Terrore e perdita. “Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene” di Pascal Manoukian

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di Simone Tribuzio

(immagine: disegno di copertina di Guido Scarabottolo)

“Come definireste complessivamente la vostra vita? Felice, molto felice, infelice o molto infelice?”

Da questa domanda parte Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene (in Italia edito da 66thand2nd nella traduzione di Francesca Bononi): secondo romanzo di Pascal Manoukian, scrittore (autore del premiato Derive) e reporter; per venti anni corrispondente nei territori devastati dalla guerra (Libano, Iraq e Guatemala per citarne alcuni).

Un interrogativo, quello di cui sopra, che Charlotte vede proiettato su uno schermo durante una conferenza. E quindi? Be’, tutto sommato lei è una che può ritenersi felice: ha un lavoro che le piace, vive in una grande città, Parigi, è sposata con l’uomo della sua vita: Karim. E proprio da lui aspetta un bambino.

Intorno a uno stagno: i racconti di Claire-Louise Bennett

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di Giorgia Tolfo

“Dipendesse da me, non metterei un cartello vicino a uno stagno con su scritto STAGNO, ci scriverei qualcos’altro, tipo SBOBBA PER MAIALI, o lascerei perdere proprio.”

Difficile non trovarsi d’accordo con la protagonista di Stagno (Claire-Louise Bennett, traduzione di Tommaso Pincio), pubblicato in questi giorni da Bompiani, di fronte a un cartello così tautologico come quello che indica uno stagno accanto a uno stagno. Come si può infatti non provare fastidio per quell’etichetta allarmista, ovvia e posticcia, che toglie al luogo a cui è appiccicata il mistero che altrimenti lo avvolgerebbe e la capacità di parlare da sé?

Dall’infanzia all’età adulta, aggiunge l’anonima protagonista osservando lo stagno e i bambini che ci giocano attorno, siamo costantemente esposti a questo genere di idiota invadenza – cartelli con nomi letterali e avvisi insensati – che indebolisce la capacità di notare davvero le cose e ci priva “dell’arricchente gioia di muoversi in accordo diretto e profondo con le cose”.

Biografo degli sconosciuti. “Una vita scartata” di Alexander Masters

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Cambridge, anno 2001. Da un cassonetto scrostato colmo di rifiuti affiora un libro umido e gualcito; basta allungarsi, sporgersi all’interno del cratere metallico, e ce n’è un altro ugualmente malridotto, poi un altro ancora e ancora uno, e ancora e ancora.

Completato il rinvenimento, ci si ritrova davanti agli occhi un enorme mucchio di carta solcata da una grafia minuta e nervosa, un mostro di scrittura che corrisponde a centoquarantotto quaderni (quindicimila pagine in tutto) all’interno dei quali qualcuno, in un arco di tempo compreso tra il 1952 e il 2001, ha annotato cinque milioni di parole – a volte più intellegibili, a volte simili a una processione di insetti – e una serie di disegni con personaggi e situazioni ricorrenti.

La crisi come arte di governo: il saggio di Dario Gentili

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Quando la vivi, o credi di viverla appena udito quel giudizio a tre sillabe “c’è crisi”, reca con sé un’aura lugubre d’angoscia, ma indeterminata. Non tanto per l’olezzo di stanze chiuse e infette, quanto per quella scena primaria che tutti abbiamo in mente: la pila di cartoni degli ex-broker che portano via le loro cose dalla sede di Lehman Brothers. Perché oggi la crisi, nell’immaginario mediatico condiviso, è quella scena – disoccupazione, crollo dei vertici che annuncia il cedere delle fondamenta. Poi è la folla di grafici di economia che scendono verso il fondo dell’ascissa cartesiana e lo violano. È sempre nera, sempre la peggiore, la crisi.

Di fronte all’ansia che ci prende di fronte a queste scene ricorrenti nell’inconscio mediatico, può sembrare strano sentirsi dire, e spiegare come fa Dario Gentili in Crisi come arte di governo, uscito per Quodlibet, un libro agile ma colmo di millenni di storie di crisi, come la crisi in realtà sia sempre stata la migliore alleata dell’ordine e che oggi lo è tanto più, nella forma paradossale che viviamo sulla nostra pelle mentre facciamo fatica a sbarcare il lunario.

