo, che è oggi una delle realtà più interessanti del panorama teatrale.

Teatro per ragazzi: “La divina commedia” e “Il Flauto magico”

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La sezione Teatro Ragazzi del Teatro di Roma rappresenta uno dei laboratori attualmente più interessanti per introdurre i bambini alla scoperta della cultura.

Non diciamo alla scoperta dell’arte, perché come mi disse una volta il Premio Andersen Jutta Bauer: “I bambini hanno già in loro l’arte e la sensibilità estetica: va solo risvegliata e nutrita, senza reprimerla con schemi vincolanti o regole artificiose”.

Nel ricco cartellone della stagione passata, due iniziative in particolare hanno colpito la nostra attenzione, per l’ardua ambizione di tradurre opere di importanza capitale, e di complessa ricchezza simbolica, in una forma e un linguaggio comprensibili e coinvolgenti per i bambini, raggiungendo un degno equilibrio tra le necessità della divulgazione e il rispetto dei capolavori.

Scrivere di cinema: Nerve

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Elena Magnani

Il rumore del computer che si accende. Spotify, riproduzione casuale. La mail dal college che non ha il coraggio di accettare, perchè è troppo lontano, perchè è troppo costoso. Una notifica su facebook del ragazzo che le piace e che non sa nemmeno il suo nome. Poi la sua migliore amica la chiama su skype, le manda il link di un nuovo gioco che sta spopolando su internet: Nerve.

Lei si chiama Vee e basta la sequenza introduttiva del film per presentarla. Come tutti i suoi coetanei, è una ragazzina insicura e immersa in una realtà virtuale diventata propaggine di quella concreta. Così anche il suo rito di passaggio verso l’età adulta si trasforma in una versione 2.0, tecnologica, social: appunto in Nerve (in italiano “fegato”, “coraggio”). Per giocare basta scegliere tra Spettatore e Giocatore.

Quando i padri scrivono ai figli

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Se per Lord Chesterfield a metà ’700 il padre è chi scrive lettere al figlio per chiarirgli quali comportamenti adottare in società, è sempre per via epistolare che durante la detenzione Antonio Gramsci raccomanda ai figli lontani di mangiare con appetito e studiare con profitto, facendo di nuovo coincidere paternità e scrittura.

Una paternità che muta nel tempo la sua sostanza: da visione del mondo salda e tetragona diventa sempre più vaga e fugace (dunque sempre più umana). Così che a inizio ’900 Kafka immagina un padre che provando a tagliare una forma di pane con un coltello non riesce neppure a intaccare la crosta: «Non è più strano che una cosa riesca anziché che non riesca?», domanda ai figli perplessi.

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout

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(fonte immagine)

Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper.

Dal Cantico dei Cantici al Burning Man. Roberto Latini e Maniaci d’Amore a Primavera dei Teatri

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(fonte immagine)

Primavera dei Teatri, a Castrovillari, resta uno degli appuntamenti irrinunciabili della stagione festivaliera, non solo per l’atmosfera gradevole che si respira ma anche perché, con la sua collocazione alla fine delle stagione teatrali, riesce sempre ad essere un’antenna puntata sul nuovo, sugli spettacoli in formazione, sulle visioni che il teatro ci regalerà in un futuro prossimo.

È così ad esempio per il «Cantico dei Cantici» di Fortebraccio Teatro, che Roberto Latini ha presentato – in anteprima nazionale – in una versione affascinante e spiazzante. Il libro biblico attribuito a re Salomone, celebre per le sue descrizioni dell’amore, è in realtà un testo di derivazione mesopotamica ed è probabilmente un canto nuziale. La sensualità che trasuda dalle pagine del Cantico lo rendono un testo atipico del corpus biblico – Dio non viene mai nominato, sostituito dalla pervasività dell’amore di cui è principio ispiratore – e anche uno dei più conosciuti e amati dell’Antico Testamento, trattato come un oggetto di letteratura pura, prima ancora che come un testo sacro.

Paesaggi contaminati: letteratura e reportage secondo Martin Pollack

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Martin Pollack sarà tra gli ospiti internazionali di Geografie sul Pasubio, quattro giorni di trekking tra i rifugi e le malghe del Monte Pasubio, tra la Provincia di Trento e quella di Vicenza, con incontri dedicati al reportage, al racconto dei luoghi e degli uomini.

«Lavorare a Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre ha significato anche distruggere la mia infanzia. Ho avuto un’infanzia meravigliosa, tanto amato dai miei nonni che mi hanno allevato. La mia ricerca mi ha messo spietatamente davanti agli occhi il fatto che essi non erano solo affettuosi nonni, ma anche protervi nazisti, pieni di odio e disprezzo per gli altri, slavi ed ebrei. La distruzione della propria infanzia è un’impresa pericolosa e non so se riuscirò mai a superarla», ha raccontato una volta Martin Pollack a Claudio Magris.