Nel fondo della bottiglia, gli opposti destini dei fratelli Simenon

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di Tiziano Rugi

Arizona, 1948. Georges Simenon si è appena trasferito con la famiglia a Tumacacori, un pugno di case sparse intorno a un negozio lungo la strada da Tucson a Nogales, a meno di mezz’ora in auto dal Messico.

È affascinato dal deserto: galoppare nella sabbia in mezzo ai cactus e a pochi arbusti contorti e rinsecchiti, accompagnare i cow boy che trasferiscono le mandrie da un posto all’altro, bere mint julep in veranda. “I weekend sono trascorsi andando a trovare i vicini.

A Miden, nel romanzo di Veronica Raimo

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«Io e il professore abbiamo avuto una storia.»

In un pomeriggio qualunque, in una casa qualunque, si accende uno dei più antichi, archetipici antagonismi: quello tra due donne che hanno condiviso un uomo. La compagna attuale, ufficiale, ha un pancione di sei mesi. L’altra, che appartiene al passato e alla clandestinità, ha un trauma per violenza finalmente denunciato e una lettera che annuncia una procedura disciplinare nei confronti dell’ex amante. Se verrà riconosciuto colpevole, il professore dovrà lasciare Miden.

Nuova letteratura fantastica. “Il grido” di Luciano Funetta

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È più facile confezionare un’utopia che un’apocalisse? Emil Cioran se lo chiedeva nel 1960, dalle pagine di un testo, Storia e utopia, in cui faceva a pezzi un immaginario (e un modo di pensare) già in pensione, di fatto, da mezzo secolo. «Le sole utopie leggibili», scriveva, «sono quelle false, quelle che, scritte per gioco, divertimento o misantropia, prefigurano o evocano i Viaggi di Gulliver, bibbia dell’uomo disingannato, quintessenza di visioni non chimeriche, utopia senza speranza. Con i suoi sarcasmi, Swift ha smaliziato un genere fino al punto di distruggerlo». Dalle macerie sorgono Metropolis, lo Stato Unico di Zamjatin, l’Oceania di Orwell, la Galaad di Atwood. Città, Stati, continenti, non-luoghi del futuro che esasperano i connotati di skyline già scricchiolanti, panorami avvolti dalla nebbia.

La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

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«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

Federico Falco, Silvi e la notte oscura

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Esiste un’altra Argentina, più distante più lontana da quella che conosciamo; un’Argentina diversa da quella che la letteratura ci ha più frequentemente raccontato. Un’Argentina al di fuori di Buenos Aires, non sfiorata dal Mar de la Plata. Un luogo fatto di ampi spazi e di chilometri da attraversare, un posto fatto di alberi e di piccole case. Un continente mappato da colline e pianure, e sullo sfondo le montagne. Sono i posti d’Argentina che non paiono essere stati attraversati dalle pagine tragiche della storia, perché sono spesso rimasti fuori dai racconti. Sono i posti in cui le persone sembrano fissate in un non tempo, uomini e donne non databili. Uomini e donne che esistono, ma nulla esiste al di fuori del racconto.

“La notte dei ragni d’oleandro”, distopia al Bataclan

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Ognuno di noi ricorderà dove si trovava la sera del 13 novembre 2015. Era un venerdì e qualcuno era a casa, per cena, o fuori, magari a un concerto, o al cinema. Non è una serata fredda. Poco dopo le dieci le televisioni lampeggiano dalle finestre, gli occhi si posano compulsivi sugli schermi degli smartphone.

Scorrono le immagini della partita amichevole tra Francia e Germania, che si stava disputando allo Stade de France, a Saint-Denis; un boato, e poi un secondo, fortissimo. Al momento del secondo botto la palla ce l’ha il terzino francese Evra, nei suoi occhi si legge un lampo di stupore, di sorpresa, un istante. Sugli spalti ci sono il presidente Hollande e il ministro degli esteri tedesco, Steinmeier. I tifosi non usciranno prima di mezzanotte.

“Il vizio di smettere”, i racconti di Michele Orti Manara

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Circa trent’anni fa, sul New York Times comparve un pezzo a firma di Don David Guttenplan dal titolo The Boom in Short Stories in cui si proponevano le risposte di editor e scrittori alla domanda «Perché il racconto è tornato di moda?». Se si esclude Carver, che spostava l’attenzione dal perché su un chi e un quando – chi: Gordon Lish; quando: la ripubblicazione dei racconti di John Cheever, nel 1978, sull’onda del successo di Falconer – il commento migliore riportato dall’articolo era, forse, quello di Bobbie Ann Mason, che diceva di non poter scrivere che storie brevi: per lei, i suoi personaggi e i loro problemi erano troppo noiosi per non risultare intollerabili oltre il confine di una manciata di pagine.

Scrivere di cinema: “Oltre la notte”

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di Bianca Delpiano

Un’esplosione, due vittime, una donna che in quel momento era lontana dal luogo della detonazione; donna che è madre di uno dei cadaveri, che “di umano ormai non hanno nulla” (come le dice la polizia) e moglie dell’altro; donna che si lascia trascinare giù per le vie dell’oblio allucinogeno e affronta inizialmente il lutto con una resa disarmata, incredula, stremata; che poi però afferma con certezza di sapere chi sono gli attentatori, e con la stessa certezza predice che non rimarranno impuniti.

La natura del denaro. Su “Pagare o non pagare” di Walter Siti

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In un piccolo quanto denso libro pubblicato dalle edizioni Dehoniane di Bologna qualche anno fa, due filosofi, Peter Sloterdijk e Thomas Macho, si interrogavano sulle radici religiose del nostro rapporto attuale con il denaro, incalzati dalle intriganti domande di Manfred Osten. Il dio visibile, questo il titolo del libro, mostrava come i soldi figurassero nella nostra contemporaneità come quanto di più vicino ad una divinità tangibile per l’uomo, tangibile perché proprio da lui costruita: le radici religiose del nostro rapporto con il denaro invece sono tali perché il suo utilizzo o il suo possesso sono legati ad un’idea di miglioramento che modifica chi lo maneggia.

Fuga e ritorno. “Le case del malcontento” di Sacha Naspini

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La prima volta che ho sentito parlare di Sacha Naspini è stata al telefono; un Luigi Bernardi molto brillante, come gli capitava spesso di prima mattina, mi disse: “Devi, il prima possibile, leggere Naspini, non te ne pentirai”. Era il 2011. Registrai il dato perché del parere di Bernardi mi fidavo ciecamente. Mi procurai I cariolanti (Elliot, 2009), ma per un motivo o per l’altro non lo lessi subito, lo accantonai per diversi mesi. A maggio del 2012 mi trovai a dividere una stanza con Bernardi a Sarzana; rideva con il volto illuminato solo dalla luce del suo Ipad, gli domandai cosa stesse facendo e perché ridesse, rispose: “Sto litigando con Naspini”. Naspini! L’avevo dimenticato, la settimana successiva lessi il romanzo, in due sere soltanto.