Scrivere di cinema: Moonlight

moonlight

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Il 26 febbraio scorso Moonlight ha vinto tre Oscar, incluso l’ambito premio per il miglior film, la cui consegna è stata però turbata da un erroneo scambio di buste, ormai già passato alla storia. Il regista Barry Jenkins, nei giorni successivi alla cerimonia, ha rivelato una parte del discorso che avrebbe recitato in caso la premiazione si fosse svolta in condizioni regolari: “Io e Tarell Alvin McCraney [l’autore dell’opera teatrale da cui il film è tratto, ndr] siamo questo ragazzo. Siamo Chiron.”

Matteo Marchesini e i saggi con personaggi

manph

(fonte immagine)

Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

Santa Medea, migrante e martire. Il nuovo lavoro di Teatr Zar

medee

(fonte immagine)

Nonostante i nomi altisonanti che affollavano il cartellone delle Olimpiadi del Teatro, ospitate lo scorso ottobre da Wrocław Capitale europea della cultura 2016, il vero cuore della manifestazione è stato lo spettacolo «Medee. Sul varcare», diretto da Jarosław Fret, regista della compagnia Teatr Zar e direttore dell’Istituto Grotowski. Lo spettacolo è stato poi ripreso a marzo di quest’anno, sempre all’interno dello spazio sacro del Teatr Laboratorium, uno dei luogo da cui partì la rivoluzione teatrale di Jerzy Grotoswki. Si tratta di una sala piccola, di mattoni nudi, per questo lavoro completamente invasa dalla struttura che ingabbia l’attrice Simona Sala, interprete e protagonista (ma in parte anche autrice del lavoro).

Scrivere di cinema: Manchester by the sea

manchsea

di Marco Castelli

“I figure it’s okay” è una frase che fa parte dell’esperienza quotidiana: quando ci si allontana dall’auto nel dubbio se si abbia tirato il freno a mano, quando uscendo di casa ci si domanda se si siano spenti i fornelli. La società del rischio chiede di accettare questo compromesso delle probabilità, e si preferisce non pensare a quello che potrebbe capitare nel caso si formulasse una supposizione sbagliata. Manchester by the sea, sei candidature agli Oscar, vincitore di due statuette (migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista: stesse categorie vinte ai BAFTA) e prima grande distribuzione di una piattaforma di streaming (Amazon) ad arrivare sul tappeto rosso, prova invece a mettere a nudo questa fragilità con una raffigurazione sconcertante delle nostre debolezze.

La storia è quella d’un Giobbe moderno – Lee (Casey Affleck) – che rientra d’urgenza al suo villaggio natale dopo la morte del fratello Joe (Kyle Chandler), da tempo malato di cuore, per sistemare gli affari pendenti e cercare una sistemazione al nipote Patrick (Lucas Hedges), la cui madre Elise (Gretchen Mol) è stata allontanata dal figlio in quanto tossicomane. Da questo quadro tragico appare soprattutto un mondo congelato di relazioni e d’instabili equilibri ottenuti per sottrazione nel quale ogni personaggio prova a difendersi come può, tra la tensione del cambiamento – realizzato positivamente solo da Randi (Michelle Williams), ex-moglie del protagonista – ed i tentativi di resilienza al presente.

L’horror letterario di Enrico Macioci

wood

Lettera d’amore allo yeti di Enrico Macioci (Mondadori 2017) è un romanzo anomalo nel panorama italiano: un horror letterario. E quel che è più affascinante: un horror con protagonisti un padre e un figlio.

In moltissimi capolavori di ogni tempo: dall’Odissea all’Eneide, da Padri e figli di Turgenev a La strada di McCarthy (per citarne solo un numero ridicolo a titolo dimostrativo) questa relazione ancestrale ha segnato pagine meravigliose. Nella prima parte il padre Riccardo, professore d’italiano, e il figlio Nicola di quasi sei anni villeggiano in una località balneare.

“Il padre d’Italia” di Fabio Mollo: la recensione

il padre d'italia fabio mollo

Da oggi è al cinema Il padre d’Italia di Fabio Mollo, con Isabella Ragonese e Luca Marinelli. Pubblichiamo la recensione di Giordano Meacci.

Il padre d’Italia di Fabio Mollo ci riguarda. Così come ci riguardano tutte le opere d’arte nel momento in cui si raccontano parlandoci di noi e del presente che stiamo vivendo.

Lontano e vicinissimo: il nuovo romanzo di Gianluigi Ricuperati

ricuperati

di Leonardo Merlini

Da qualche parte si sente profumo di Dickens. Scriverlo a proposito del terzo romanzo di Gianluigi Ricuperati, La scomparsa di me, in uscita per Feltrinelli, sembra una battuta un po’ troppo sopra le righe, benché lo scrittore torinese da sempre abbia mostrato una vocazione alla scoperta vasta almeno quanto i romanzi del padre di Oliver Twist. Sembra una battuta perché il libro parla di un uomo senza troppe qualità che muore, giovane, in un incidente stradale e poi comincia a… ritornare, da una dimensione in cui è “qualcosa che non ha tracce, non ha peso, non ha fiato”, qualcuno “senza tutto”, e lo fa entrando, per il tempo di una giornata dal risveglio al sonno, nei corpi di persone che aveva conosciuto o anche solo sfiorato in vita.

Una presenza che è solo consapevolezza, senza interazione. Una irrequietezza che saprebbe di contrappasso dantesco se la voce del narratore, in questo figlia della mente curiosa dell’autore, non fosse in grado di unificare il grottesco e il tragico, il meraviglioso e l’indecifrabile, il vicinissimo e la massima lontananza. In questo – oltre che in una prospettiva che fa pensare a una versione aggiornata della logica del Canto di Natale, seppur con un intento non più di redenzione bensì di (inevitabilmente limitata) comprensione – sta quell’alone di Dickens che potrebbe comunque anche essere rubricato nel capitolo infinito sul fascino ricorsivo della narrazione.

Il paradigma della luce di Gaia Manzini

manzini

In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

Letteratura e natura: “Il giro del miele”

Il giro del miele

Chi l’avrebbe detto? La grande ossessione della nuova Italia letteraria è la natura. O meglio: la collocazione dell’uomo tra una natura e l’altra, quella civilizzata, borghese, in cui governa la mente, e quella fuori, in cui, vuoi o non vuoi, si resta eterni ospiti: i boschi, le autostrade, la provincia.

The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer

the_fall

(questo articolo non contiene spoiler della terza stagione)

Si è conclusa da pochi giorni su Sky Atlantic la serie The Fall, che per tre stagioni ha messo in scena le dinamiche di relazione tra una detective e un serial killer. Perché il lungo film creato, scritto (e ad eccezione della prima stagione anche diretto) da Allan Cubitt altro non è se non la messa in scena di un rapporto ossessivo tra avversari.

Detective e omicida in The Fall hanno caratteristiche psicologiche simili. Evidente è la differenza d’età tra i due, ma molte sono le analogie. L’inclinazione a strumentalizzare fatti e persone, la riservatezza, il dominio delle emozioni, la mania del controllo, l’ossessione per il crimine.
E il montaggio alternato si rende complice di questa similitudine. Da subito il duello si avvale di un continuum tecnico: i passaggi in dissolvenza tra una scena e l’altra legano in maniera fatale i protagonisti.