Scrivere di cinema: It capitolo due

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di Matteo Arfini

IT capitolo due, seguito dell’enorme successo cinematografico della pellicola precedente e libero adattamento del capolavoro horror (ma non solo) di Stephen King, non è un film facile da giudicare. Le grandi aspettative derivate da una prima parte buona se non eccellente sotto molti punti di vista, la difficoltà di trasporre un romanzo ricco e variegato, oltre alla precisa scelta di mantenere una netta divisione tra passato e presente (in continuo intreccio nel romanzo), rappresentano tutti ingredienti ardui da amalgamare per potere dare forma ad un buon prodotto finale.

Una panchina a Manhattan. La stagione dei nuovi orizzonti

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«Ho voluto ricordare una stagione che ho vissuto, a partire dagli anni Settanta, quando le mostre –  allora molto meno frequenti e con tempi lunghi di gestazione – hanno dilatato la nostra conoscenza, aperto nuovi orizzonti. Quando i cataloghi hanno scardinato le gerarchie dei manuali e portato alla ribalta nuovi protagonisti o inquadrato da angolazioni inattese i grandi artisti di sempre».

Questo ha raccontato in un’intervista a “La Repubblica” la storica dell’arte Anna Ottani Cavina parlando del suo nuovo libro, Una panchina a Manhattan. Nuove geografie dell’arte, pubblicato da Adelphi nella bella ed elegante collana Imago (nella quale era già uscito Terre senz’ombra, dove Cavina raccontava la rappresentazione del panorama italiano tra il Seicento e l’Ottocento).

Il detective selvaggio di Jonathan Lethem

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Photo by Daniel Vargas on Unsplash

Questo pezzo è uscito su Tuttolibri, l’inserto settimanale della Stampa, che ringraziamo.

C’è questo aneddoto che riguarda Bob Dylan e Leonard Cohen, insieme a bordo dell’automobile del primo. Bob desiderava mostrare all’Esimio Collega Canadese una proprietà da poco acquistata in California. A un certo punto la radio trasmise Just Like a Woman. Colpito ancora una volta dalla magia di quella canzone, Cohen ribadì a Dylan tutta la sua ammirazione nei suoi confronti. Al che, di rimando, Bob gli disse: «Sai, una volta un cantautore mi ha detto “Tu sei il numero uno, ma io sono il numero due”. In realtà, Leonard, io penso che tu sia il numero uno. Io sono il numero zero».

Probabilmente è così. Come è altrettanto probabile che non ci sia niente in comune tra Leonard Cohen e Donald Trump.

“5 è il Numero Perfetto”: il debutto di Igort alla regia

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di Chiara Babuin

Igor Tuveri, in arte Igort, è presente nella scena artistica italiana da più di quarant’anni. Con la leggiadra mutevolezza propria di ogni ricercatore che si rispetti, Igort fa del mondo la sua casa, alternando un lavoro sedentario, come quello del fumettista, a cambiamenti di dimora e continui viaggi dal sapore documentaristico. Il binomio arte-vita è un fatto consolidato.

Interessato a ogni aspetto dell’Arte, Igort si è mosso tra musica, sceneggiatura e saggistica, anche se la sua nascita e consacrazione è avvenuta nel campo delle arti figurative come fumettista e illustratore. E adesso, dopo quasi 15 anni di meditazione sul da farsi, è da annoverare anche tra i registi italiani. Il 29 Agosto 2019, in concorso alla 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia e contemporaneamente in tutte le sale dello stivale, è stata infatti presentata la prima fatica cinematografica dell’artista cagliaritano.

Effetto Domino di Alessandro Rossetto, storia di una catastrofe

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di Luca Illetterati

Lunedì 2 settembre è stato presentato alla 76. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia Effetto domino, il nuovo film di Alessandro Rossetto, tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro, pubblicato da Einaudi nel 2015 e ora di nuovo in libreria nei tascabili Marsilio/Feltrinelli.

Il film è per molti versi una prosecuzione del viaggio dentro il Nord-Est  che Rossetto aveva inaugurato con Piccola Patria, film del 2013, anch’esso presentato, allora nella sezione Orizzonti, alla Mostra del Cinema. A dare l’impressione della prosecuzione del viaggio è innanzitutto la scelta del cast, che è sostanzialmente lo stesso di Piccola Patria: Diego Ribon e Mirko Artuso nei due ruoli maschili principali, Roberta da Soller, Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Lucia Mascino in quelli femminili.

Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie, di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

Scrivere di cinema: Midsommar

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di Giuseppe Fadda

Ogni regista si auspica che la sua opera sia ben accolta, sia dalla critica che dal grande pubblico. Ma il successo può essere tanto una benedizione quanto una maledizione: quanti autori sono stati definiti “visionari” in virtù di un’opera prima brillante per poi deludere le aspettative con film successivi? Quanti autori, confortati dal plauso ricevuto, hanno finito per diventare la parodia di loro stessi, nel tentativo spesso esasperato di riproporre quelle qualità che li avevano resi celebri in primo luogo?

Patrizia Cavalli apre la credenza dei racconti. “Con passi giapponesi” e lo stupefacente narrare

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di Anna Toscano

Patrizia Cavalli ci ha viziati di versi per oltre quarant’anni, con uscite di libri di poesie a distanza sincopata uno dall’altro, così da assecondare la voglia di alcuni di leggere cose nuove sue, abbreviare l’agognato bisogno di cert’altri di una sua silloge, irretire i distratti che già non la pensavano troppo spesso, salvare i sommersi da altri libri di poesia di dubbio valore, squinternare la critica sempre in attesa di una scivolata per urlare a gran titoli sull’autore in ribasso, stanare lettori non abbastanza attenti alla poesia e intrappolarli per sempre.

Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan

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di Eugenio Giannetta

C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

Gli appunti di Philip Ó Ceallaigh per una nuova guerra segreta

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Philip Ó Ceallaigh è un tipo che ha viaggiato,spesso in posti non esattamente confortevoli. Nei suoi racconti si riverbera l’inquietudine di una vita ruvida e raminga, la componente essenziale nello strumentario di quello che potremmo definire un caustico professionista dell’esistenza. Sprovveduto sarebbe il lettore che pensasse di avventurarsi senza protezioni nel suo universo narrativo, di esporsi a quella pioggia di passione e cinismo che costituisce la sua ipnotica scrittura.

Nel 2016 è con la sua prima antologia, Appunti da un bordello turco, che Racconti edizioni ha inaugurato il suo debutto nell’editoria indipendente; un percorso felice, di cui Ó Ceallaigh resta una specie di nume tuteleare –  soprattutto quest’anno, in cui è tornato a sfamare il nostro bisogno di indecenza e poesia con La mia guerra segreta. In questa nuova raccolta i precedenti Appunti si sublimano, svelando intenzioni se possibile ancor più spericolate e funamboliche, in cui lirismo e maleducazione si accoppiano sempre con grande e riuscito furore.