Rileggendo Gatsby e Frankenstein, all’ombra del memoir

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La collana Passaparola dell’editore Marsilio, ideata da Chiara Valerio, editor della narrativa italiana della casa editrice veneziana, ha un compito sulla carta abbastanza semplice: si tratta di un esercizio tutto sommato comune che consiste nello scrivere un libro in cui un autore rilegge, attraverso una chiave narrativa, un testo letterario che ha avuto un ruolo particolare nella sua vita e nella sua formazione.

Ad emergere sono dunque dei veri e propri memoir estremamente letterari, che nascono dall’incontro tra un libro e la biografia dello scrittore.

Storie di fantasmi: “Piena”, il nuovo libro di Philippe Forest

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramente perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza». È un ragionamento del protagonista e voce narrante di Piena, il nuovo romanzo di Philippe Forest (Fandango, traduzione di Gabriella Bosco), vincitore nel 2016 del Premio Langue Française e del Premio Franz Hessel, un pensiero che può essere considerato come il nucleo del lavoro di Forest negli ultimi vent’anni, fin da Tutti i bambini tranne uno, il suo esordio del ’97 in cui raccontava la morte di cancro di Pauline, la sua bambina.

Est, l’ultimo romanzo di Gianluigi Ricuperati tra fiction e non fiction

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In Est di Gianluigi Ricuperati (tunué, 197 pp., euro 16), Piccadilly 99 è un luogo in cui non valgono le regole del ‘fuori’, del mondo esterno: un esperimento spazio-temporale, una replica esatta, una simulazione – e al tempo stesso un tentativo molto serio di ricostruire e comprendere il mondo attraverso un suo doppio. È il luogo in cui entra il protagonista del romanzo nella prima parte (Una Storia d’Amore con la Realtà), in una fase di stallo professionale e emotivo della sua esistenza: un fotografo di moda che aspira a essere fotografo-artista, e a uscire dalle gabbie che si è costruito attorno. È anche il luogo che lo cambierà per sempre.

Ogni oggetto, ogni frammento di storia rimanda agli anni Trenta dell’Unione Sovietica, e dunque a una condizione di estraneità e di estraniazione massima: in questo rapporto tra realtà e riproduzione della realtà, si gioca una partita che richiede di cambiare in profondità le modalità della propria esperienza. Lo spiega bene Igor, inventore e realizzatore del progetto Ver: “io voglio che questo posto faccia nascere tempo nella pancia delle persone. (…) Io sto dedicando tutte le mie forze a questo. Solo questo. Ho avuto la visione di un sistema senza falle, qualcosa che reggesse al caos, alla divisione, alla fretta, alla burocrazia. Lo capisci? Non è un progetto artistico. Fanculo l’arte. Fanculo Londra.”

Julian Barnes, amore e claustrofobia

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Una versione più breve di questa recensione de L’unica storia (Einaudi; pagine 248; euro 19,00;  Traduzione di Susanna Basso) è stata pubblicata sul numero di novembre di Blow Up, che ringraziamo.

“La narrativa”, sosteneva Julian Barnes, “ha l’ambizione di raccontare tutte le storie con tutte le loro contraddizioni, i loro misteri e gli elementi irrisolti”. Nel nuovo romanzo, lo scrittore inglese ridimensiona l’antica ambizione (o la ingigantisce – è una questione di punti di vista) raccontando una storia, l’unica, la sola che abbia importanza nella vita di ognuno di noi. La storia che ha senso raccontare più di ogni altra è una storia d’amore, non per forza del primo amore, anche se spesso proprio del primo si tratta.

Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar

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Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

L’avvenire secondo Julien Gracq

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Sole 24 ore, che ringraziamo.

La ricezione in Italia di Julien Gracq (1910-2007), tra i massimi prosatori francesi del ‘900, impareggiabile stilista, narratore irriducibile a ogni canone di genere o corrente, non è stata delle più fortunate. Le sue opere tradotte in italiano, passate sotto silenzio anche le rare volte che furono edite in collane di prestigio, sono oggi quasi tutte fuori commercio.

Meritoriamente, da un anno a questa parte, L’orma editore sta tentando di reintrodurre Gracq nel novero dei classici novecenteschi fruibili ai lettori italiani. Dopo avere riproposto nel 2017 quello che è considerato il capolavoro dello scrittore francese, La riva delle Sirti, L’orma torna in libreria con una gemma della bibliografia gracchiana: Acque strette (1976), un breve testo narrativo d’intonazione autobiografica, sinora inedito in Italia, e presentato nella sontuosa traduzione di Lorenzo Flabbi.

Io sarò qualcuno. Nell’America profonda con Willy Vlautin

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Tra tutti gli spettri in giro per il mondo, ce n’è uno che affiora di tanto in tanto in superficie, per essere subito ricacciato sotto nel magma ribollente dove stanno assieme umanità considerate periferiche e fenomeni buoni per saltuarie indagini sociologiche; il fantasma è quello della cosiddetta America profonda, piantata lì dentro nella vastità degli Stati Uniti. Ne avrete sentito parlare: è quello scenario che emerge in certi film-documentari indipendenti; o dai capolavori letterari di Raymond Carver o nei romanzi di Kent Haruf e Chris Offutt.

L’illusione borghese in “Romanzo 11, libro 18” di Dag Solstad

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonathan Percy on Unsplash

Un uomo di mezza età interrompe una relazione con una donna, ospita in casa il figlio universitario e infine gioca ai propri concittadini uno scherzo terribile, suscitato dalla sensazione che la sua vita non abbia senso:

“È un puro caso che io sia finito in questa città, che non ha mai significato niente per me” rivela a un conoscente. “Com’è un puro caso che io faccia l’esattore comunale. Del resto, se non fossi qui, sarei da qualche altra parte e vivrei nello stesso modo. Comunque il punto è che non riesco a conciliarmi con questa idea.

I mondi immaginari e la ricerca di un’iniziazione

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Il pezzo che segue è stato scritto aggregando gli spunti emersi presso il FilosoFestival di Firenze e il simposio letterario del gruppo di ricerca interdisciplinare Oriss.

di Matteo Innocenti

La lettura dell’Impero del sogno di Vanni Santoni è stata per me una specie di folgorazione. Solo in un altro caso mi è capitata una tale immedesimazione nel protagonista, e parliamo de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Ma nel caso de L’impero del sogno non c’è neanche quella minima distanza temporale o geografica. Stessi luoghi, Firenze e dintorni, stessa età, nati alla fine degli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta. Insomma, il Mella potrei essere io. E forse lo sarei stato, se avessi avuto dei genitori o degli amici diversi. O semplicemente se invece che a Firenze fossi nato nel Valdarno. Stesso immaginario: lo sterminato mondo dei giochi e del fantastico che ha avuto la sua epoca d’oro fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gli anni in cui si è consolidata la visione a senso unico che domina oggi il pianeta. E stessi problemi, stesse turbe.

Dio nella macchina da scrivere. Storia di Anne Sexton

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di Federica De Paolis

Questo romanzo di Irene di Caccamo, Dio nella macchina da scrivere (La Nave di Teseo), è la storia di Anne Sexton. La poetessa – forse la più nota della storia americana del secondo novecento – insieme a Sylvia Plath. Scritto in prima persona, ripercorre infedelmente una forbice di anni, intercorsi tra un suicidio mancato e quello definitivo.

Anne è sposata, ha due figlie, è una donna di una bellezza abbagliante, borghese, elegantissima, immensamente depressa. Sposa e madre, eternamente figlia. Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor O.: sedute e pasticche; stabilizzatori dell’umore, antidepressivi, sonniferi.