Ritorno a Holt. “La strada di casa” di Kent Haruf

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“A metà pomeriggio dell’ultimo giorno di dicembre del 1976, Jack Burdette scomparve. E non tornò a Holt per molto tempo, quando ormai il danno era fatto, e si trattava di un danno molto grave.”

Molti di noi sono stati a Holt, in Colorado, ci siamo stati alcune volte negli ultimi anni. Nulla di strano, il Colorado è uno dei territori più affascinanti di tutti gli Stati Uniti. Nulla di strano, a parte il fatto che Holt non è esiste. Holt è la città inventata dallo scrittore Kent Haruf, somigliante idealmente a Yuma, verosimile perciò più vera di un posto vero. Holt esiste ed è il teatro in cui il bravissimo Haruf ha costruito la maggior parte delle sue storie, di certo le più belle e riuscite.

La proprietà eversiva delle storie brevi in Georgi Gospodinov

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Ognuno di noi porta segretamente con sé una casa abbandonata, rivela il protagonista di una delle storie superbrevi di Tutti i nostri corpi (traduzione di Giuseppe Dell’Agata, Voland). In quella dimora deserta sono custoditi i pesi di cui l’essere umano è incapace di sbarazzarsi, dominato da una inguaribile nostalgia. Georgi Gospodinov si insinua tra le pieghe del ricordo per ridefinirlo nella consapevolezza che l’esperienza che lo produce sia da rintracciare in egual misura in ciò che è stato vissuto e letto. Prende forma così un insieme composito che usa la brevità per tracciare l’effimero nel solco di storie surreali, fantastiche, dalle atmosfere oniriche o grottesche.

Le imperfette, il nuovo romanzo di Federica De Paolis

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(fotografia di Alberto Bogo)

Che la verità non esista, che il caso possa a volte essere determinante così come, invero, lo possa essere con eguale forza la volontà, che ciascuno custodisca in sé frammenti d’angelico e d’infernale, ma soprattutto che non siamo mai totalmente consapevoli di ciò che facciamo e soprattutto di quel che proviamo sono solo alcune delle considerazioni che viene voglia di fare leggendo Le imperfette, l’ultimo romanzo della scrittrice romana Federica De Paolis (DeA Planeta, 304 pagine, vincitore dell’omonimo premio) da pochi giorni in libreria.

In questo suo nuovo lavoro, infatti, De Paolis riporta il lettore in quello stesso mondo interiore cui lo aveva condotto nel precedente Notturno salentino (Mondadori, 2018), fatto di interiorità e di trama, sapientemente mescolate, ma qui amplifica le risonanze emotive, i non detti, la percezione che le motivazioni possano sfuggire e la realtà complicarsi inesorabilmente.

“Hark”, il nuovo romanzo di Sam Lipsyte

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo.

Normalmente nei romanzi il racconto procede in prima o terza persona; altre forme meno usuali sono da gestire con i guanti. Seconda persona singolare, o prima plurale, tutte posture da maneggiare con cura. Tra gli esempi migliori di punti di vista narrativi più sperimentali mi vengono in mente certe storie brevi di Donald Barthelme o George Saunders, maestri del racconto.

“(Dis)amore”, il disco letterario dei Perturbazione

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Se la numerologia mal si abbina ad una recensione musicale, nel caso del nuovo album dei Perturbazione sottolinearne le dimensioni con alcune cifre – 23 canzoni, 70 minuti di durata – è necessario per inquadrarlo per il disco nient’affatto in linea con i tempi che è, fuori misura e fuori mercato proprio in virtù del suo essere un lungo concept. In un’epoca caratterizzata da un sempre più grave deficit d’attenzione, nella quale ciò che l’ascoltatore medio riesce a concedere raramente supera la durata di un singolo brano e il formato album ha ormai tristemente abdicato a vantaggio di qualsivoglia playlist, i Perturbazione rischiano di apparire anacronistici. Concept-album è un’etichetta caduta in disuso che nelle nuove generazioni può scatenare al massimo una reazione di spavento.

Giovani cuori in lacrime: “Il vento selvaggio che passa” di Richard Yates

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Una storia che funziona può essere raccontata anche mille volte, e Richard Yates ne sapeva qualcosa. A chiunque gli chiedesse perché nei suoi libri fosse così presente la tematica familiare, rispondeva: «Non c’è altro di cui scrivere». Lo avrebbe dimostrato con romanzi come Easter parade e Revolutionary Road, in cui la famiglia perde e riacquista di continuo i suoi connotati positivi per trasformarsi spesso e volentieri in uno spazio insalubre, sfibrante e infelice.

Autore fondamentale per la lettura dell’America degli anni Sessanta e Settanta non meno di Carver o Cheever, Yates sarebbe morto a sessantasei anni senza aver goduto di particolari riconoscimenti o celebrazioni.

Sulla scrittura: viaggio tra le lettere di Charles Bukowski

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Sotto il mirrorball: una storia della disco music

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di Simone Bachechi

Quando la disco music spopolava nelle sale da ballo di tutto il pianeta, nei secondi anni 80, chi scrive era ancora bambino. Il boom della disco c’era già stato e in ogni caso quel bambino, allora adolescente, aveva fatto suo lo slogan “Grazie a Dio è venerdì”, come il titolo del film del 1978 prodotto da Neil Bogart, uno dei mostri sacri della disco music, il produttore della Casablanca Records, casa discografica che ha allevato tanti dei cavalli di razza del genere, film che parla proprio di disco music. Quell’adolescente a quel tempo non aspettava altro che scatenarsi in discoteca, pur avendo ascoltato come primo disco in assoluto pochi anni prima “Dressed to Kill” dei Kiss ed essendosi lasciato contagiare dal glam rock, mentre successivamente andrà in fissa per The Smiths e farà da lì in avanti suo l’inno della band capitanata di Morrissey quando in Panic del 1986 canterà  “burn down the disco, hang the blessed DJ”, scatenando le polemiche di chi vedeva in questo brano un attacco di tipo razzistico verso la musica black, vera fonte di ispirazione del fenomeno disco.

Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.