“E i figli dopo di loro”, il romanzo europeo e nostalgico di Nicolas Mathieu

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“Steph lasciava un vuoto fisico. Lo sentiva nel petto e nella pancia. La vita sarebbe continuata. Era questo l’aspetto più duro. La vita sarebbe continuata.”

Ci troviamo a Heillange in Lorena, all’inizio degli anni novanta, è estate e non potrebbe essere una diversa stagione, la prima delle quattro estati, una ogni due, nelle quali si sviluppa il romanzo. Sono gli anni dei Nirvana, gli anni in cui le vite dei tre protagonisti di E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019, traduzione di Margherita Botto) scoppiano come i fiori quando fioriscono, tra l’adolescenza e il futuro, tra il poco che c’è intorno e l’ignoto a venire, in mezzo c’è quel che c’è.

Il colibrì di Veronesi vola alto

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di Valentina Berengo

Sandro Veronesi è tornato. È tornato al romanzo con quella capacità d’incantare che gli è propria e lo ha incoronato narratore ai vertici quando gli è riuscito di incollare i lettori alla pagina per seguire i pensieri e i gesti di Pietro Paladini di Caos calmo (Bompiani, 2005; Premio Strega 2006)che smette di andare al lavoro per trascorrere la giornata chiuso nella sua macchina, davanti alla scuola della figlia.

Con Il colibrì (La Nave di Teseo, 2019) succede di nuovo. Succede che uno comincia a leggere e non riesce a smettere più, nonostante i salti temporali – si apre nel 1999, indietreggia al ’98, torna al ’99, quindi indietro fino al 1981 e poi ancora, fino agli anni sessanta, per saltare poi nei pieni anni duemila, e avanti così, a singhiozzo, arrivando a toccare anche il futuro (2030) – ; nonostante cambi spesso voce, mescoli lettere, cartoline, pezzi di saggi, poesie, dialoghi, in un patchwork che, incredibilmente, non spiazza mai; nonostante, nel fluire di un racconto che si compone francobollo per francobollo, non si riesca a intuire mai bene dove l’autore voglia andare a parare. O forse proprio per tutte queste ragioni insieme.

Il calcio moderno secondo Paolo Condò. Cinquanta ritratti per un’unica storia

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di Federico Vergari

Un 4-3-3 decisamente votato all’attacco, come se il modulo di per sé non lo fosse già.
In porta c’è Yashin, fino ad oggi unico portiere della storia ad aver vinto un pallone d’oro. Calciatore russo negli anni in cui essere o non essere russi faceva la differenza e ti posizionava da una parta o dall’altra del mondo. Per intenderci – nell’anno in cui si festeggia il mezzo secolo dell’uomo sulla luna – Yashin era uno di quei russi che non dicevano astronauta, ma cosmonauta.

La difesa richiede qualche sacrificio: Tardelli terzino destro, Beckenbauer centrale, libero di impostare il gioco e al suo fianco Maldini, quello degli ultimi anni che non starà nel suo, ma garantisce ordine, tigna, pazienza e personalità. Terzino sinistro Giacinto Facchetti, rigorosamente col numero tre sulle spalle. Il centrocampo è un mix di estro, piedi buoni e geometri: Guardiola, Iniesta e Boban. Infine l’attacco, scritto e cancellato circa dieci volte: George Best e Roberto Baggio leggermente dietro e punta centrale Marco Van Basten.
Amen.

Gli attimi sospesi tra due abissi in “Turbolenza” di David Szalay

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La vita dell’uomo si compone di lunghe sequenze di attimi, alcuni dei quali non hanno alcuna conseguenza sugli eventi futuri, altri hanno il potere di cambiare radicalmente un’esistenza, e costituiscono uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra un periodo di equilibrio e un momento di crisi in seguito al quale nulla sarà più come un tempo.

In Turbolenza– l’ultimo libro di David Szalay (ed. Adelphi, traduzione italiana di Anna Rusconi) –, lo sguardo dell’autore attraversa le vite di uomini e donne diverse, e – selezionandole dalla vastità dell’esistenza umana – mette a fuoco piccole porzioni della loro storia: alcune marginali per il destino di chi le sta vivendo; altre assolutamente cruciali. Szalay si sofferma sugli avvenimenti descritti con occhi distaccati, impersonali, operando un taglio chirurgico nella continuità dell’esistenza, individuando una successione di attimi che non hanno necessariamente un inizio e una fine, almeno non all’interno del libro.

A proposito di rock. La versione di Jeff Tweedy dei Wilco

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Non è necessario leggere l’edizione completa di un’ipotetica Grande Enciclopedia del Rock per scoprire che gli anni Zero non sono stati l’epoca d’oro del genere. Com’è noto, le lancette vanno spostate più indietro; il che, ovviamente, non annulla la possibilità di eccezioni, anche grandiose. Ad esempio, i Wilco. Album come Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born hanno rischiarato gli ascolti di noialtri orfani – non voglio dire nostalgici – del rock più penetrante, quello che va dritto al cuore dai Velvet Underground in giù. Per focalizzare meglio, prendete At Least That’s What You Said, proprio da A Ghost Is Born, e fatela suonare a un volume degno; verso il secondo minuto, dopo che Jeff Tweedy avrà intonato una manciata di toccanti versi al pianoforte, vi ritroverete a mimare una chitarra, catturati dalla magia della musica. Poco ma sicuro.

