Scrivere di cinema: Una questione privata

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

Milton deve morire?

di Marco Castelli

Il “nebbione” sale, coprendo le colline più basse ed i tetti dei casolari, nascondendo tanto le strade quanto le ragioni e le follie dei personaggi in uno stesso candido “mare di latte”. I colori risaltano come le gocce di rugiada sugli steli montani in questo film dalle parole centellinate, dai silenzi che si perdono tra un colpo di tosse ed una raffica di mitra, dai visi che scompaiono tra il basso bosco od il fumo di sigaretta.

Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani

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Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni

Walter-Veltroni

di Christian Raimo Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa […]

L’Apocalisse non profetica di Calasso: “L’innominabile attuale”

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di Daniele Capuano

Non poche pagine de L’innominabile attuale possono dare al lettore un’impressione insieme corretta e parziale: sembreranno lampeggiamenti aforistici appartenenti al migliore lignaggio del “pensare breve” novecentesco, alcuni definitivi, fino alla perentorietà apodittica. Si tratta senz’altro di passi in cui il percorso argomentativo e la fatica meditativa rimangono velati o nascosti, ma proprio in quanto sono il precipitato di una riflessione iniziata almeno ai tempi de La rovina di Kasch, indubbiamente l’opera fondamentale di Roberto Calasso, che oltre a intrecciare i fili di un’indagine religiosa, storica e filosofica immensa, si presentava come un semenzaio ancora in attesa di tempo, acqua e luce per fiorire pienamente.

Quello che accade ai nostri corpi: “Ipotesi di una sconfitta” di Giorgio Falco

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I corpi, la luce, le voci. A partire da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 – dove raccontava il deflagrare del lavoro a cavallo tra il ventesimo secolo e il principio del nuovo millennio –, l’ossessione letteraria di Giorgio Falco continua a essere, coerente e inesorabile, l’avventura della materia umana alle prese con le metamorfosi della Storia.

Capace come pochi di concentrarsi sui fenomeni più minuti e di trasformarli in linguaggio, per Falco narrare è descrivere che cosa accade ai nostri organismi esposti ai paradossi e alle deformazioni del tempo, che cosa accade alla nostra pelle, agli occhi, alle bocche, agli arti, ai muscoli ai tessuti; che cosa accade allo spazio fisico in relazione alle merci e al denaro, che cosa accade al lavoro, osservato – attraverso una specie di incanto analitico – nei suoi più infinitesimali meccanismi.

Le lezioni di Jurij Lotman

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«Gente. Destini. Quotidianità», «I rapporti tra le persone e lo sviluppo delle culture», «Cultura e intellettualità», «L’uomo e l’arte» e «Puskin e il suo ambiente»: sono questi i titoli dei sei cicli di incontri tenuti da Jurij Lotman, tra i più grandi pensatori e studiosi del Novecento, tra il 1986 e il 1992, ideati per una serie televisiva dal titolo Conversazioni sulla cultura russa, che aveva il non facile compito di offrire al popolo russo un ritratto e la loro memoria, e che adesso Bompiani propone in libreria nella sempre tanto algida quanto felice collana degli Studi, con la traduzione di Valentina Parisi e la cura e l’introduzione di Silvia Burini, appassionata studiosa di Lotman che omaggia con un saggio introduttivo che restituisce i movimenti principali del suo pensiero.

L’immobilità del passato. Su “Etica dell’acquario” di Ilaria Gaspari

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Per i pesci, l’acquario è un luogo protetto, un territorio tutelato in cui essi possono nuotare – al riparo da invasioni o minacce esterne – senza temere per la propria incolumità. È un ambiente artificiale che simula solamente la vita vera, senza esporre a rischi i suoi abitanti, e nel quale, dunque, i pesci possono evitare di mettere in atto gli stratagemmi di cui la natura li ha dotati per difendersi dai pericoli. In tal modo essi non solo perdono l’attitudine alla salvaguardia di sé, ma si abituano a un’esistenza falsata, che non gli consentirà mai più, in futuro, di tornare a vivere nel loro ambiente naturale.

Annotare la vita: su “Andanza” di Sarah Manguso

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Questo pezzo è apparso su Repubblica, che ringraziamo.

«Potevo attribuirmi un ricordo anche senza accedervi con il linguaggio?» Vale a dire: che cosa succede al tempo, sia esso il presente o il passato, se le parole non gli danno scheletro e forma, se la scrittura non evidenzia e trattiene ciò che è accaduto, arrivando addirittura a inverarlo?

Sono le domande che scorrono in filigrana in chi, affidandosi alla pratica quotidiana del diario, si ritrova a pensare che fin quando i cosiddetti fatti non si materializzano in frasi potrebbero anche non essere reali, addirittura potrebbero non essere accaduti davvero.

L’America di Colson Whitehead

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Sarebbe bello inventare una parola per la tensione che si crea durante la lettura di alcuni libri d’avventura, quelli – nello specifico – come I viaggi di Gulliver, o La macchina del tempo, in cui a ogni approdo segue una fuga o uno smarrimento, e poi una nuova scoperta spesso peggiore della precedente. La parola dovrebbe descrivere l’angoscia che anticipa il nuovo scenario: Brobdingnag dopo Lilliput, il futuro dei lepidotteri dopo l’anno dei morlocchi. Non è proprio suspense, perché ha in sé qualcosa di esasperante, un misto discorde tra curiosità e misericordia. Cosa succederà a questo epigono di Ulisse? Dove finirà? E soprattutto: in quante terribili vie nuove possiamo comparire, una volta lasciata la via vecchia?

“Dimenticare”, il nuovo romanzo di Peppe Fiore

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di Marco Di Marco

Daniele, ha gestito per anni con il suo più scapestrato fratello Franco – promessa infranta del calcio regionale – un lido sulle spiagge di Fiumicino, e ha rimediato più volte ai casini in cui Franco si è cacciato (quasi sempre questioni di soldi, e a volte venendo a contatto con la criminalità di provincia), ma all’improvviso decide di tagliare i ponti. Dicendo di andare in Messico si ritira sulle montagne laziali, nel paesino di Tricase, a rimettere in funzione il bar di una stazione sciistica chiusa. Resta lì tredici anni, ai margini del bosco in cui dicono si aggiri un orso che sarebbe responsabile della misteriosa morte di una ragazza.