Patrizia Cavalli apre la credenza dei racconti. “Con passi giapponesi” e lo stupefacente narrare

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di Anna Toscano

Patrizia Cavalli ci ha viziati di versi per oltre quarant’anni, con uscite di libri di poesie a distanza sincopata uno dall’altro, così da assecondare la voglia di alcuni di leggere cose nuove sue, abbreviare l’agognato bisogno di cert’altri di una sua silloge, irretire i distratti che già non la pensavano troppo spesso, salvare i sommersi da altri libri di poesia di dubbio valore, squinternare la critica sempre in attesa di una scivolata per urlare a gran titoli sull’autore in ribasso, stanare lettori non abbastanza attenti alla poesia e intrappolarli per sempre.

Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan

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di Eugenio Giannetta

C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

Gli appunti di Philip Ó Ceallaigh per una nuova guerra segreta

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Philip Ó Ceallaigh è un tipo che ha viaggiato,spesso in posti non esattamente confortevoli. Nei suoi racconti si riverbera l’inquietudine di una vita ruvida e raminga, la componente essenziale nello strumentario di quello che potremmo definire un caustico professionista dell’esistenza. Sprovveduto sarebbe il lettore che pensasse di avventurarsi senza protezioni nel suo universo narrativo, di esporsi a quella pioggia di passione e cinismo che costituisce la sua ipnotica scrittura.

Nel 2016 è con la sua prima antologia, Appunti da un bordello turco, che Racconti edizioni ha inaugurato il suo debutto nell’editoria indipendente; un percorso felice, di cui Ó Ceallaigh resta una specie di nume tuteleare –  soprattutto quest’anno, in cui è tornato a sfamare il nostro bisogno di indecenza e poesia con La mia guerra segreta. In questa nuova raccolta i precedenti Appunti si sublimano, svelando intenzioni se possibile ancor più spericolate e funamboliche, in cui lirismo e maleducazione si accoppiano sempre con grande e riuscito furore.

Una lista di lettura: quattro saggi stimolanti su argomenti molto diversi

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Come cambiare la tua mente, Michael Pollan, Adelphi (traduzione di Isabella C. Blum)

Un libro, soprattutto su un tema complesso e scivoloso come questo, può ovviamente essere letto in più modi e molteplici sono anche le interpretazione che ne escono. Eppure, e sicuramente proprio a causa della delicatezza dell’argomento, in brevissimo le applicazione scientifiche degli psichedelici e il loro rapporto con la mente, un certo puritanesimo finisce per emergere con forza (si veda la recensione su Repubblica di Stefano Massini).

Si tratta però di letture fuori fuoco, che scambiano questo libro di Pollan, critico gastronomico, autore di deliziosi libri tra il saggio e la forma narrativa come Cotto o Il dilemma dell’onnivoro, per ciò che non è, ovvero un’istigazione all’uso di psichedelici («Per cui, non me ne voglia Pollan, ma alla sua domanda “Come cambiare la tua mente”, risponderei “con un sano bagno di realtà”.

Distanza ravvicinata, le storie dal Wyoming di Annie Proulx

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Photo by Tara Evans on Unsplash

“Le loro ombre scivolavano sotto i loro piedi come vernice versata.”

Di molti stati nord americani sappiamo immediatamente se si trovino a sud, a nord, a est o a ovest. Sono gli stati che forse abbiamo visitato o che, più probabilmente, la letteratura e il cinema ci hanno raccontato.

La California di Joan Didion, il Texas di Lansdale, il Texas allargato in  New Mexico e in Messico di Cormac McCarthy, il New Jersey di Roth, la New York di De Lillo, e potremmo proseguire con scoperte più recenti come quella , ad esempio, del Colorado di Haruf, o andando molto indietro fino al sud creato da Faulkner. In coda a questa splendida e inesaurita mappa letteraria compare il Wyoming di Annie Proulx, più a nord del Colorado, appena sotto il Montana. Un territorio selvaggio, circondato da ogni cosa e perduto in mezzo al niente.

