Stregati: “L’apprendista” di Gian Mario Villalta

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di Franco Buffoni

Parrebbe beckettiano l’attacco de L’apprendista, il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, con due uomini maturi che, come Didi e Gogo, parlano meccanicamente nel freddo d’una sacrestia. Il settantaduenne Tilio è l’apprendista e diventerà sacrista titolare solo alla fine del libro, alla morte dell’ottantaquattrenne Fredi.

Ma dopo poche pagine ci accorgiamo che i due parlano davvero e che i loro racconti, e soprattutto i loro pensieri, più che a Beckett rispondono al precetto balzacchiano e poi joyciano: la giornata qualunque di un uomo qualunque diventa il più interessante dei romanzi se nulla viene taciuto, se tutto viene sviscerato. E i discorsi e i pensieri di Tilio e Fredi ci fanno attraversare il Novecento, da Salò al Giappone fino a Veronika – la badante ucraina della moglie morente di Tilio – della quale l’uomo si invaghisce.

“Il fiume tra di noi”, il romanzo postumo di Bijan Zarmandili

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di Anna Toscano

Il fiume tra di noi è il romanzo uscito postumo di Bijan Zarmandili, scrittore e giornalista che per decenni  ci ha narrato del suo Iran e della sua Italia attraverso giornali e libri.

Il fiume tra di noi è una storia di legami forti e controversi, di dolore e di amore, come in tutti i romanzi che lo scrittore iraniano ha scritto: il legame non è solamente tra le persone, ma un legame alla terra, a un paese, ai ricordi, alla storia.

Henry David Thoreau e il sentiero per Walden

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di Sara Massafra

Henry David Thoreau (1817-1862) è stato una figura cruciale per la tradizione americana del nature writing: acuto osservatore dei processi naturali, con la sua rara capacità di unire l’approccio poetico a quello scientifico, il filosofo-scienziato è stato uno dei primi autori a parlare della necessità di preservare la wilderness come riserva di nutrimento intellettuale per l’uomo civilizzato. La sua idea di rapporto con la natura fu rivoluzionaria per l’epoca, grazie soprattutto al contributo dato dal suo testo più universalmente noto Walden: Or Life in the Woods (1854).

Thoureau visse immerso nella natura, isolato dalla presenza di altri membri della sua specie e in costante compagnia di creature non umane, fino al punto di sentirsi parte integrante di questo ecosistema. La sua “vita improbabile” è stata raccontata di recente dallo scrittore statunitense Michael Sims nel suo Il sentiero per Walden, edito in Italia da LUISS University Press lo scorso anno ed è stata l’occasione per una riflessione intorno alla tradizione americana e poi europea di«scrivere la natura», di cui tuttora risentono un’eco straordinaria soprattutto gli studi tra letteratura e ecologia.

Ho fatto la spia, l’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates

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Prendiamo un arco di vent’anni. Dieci, per non esagerare. In un decennio, non sono molte le persone di cui si possa dire che, nel loro campo, sono insuperate a livello universale; le più grandi di tutte. Sì, ok, la logica suggerirebbe che non superino l’unità, ma visto che l’assolutismo è un cascamorto ogni categoria finisce per comprendere più di una medaglia d’oro nella stessa disciplina. Cosa che, pur svilendo di un poco la proclamazione e la simbologia del podio, in realtà non pregiudica la vittoria: quando qualcuno la spara grossa dicendo “Per me, X è la più brava del mondo/il più grande di tutti”, vuol dire che c’era sia la preda che la carica, non solo il silenzio giusto per far risaltare un boato. Che, cioè, i criteri sono arbitrari, ma le basi solide, rispettabili, di pubblica conoscenza.

Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

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«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco.

Afghanistan Picture Show: la versione di William T. Vollmann

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Quando i sovietici invasero l’Afghanistan volli andare lì. Aveva tutta l’aria di essere un tesoro di incubi». Queste parole restituiscono in qualche misura l’essenza dell’uomo e dello scrittore americano William Vollmann. Nel 1982 aveva ventidue anni e da circa tre era cominciata la guerra russo – afghana. Lui scelse di raggiungere il fronte. A Peshawar prima di varcare il confine ed entrare nel paese dal Pakistan, un giovane afghano, figlio di un diplomatico, gli domandò: «Che cos’è la libertà? Cos’è allora la democrazia?». Da quel conflitto ne sono deflagrati molti e sono cambiati gli schieramenti, tuttavia la questione posta in quello scenario è irrisolta.