Ovidio a Roma: il trionfo del poeta sul Tempo

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di Chiara Babuin

Sta per chiudere improrogabilmente i battenti (20 gennaio) la meravigliosa mostra Ovidio: amori, miti e altre storie, creata in occasione del bimillenario dalla scomparsa del grande poeta (17-18 a.C). È una rassegna maestosa in cui si susseguono 25 secoli di storia artistica (dall’arte greco-classica del V-IV a.C, fino ai giorni nostri), proprio per dar conto al fruitore dell’importanza nella Storia dell’Arte delle opere ovidiane, ma anche per far capire le origini intellettuali dello stesso poeta. Entusiasmante anche tutto l’impianto di incontri e rassegne collaterali sparsi per la Capitale, volti a far conoscere il mondo del poeta di Sulmona.

La “notte cosmica” dei ragazzi di Algeri. Su “1994” di Adlène Meddi

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di Paola Caridi

In una “notte nazionale”, in una “notte-cosmo”, uomini e ragazzi si muovono circospetti, come ombre in cerca di salvezza, sicuri – però – di non poter sopravvivere a un destino tragico, fatto di colpi di pistola, esecuzioni, assassini. È la notte che l’Algeria ha vissuto per tutti gli anni Novanta, travolta da una guerra civile su cui la riflessione intellettuale si è spesso fermata a letture di parte o, addirittura, a una sorta di afasia post-traumatica. È in questa “notte cosmica” che Adlène Meddi fa muovere i suoi ragazzi, gli alter ego della sua generazione, protagonisti di 1994, l’ultimo poliziesco dello scrittore algerino. Un libro già incensato dalla critica francese, tanto da arrivare primo nei polizieschi 2018 di Paris Match e da essere inserito nella sua lista dei dieci migliori libri dell’anno.

“Serotonina” di Michel Houellebecq: l’amore al tempo delle passioni tristi

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di Federico Iarlori

Dopo aver scoperto che la compagna giapponese con cui conviveva da due anni si divertiva – tra le altre cose – a farsi penetrare da cani di varie razze, Florent-Claude Labrouste, 46 anni, agronomo al ministero dell’Agricoltura, decide volontariamente di sparire dalla circolazione abbandonando sia il lavoro che il tetto coniugale per andare a vivere, all’insaputa di tutti, in un hotel parigino – rigorosamente dotato di stanze per fumatori.

La trilogia di Grouse County di Tom Drury

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Nondimanco: Carlo Ginzburg tra Machiavelli e Pascal

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Con il termine microstoria si intende una tendenza della ricerca storica, che però immediatamente ne trascende i confini per diventare storia del pensiero e della cultura, che a partire dagli anni Settanta e sotto l’influsso di tendenze straniere, una su tutte la scuola francese degli Annales, pratica una ricerca che trova suo luogo privilegiato nelle storie particolari e circoscritte di piccole comunità, avvenimenti che sfuggono alle indagini a vasta scala ma che offrono fondamentali chiavi di lettura.

Scrivere di cinema: La donna dello scrittore

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di Marco Castelli

Georg scappa, dai fascisti che si allungano sull’Europa e sulla Francia. Scappa da Parigi, verso Marsiglia, destinazione scelta più dal caso che da un disegno razionale, con nello zaino solo delle lettere ed il manoscritto d’uno scrittore che ha deciso di terminare la sua fuga con il suicidio. Nella città focea, punto di raccolta dei rifugiati pronti alla fuga verso le Americhe, dove i consolati lavorano incessantemente per vagliare le domande di visti e transiti, la confusa situazione giuridica dei rifugiati si riflette sulla loro confusione identitaria ed affettiva: vengono tratteggiate delle identità alla deriva, divise tra la difesa della loro umanità e l’adattamento alla situazione circostante. In questo contesto il protagonista si muove con uno sguardo spento e disincantato, simile per certi versi a quello del protagonista de “Il Figlio di Saul” (László Nemes, 2015), nella snervante attesa dell’incerta partenza della sua nave.