La profondità delle superfici di Francesco Longo

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Photo by Joshua Earle on Unsplash

Chi di noi, leggendo Il giardino dei Finzi-Contini, non si è un po’ innamorato di Micol? Chi non si è perso a immaginare di trascorrere insieme a lei un pomeriggio, attraversare con lei il giardino,gustando il suo modo di fare e la sua ironia? Chi non ha sognato di entrare nel suo mondo privilegiato, pur destinato a una così tragica caduta?

Francesco Longo, nel suo primo romanzo Molto mossi gli altri mari, non soltanto mostra la propria predilezione per Micol, ma si appropria di questo personaggio, le regala una nuova esistenza, una capigliatura riccia e regale, degli occhi azzurri con al loro interno dei riflessi lunari, e la pone al centro dell’immaginazione di Michele, il giovane narratore protagonista del romanzo.

Pratiche della fraternità. A proposito del film Il mangiatore di pietre di Nicola Bellucci

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di Baldassarre Caporali

Il titolo del film di Nicola Bellucci, Il mangiatore di pietre, si svela soltanto alla fine, e allude ad un rituale di coraggio dei passeurs, ma la pietra fa di più, poiché dà forma e colore ad un paesaggio aspro, avverso, resistente alle aspirazioni e all’immaginazione dell’umanità che si avvita in esso, stordita e prigioniera. Il sole non brilla mai, e neppure rischiara; la luce diurna imbarca quella notturna ed i passaggi cruciali della storia avvengono di notte. Gli interni sono ruvidamente ascetici, così da rendere nude le parole che vi si scambiano, mentre quelle parole, a volte importanti, che rompono il silenzio delle montagne, sono avvolte in una luce crepuscolare.

Il paradosso dell’Islanda

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Partiamo da un paradosso: l’Islanda esiste, eppure non esiste. Quel territorio che compare all’improvviso, quando l’Europa è quasi terminata e sta per cominciare l’immensa distesa bianca della Groenlandia, è in grado di raggiungere livelli di concretezza così vertiginosi – l’Islanda sembra la sintesi di tutti i modi in cui la materia può essere presente sulla Terra – da farsi percepire come un luogo immaginario.

Un Altrove radicale, che può però essere raggiunto in qualche ora di volo.

Dentro “La favola di New York” di Victor LaValle

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Mondi sotterranei, e leggende antiche o moderne, sono destinati a intrecciarsi in una metropoli inesplorata, ai confini tra una storia di H.P. Lovecraft e le visioni da incubo di Shutter Island. Tutto questo accade dentro un libro d’avventura postmoderno e traboccante, Favola di New York, il quarto romanzo di Victor LaValle, uscito per Fazi nella traduzione di Sabina Terziani.

Siamo dunque a New York. L’antefatto ci porta nell’inverno del 1968, nei giorni dello sciopero dei netturbini che inondò la città di rifiuti ammassati lungo strade e marciapiedi, con «i ratti che facevano jogging insieme alla gente»; la favola, tuttavia – una favola nera, gotica come potrebbe essere una storia dei fratelli Grimm riscritta da Stephen King – si svolge nella sua pienezza ai giorni nostri, seppure in una dimensione oscura, o meglio, praticamente invisibile.

“Cheese”, il bellissimo esordio di Zuzu

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di Simone Tribuzio

Prima tavola: due ragazze in ginocchio sul letto si scambiano un po’ di effusioni, per ritrovarsi poco dopo sdraiate nel pieno del loro atto sessuale. “Uh Zuzu guarda! Che disagio… solo ora capisco cosa fanno a letto le lesbiche”.

Chissà che film si era fatto in testa il suo amico Dario, prima di sedersi su una delle poltrone polverose del cinema di provincia (nella seconda tavola) per vedere La vita di Adele, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2013. Ma l’attenzione – così come l’occhio – di Zuzu è rivolta ad un ragazzo che sta per uscire dalla sala: un giovane affascinante (a suo dire) di nome Rocco.