La ragazza nel portabagagli: storia del genio incompreso che qualcuno chiamò «il vero Fitzgerald»

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Nella sua postfazione intitolata Appuntamento a Gibbsville, Stefano Friani racconta tutto ciò che c’è da sapere sull’identità di John Henry O’Hara: il brutto carattere, il disperato bisogno di un doppio, i meritati benché intermittenti e tardivi successi (tra cui il National Book Award del 1956), la militanza presso il New Yorker e la mastodontica produzione letteraria – sedici romanzi e circa quattrocento racconti, che pure non riuscirono a fargli conquistare la simpatia di un pubblico che si sarebbe equamente diviso, sul suo valore di uomo e scrittore, tra scettici e ammiratori.

Mettere in pausa la realtà. Microfictions di Régis Jauffret

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“Tutto cominciò come un giorno normale solidamente aggrappato alla realtà”.

Con Microfictions (traduzione di Tommaso Gurrieri, pp. 1018, € 25, 2019, Edizioni Clichy), Régis Jauffret esplora il campionario umano attraverso un costante rinnovamento della rappresentazione del mondo fisico contemporaneo e della realtà sensibile, mettendo in scena atti brevi in cui rendere il dolore attraverso il paradosso, l’assurdo, il caricaturale. Definito un’opera-monstre, tradotto in dodici lingue e insignito del Prix Goncourt del racconto, Microfictions rappresenta l’esito più alto di un percorso d’indagine sull’umano intrapreso già nelle prime opere, dall’esordio nel 1985 con Seule au milieu d’elle, sino al primo successo con l’uscita nel 1998, di Histoire d’amour, e a narrazioni insignite di riconoscimenti significativi come il Prix Décembre per Univers, univers o il Prix Fémina per Asiles de fous, che avrebbero consacrato Jauffret come uno degli esponenti di maggior rilievo della letteratura francese contemporanea.

Delicatezza ed empatia: il songwriting di David Allred

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Una versione più breve di questa presentazione del nuovo disco di David Allred è uscita sul numero di gennaio di Blow Up.

La premessa dovuta è che il precedente “The Transition”, uscito poco più di un anno fa, è stato per chi scrive uno dei migliori album del 2018, una raccolta di dieci tracce con le quali David Allred ha proposto una forma di cantautorato assolutamente inedita, ipnotica, paralizzante nella sua bellezza, anche grazie alle partiture d’archi e ai synth di Peter Broderick, nome di punta dell’avan-garde folk contemporaneo.

Per il nuovo lavoro “Alone On Friendship Island” David decide di normalizzare il suo songwriting e, pur continuando a preferire atmosfere minimali e neoclassiche, di misurarsi con la forma canzone e tornare ai rivoluzionari dell’introspezione, Nick Drake su tutti. Il risultato è ancora una volta eccelso. Con tutta probabilità il nostro rimarrà un artista per pochi, eppure il consiglio per chi ha la sensibilità necessaria ad entrare in punta di piedi dentro certe gradazioni del grigio è di non perdere l’occasione di assaporare il brivido della sua raffinatissima musicalità.

Nessuno è come qualcun altro: quindici nuove ragioni per vivere nell’ultima antologia di Amy Hempel

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«Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

Scrivere di cinema: “Alla mia piccola Sama”

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di Elisa Teneggi

“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.” Queste le parole che, nel 1942, il filosofo francese Albert Camus, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, poneva a sigillo del suo saggio Il mito di Sisifo. Lo scritto, testo fondante dell’Esistenzialismo d’Oltralpe, analizza la condizione umana attraverso il paragone con l’eterno castigo del greco Sisifo, condannato dagli dèi a spingere per l’eternità un pesante masso verso la cima di una montagna. E invano: appena raggiunta la sommità, la pietra sarebbe rotolata indietro, rendendo vane le fatiche del dannato.

Raccontare l’America contemporanea: “The Free” di Willy Vlautin

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Sarà poco ordinario, ma se cercate un gran romanzo americano bisogna rivolgersi a Willy Vlautin, di professione cantautore, attivo a partire dagli anni Novanta con una band, i Richmond Fontaine, probabilmente poco nota ma di cui vale la pena recuperare la discografia; piaceranno, soprattutto a chi ama un certo rock alternativo venato di country.

Originario di Portland, Oregon, dove gli Stati Uniti iniziano a diventare un estremo Nord, Vlautin ha scritto cinque romanzi; il primo, The Motel Life, è uscito nel 2006 guadagnandosi subito un buon credito tra le pagine culturali dei più importanti giornali americani. The Free, il penultimo, è pubblicato in Italia da Jimenez, per cui era già uscito l’anno scorso Io sarò qualcuno, una storia polverosa di boxe e ambizioni destinate a fallire.

Heridas: la nuova letteratura colombiana

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“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare.  Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri.

Requiem per esistenze negate e taciute. Paese perduto di Pierre Jourde

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Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo.

Dopo una lunga fase di eclissi, l’interesse dei lettori italiani per la narrativa francese contemporanea si è, negli ultimi dieci anni, non solo ridestato, ma acceso di passione. Ciò è avvenuto, in prevalenza, grazie al lavoro di alcune piccole case editrici che hanno saputo scegliere e promuovere autori di già solida reputazione in Francia, ma prima pressoché ignoti al pubblico italiano.

Il caso più emblematico è quello di Annie Ernaux, scrittrice esigente, aliena alle mode editoriali, eppure diventata in Italia un successo di libreria grazie a L’orma editore.

Scrivere di cinema: Judy

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di Elisa Teneggi

C’è un posto blu, sopra l’arcobaleno, dove i sogni si realizzano. Così intona nel 1939, con la sua voce di seta tremolante, Frances Ethel Gumm. Frances ha 19 anni, ma è da quando è stata scritturata alla MGM che si fa chiamare Judy, Judy Garland. Ha un viso senza tempo, tondo e dolce, e le più perfette trecce di bambola. L’usignolo di Grand Rapids, Minnesota, diventa in breve tempo la beniamina d’America, continuando a infuocare le folle anche da adulta. Un sogno diventato realtà. Che scorterà Judy nel baratro della depressione, provocandone la prematura morte, appena quarantaseienne, per overdose di barbiturici.

Un mondo di fantasmi. Storia della nostra scomparsa» di Jing-Jing Lee

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Wang Di – la protagonista di Storia della nostra scomparsa, esordio letterario di Jing-Jing Lee (Fazi, pp. 399, euro 17) – partorisce il figlio nato a seguito di uno dei tanti stupri subiti ad opera dei soldati giapponesi, ad agosto. È il mese dei fantasmi, dice a Wang Di una sua amica, a sua volta fantasma, perché uccisa dagli occupanti. Singapore, Seconda guerra mondiale, occupazione giapponese. Terribili nefandezze – «a marzo arrivarono i primi soldati. Giravano delle voci, si diceva andassero di villaggio in villaggio, facendo razzia di tutto» – e il rapimento di giovani donne costrette a vivere in squallidi posti per essere a disposizione degli appetiti sessuali dell’esercito imperiale giapponese: un mondo di fantasmi, donne cui viene affibbiato un nome giapponese, famiglie che vivono quei terribili anni nascondendo ognuna un trauma segreto. Fantasmi che popolano la storia: «imparai a fare la morta, chiudendo gli occhi e restando così immobile che mi sembrava di sprofondare nel pavimento. Di notte, mi pareva di vedere mia madre che girava la testa dall’altra parte per la vergogna».