L’angelo della storia: Walter Benjamin e Hannah Arendt

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Proseguiamo questa giornata dedicata a Walter Benjamin con un pezzo di Matteo Moca: una recensione di L’angelo della storia, uscito per La Giuntina, di Benjamin – Arendt.

L’esistenza di Walter Benjamin è sempre stata segnata dalla sofferenza; nacque da una famiglia ricca ma fu costretto a guadagnarsi da vivere sempre con più difficoltà, tentò di accedere al mondo accademico (con una strepitosa dissertazione che è diventato poi il volume Il dramma barocco tedesco) ma da esso fu respinto perché non adatto (già allora si commettevano grossi errori) e infine morì suicida in maniera amaramente rocambolesca a Port Bou durante la fuga dalle persecuzioni naziste, quando il giorno dopo arrivò ai suoi compagni di viaggio il lasciapassare per continuare il viaggio. Giulio Busi su Il Sole 24 Ore lo ha definito con una formula particolarmente calzante «spiritello maligno», un uomo che nella sua vita è riuscito a «ingarbugliare anche le situazione più semplici», mosso da una «umana inadeguatezza».

Scrivere di cinema: “L’ora più buia”

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di Alice De Luca
Kazuhiro Tsuji e Gary Oldman costruiscono un Churchill ossimorico. Il primo, allievo di Rick Baker, colui per cui l’ Academy nel 1982 ha dovuto introdurre una categoria per premiare il trucco, si occupa di disegnare il passare degli anni sul volto dello statista. Le rughe e il capo quasi calvo testimoniano il tempo trascorso soltanto per vivere quel momento cui la sua intera esistenza sembrava essere destinata.

Chiamalo sonno, di Henry Roth, è un capolavoro rimasto troppo tempo fuori dalle librerie

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Ho sentito parlare per la prima volta di Chiamalo sonno nel 2015. A un incontro del Salone del Libro di Torino. Ho iniziato a cercarlo. Da allora, in qualsiasi libreria capitassi – di prima, seconda o terza mano – ho sempre chiesto se ne avessero copia. Un «no, niente» si è inanellato più e più volte in questi anni di ricerca svagata – poi, di colpo, la lunga catena dei dinieghi si è spezzata.

Il giovane robot di Sakumoto Yosuke

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Preparatevi a un viaggio nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.

Roma attraverso i fulmini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

Nuove dal giallo scandinavo: “Anime senza nome”

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Inizio d’inverno: niente di meglio di un buon thriller svedese, no? Prima, è stata Marsilio a puntare forte a Nord, a creare l’apposito brand “Giallo Svezia”, a permettere la discesa nelle librerie italiane di decine di autori del Paese che, oggi, sembra essere la culla della fiction più sanguinolenta: poi, prevedibilmente, a fronte del successo di quei titoli e di ricavi assicurati da una domanda in continua espansione, tanti altri editori hanno seguito quello veneziano, ed Einaudi non ha fatto eccezione.

Trent’anni fa, il nuovo Roberto Bolaño

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo. (fonte immagine).

Benché sia morto nel 2003, Roberto Bolaño è fino ad ora il più grande innovatore del XXI secolo nel campo della letteratura d’invenzione. Romanzi come I detective selvaggi e 2666 hanno riaperto tutti i giochi che il postmoderno aveva portato a saturazione.

Di oscurità e desideri: su “Roma” di Vittorio Giacopini

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di Enrico Terrinoni

“Abbiamo l’oscurità nell’anima”, ammonisce il giovane Stephen Dedalus in uno dei capitoli più criptici e bui dell’Ulisse di Joyce. S’incammina così sul percorso inaugurato più di trecento anni prima da Giordano Bruno, il Nolano, il quale aveva avvertito: “siamo un’ombra profonda”. Ma se l’ombra profonda a cui apparteniamo è oscura fin nell’animo, come i recessi del linguaggio,una simile caratteristica può finire, infinita, per colorire anche l’ambiente circostante, il mondo di fuori; perché solo l’invisibile è in grado di rendere visibile l’ignoto, ma sempre a caro costo. Come per Amleto, il quale al grido “noi che abbiamo l’animo libero” seppe colloquiare con quel morto d’eccezione che fu il fantasma di suo padre, ma non leggere criticamente la propria tragedia personale, non condividendone l’idioma segreto.

Saggio sull’autobiografia. Tre conferenze di Jacques Derrida

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Dopo venti anni torna in libreria in una nuova edizione Memorie per Paul de Man. Saggio sull’autobiografia di Jacques Derrida, sempre pubblicato dalla benemerita casa editrice milanese Jaca Book, vero e proprio faro per la traduzione italiana delle opere del filosofo francese scomparso nel 2004.

Questo libro, in cui vengono raccolte tre conferenze tenute nel 1984 da Derrida sull’opera dell’amico Paul de Man e sul rapporto tra autobiografia e finzione, e un’ultima di qualche anno successiva che si concentra sulle polemiche sorte quando si apprese che de Man tenne una rubrica letteraria in un giornale belga favorevole all’occupazione nazista, riveste un’importanza particolare nell’opera di Derrida, in primo luogo per lo stretto rapporto di amicizia che intercorse tra i due filosofi.

Il gotico siciliano di Orazio Labbate: una recensione di “Suttaterra”

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Arriva il secondo romanzo di Orazio Labbate e mi sorprende con la stessa intensità con cui mi colpì il suo primo libro Lo Scuru; allora mi stupì la potenza della lingua, una sorta di reinvenzione del dialetto siciliano che mischiato all’italiano, mai banale di uno scrittore esordiente, andava a creare una sorta di terzo linguaggio che affascinava e trascinava nel mistero profondo di quella storia, dove la religione, la magia, le paure di un ragazzo avvolgevano in un modo impetuoso.