Come un ragno che non si allontana dalla tela. Dentro il labirinto di Burhan Sönmez

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Sperava forse di cancellare un dolore di cui ora non ha più memoria, Boratin Bey, il giorno in cui decise di buttarsi nel Bosforo e togliersi la vita. L’esito di quell’intento una costola rotta e la perdita della memoria. Si può vivere nel presente senza il proprio passato? È possibile ricrearlo se solo il corpo ne porta i segni? È ciò su cui si interroga il protagonista del nuovo romanzo di Burhan Sönmez che si muove in una sorta di labirinto mentale tra i frammenti di un’esistenza che non riconosce e con la perenne sensazione di vivere separato dal mondo.

L’intera produzione letteraria di Sönmez ruota attorno a un’idea di passato che come in Labirinto, (trad. Nicola Verderame, Nottetempo, 2019), ne Gli innocenti (trad. Eda Ozbakay, Del Vecchio, 2014) e in Istanbul Istanbul (trad. Anna Valerio, Nottetempo, 2016) rappresenta il fulcro di un’indagine nata da storie individuali per diventare collettiva.

El Camino, La strada di Jesse Pinkman

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Attenzione, questo pezzo contiene numerosi & inevitabili spoiler.

Sulla falsariga dei finali nelle tragedie shakespeariane, la puntata che chiude Breaking Bad vede diversi cadaveri distesi sulla scena. L’ultima trovata di Walter White per far fuori la gang di spacciatori nazi con cui pure aveva collaborato – come sappiamo, da un certo momento in avanti Walter non è uomo da troppi calcoli morali – è una raffica di proiettili che ammazza i suoi nemici e se stesso. Solo un uomo è sopravvissuto alla carneficina: Jesse Pinkman, il primo partner di Walter White/Heisenberg. Il legame tra i due – improntato a una logica padre-figlio, seppure White non sia certo un padre modello per Jesse… – si spezza con la morte dell’ex professore di chimica. Jesse, carico di cicatrici, reduce da una prigionia spietata, barba lunga e incolta, il cervello decisamente in pappa, siede al volante della Chevrolet El Camino di Todd e tenta la fuga.

Diario dello smarrimento

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di Ilaria Palomba Diario dello smarrimento di Andrea di Consoli (InSchibboleth edizioni, 2019, pp. 167, euro15) infrange la scolastica distinzione tra i generi: narrativa, saggistica e poesia, li contiene tutti; è un affresco neorealistico del presente, nato come raccolta di post su Facebook, dove non mancano ritratti umani di uomini noti e non, ricchi e […]

Una biografia rimbalzata: “La vita dispari” di Paolo Colagrande

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C’è un solo gioco durante il quale ci si augura che vada tutto al contrario di come dovrebbe, e che l’esito sia il frutto di un imbroglio. È un gioco il cui successo dipende più dalla possibilità che degeneri, che fallisca, che dalla sua riuscita, e dal fatto che i partecipanti non rispettino né le sue regole né il codice etico di base. Si chiama telefono senza fili, ed è quello, per intenderci, in cui ci si passa la staffetta di una frase sussurrata sperando che quello dopo la trasformi in qualcosa di osceno, o comunque di molto diverso dal concetto di partenza. Poi l’ultimo pronuncia quello che ha capito, e se corrisponde alla frase originaria (cosa rara) ci si auto-assegna un debole applauso di gruppo. Altrimenti niente, mugugni, urletti, cose così: il falsario si camuffa, qualcuno lo accusa, lui nega, e quello da cui il cerchio è partito fa finta di offendersi. Un modo arcaico, e tra i pochissimi che mi vengono in mente, per ridere con le parole.

Paolo Colagrande, con La vita dispari (Einaudi, terzo classificato al Campiello 57), ha fatto una cosa del genere: sia per quanto riguarda l’allegria scaturita dal modo in cui scrive e dalle sue scelte lessicali (più che dagli eventi che racconta), sia perché la storia del suo Buttarelli è una biografia “per sentito dire”, come ha fatto notare Giacomo Raccis su La Balena Bianca: un monologo da bar su un’intera vita rimbalzata di versione in versione, e giunta alla foce ampiamente sfigurata, e piena di parallelismi che si contraddicono tra loro.

Rompere i giochi

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di Cinzia Bigliosi

Nel suo Inglourious basterds (2009), Quentin Tarantino aveva dato un saggio superlativo del proprio pensiero estetico riguardo al potere taumaturgico dell’arte (cinematografica). Con immaginazione utopica, aveva infatti rovesciato uno degli epiloghi più drammatici del passato dell’uomo. Regalando ai suoi spettatori una fantastoria, alternativa e consolatoria, il finale manipolava quelle che, nella realtà, sono stati i falliti attentati alla vita dei più alti capi nazisti, tra cui Hitler.

Nel film, infatti, invece di cavarsela, almeno per il momento, i criminali finivano prima crivellati, poi letteralmente fritti (o, come dice oggi il personaggio interpretato da Di Caprio in Once upon a time in… Hollywood, “crauti flambé”). Chiusi in una sontuosa sala cinematografica, esalavano il loro ultimo respiro, bruciati dalle fiamme purificatrici del giorno del giudizio, in una sequenza dai colori e fotografia sublimi e potenti, che ricordavano “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo,” come disse il compositore Stockhausen a proposito delle immagini degli attentati alle Torri Gemelle. Dallo schermo una risata seppelliva la platea nazista, prima che il palco esplodesse in un incendio catastrofico.