Stati Uniti immaginari (ma non troppo): “Vanilla Ice Dream” di Roger Salloch

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di Teresa Capello

Blow up, il momento il cui un obiettivo mette a fuoco un dettaglio, avvicinandolo allo sguardo, come a volte si fa, sbattendo le palpebre. Al racconto “Las babas del diablo”, Michelangelo Antonioni si ispirò, nel 1966, per realizzare il film Blow up; Cortázar vi raccontavala vicenda di Roberto Michel – traduttore e fotografo, che indagava su un dettaglio, presente in una fotografia. Qualcosa di affine, in un contesto molto diverso, si ritrova nel romanzo Vanilla Ice Dream di Roger Salloch, edito nella collana tamizdat, di Miraggi, 2020.

Un elogio dell’assenza. “Ritmi di veglia” di Raffaella D’Elia

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Non è l’azione artistica del poeta a rendere stupefacente il quotidiano, ma è l’esistenza ad apparire ai suoi occhi come leggenda manifestandosi nelle sembianze di un sogno, sosteneva Sandro Penna quando ne Il caldo, il freddo delle sale d’aspetto (Stranezze, 1976), scriveva che “Il mondo mi pareva un chiaro sogno/ la vita d’ogni giorno una leggenda”.
Un sogno nitido che in mutate sembianze prende forma tra le pagine

di una delle più originali voci poetiche della contemporaneità, Raffaella D’Elia, che con Ritmi di veglia (exorma, 2019, prefazione di Emanuele Trevi) sceglie di non servirsi della realtà come antitesi per la costruzione dell’immaginario, ma di osservarla per rielaborarne i contorni a partire da una esperienza sensibile.

Ritratti da un mondo antico: “Piccoli addii” di Giovanni Mariotti

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Tra le tante e variegate forme assunte dalla letteratura c’è ovviamente la più utilizzata, quella del romanzo, ma ce n’è anche una di tono minore, che si costruisce e si sostiene attraverso l’accostamento di piccoli bozzetti impressionistici, idilli, quadri minuti, talvolta dal sapore naturalistico (e in versi, come nel caso di alcune poesie del Pascoli di Myricae), altre volte invece incentrati su particolari d’ambiente, fissazioni o oggetti simboli di miseria e difficoltà.

Giovanni Mariotti, silenzioso scrittore di lungo corso, troppo poco citato quando si parla di grandi autori della letteratura italiana contemporanea, si è occupato di entrambi i versanti: ha scritto uno splendido romanzo di impianto, e in parte ambientazione, ottocentesca, Storia di Matilde (pubblicato prima da Anabasi e poi da Adelphi in due edizioni), e ha scritto per il Corriere della Sera una serie di piccoli quadri frammentari che, nel loro insieme, costruiscono un ritratto, ovviamente parziale, di una società in estinzione, piccoli tasselli di un mondo pian piano scomparso, il mondo provinciale della lucchesia e della Versilia.

E l’asina vide l’angelo, il romanzo southern gothic di Nick Cave

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale della Stampa, che ringraziamo.

Era il 2001 e Billboard intervistò Nick Cave. Gli chiedevano di cosa parlassero le sue canzoni. «Non ci sono molti temi nel mondo. Ci sono l’amore e la morte, Dio, e alcune variazioni su queste cose», disse. Erano i tempi di No More Shall We Part, l’undicesimo disco con i Bad Seeds: una ventina d’anni prima era stato pubblicato il suo primo romanzo, E l’asina vide l’angelo; e quasi vent’anni dopo sarebbe uscito quello che ad oggi è il suo ultimo album, Ghosteen. Se lo interrogassimo a riguardo, ho la certezza che Cave darebbe la stessa risposta anche oggi. Amore, morte, Dio. E le variazioni, certo; a ben vedere, forse la differenza sta tutta in quest’ultimo elemento.