Il tempo congelato in un eterno crepuscolo. “Noi diversi” di Veselin Marković

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Quando Musil scriveva ne L’uomo senza qualità che esistono “problemi matematici che non consentono una soluzione generale, ma piuttosto soluzioni singole che, combinate, s’avvicinano alla soluzione generale”, conduceva le congetture di Ulrich a oscillare tra esattezza e indeterminatezza. “Egli possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la precisione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito”.

Il contrasto tra indefinitezza e ricerca di rigore, ordine, e la capacità di evidenziare una caratteristica sulle altre per renderne nitida la rappresentazione in chiave narrativa trova una nuova declinazione nella prosa di Veselin Marković, ritenuto uno dei più alti esempi di letteratura serba contemporanea.

“Topeka school”, il nuovo romanzo di Ben Lerner

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

È un romanzo a chiave: in America, il paese degli avvocati, le scuole partecipano ai campionati di retorica. Non è la retorica di Cicerone, del ragionare e costruire un mondo, quella nel libro non compare; invece “un ragazzino con indosso un completo della misura sbagliata era in grado di parlare della crisi in Kashmir come se ne avesse un’idea precisa[,] la raffinatezza formale poteva compensare la scarsità della sostanza”. Nel 1997, Adam, maturando, cresce tra queste gare, l’affine gangsta rap, e la comunità di psichiatri di provincia cui appartengono i genitori, due ex newyorkesi sofisticati. Un giorno diventerà un poeta sensibile e impegnato, come Lerner, ora è un ragazzino con la parlantina che deve confrontarsi con temi oratori come: «La caduta del Muro di Berlino segna il trionfo globale della democrazia liberale?»

Un “what if” scritto nel 1942: “Sfacelo” di René Barjavel

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo.

Una domanda, Cosa succederà dopo?, e una gran quantità di ipotesi. Adesso che volgono al termine, possiamo ben dire che tra i motivi dominanti della narrativa al tempo degli anni Dieci hanno trovato ampio spazio le storie che tendiamo a catalogare sotto il grande ombrello della distopia; non solo in letteratura, basti pensare a serie televisive come Black Mirror o The Handmaid’s Tale. Come ciliegina, mettiamoci anche la coincidenza con la caccia agli androidi di Rick Deckard sotto la pioggia battente di Blade Runner, ambientata dagli sceneggiatori dal romanzo di Philip K. Dick proprio nel 2019.

La gratitudine del rifugiato

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di Giorgia Sallusti

Guardando la vecchia foto del passaporto scaduto, Dina Nayeri ci ricambia con un volto senza sorriso, sbalordito, incorniciato da uno stretto hijab grigio. Non sembra il volto di una bambina – era il 1988 – in procinto di fuggire dall’Iran. Tre anni prima la famiglia Nayeri aveva passato diversi mesi a Londra, il gran debutto di Dina nel sistema scolastico e nel tour migratorio. Dina parlava solo il farsi, e nei primi giorni gli altri bambini la accoglievano cercando di insegnarle parole d’inglese, usando disegni e giocattoli.

A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro

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Un dispiacere che l’autobiografia di Woody Allen abbia avuto una storia complicata, rifiutato da Hachette, a rischio macero e poi ripreso fortunatamente da un nuovo editore, Arcade Publishing. Le motivazioni di questo tortuoso percorso sono complesse e abbastanza note, coinvolgono il tempestoso rapporto del regista con la famiglia Farrow, ma la cosa, leggendo questo bel racconto di una vita, perde la sua importanza. Questo circo mediatico è ancor meno interessante proprio perché l’autobiografia A proposito di niente, pubblicata con convinzione da La Nave di Teseo, in ebook e in anteprima mondiale con la traduzione di Alberto Pezzotta (il cartaceo dovrebbe invece uscire il 9 aprile), è un racconto sincero e divertente di un’esistenza fortunata e di successo e i riferimenti ai fatti giudiziari sono, fortunatamente, pochi.

Con il nastro rosa: un viaggio nella musica di Lucio Battisti

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di Simone Bachechi

Ancora ricorrenze. Non sono mai troppe quando si parla di un gigante, sia esso della letteratura, della musica, dell’arte tout court. La collana Songs ideata e creata da Donato Zoppo insieme alla piccola e intraprendente casa editrice campana GM Press sforna a distanza di pochi mesi dal suo esordio con Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, un altro volume, che segue la stessa ratio e intenti: quella di raccontare la storia di gruppi e artisti approfittando degli anniversari di canzoni amate.

La società a cassetti vista da un sagrestano. “L’apprendista” di Villalta

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“Insegnaci a aver cura e a non curare/ Insegnaci a starcene quieti”, scrive T.S. Eliot nel Mercoledì delle ceneri (1933). Si interroga sulla propria evoluzione religiosa nell’urgenza di rintracciare qualcosa in grado di generare un consenso assoluto, consapevole della necessità di dover passare attraverso la ragione.

Il feroce desiderio di capire legato all’assenza di fede è oggetto dell’esplorazione narrativa compiuta da Gian Mario Villalta nel suo ultimo romanzo, L’apprendista, edito da Sem, in cui gli interrogativi di chi cerca di interpretare le Scritture per comprenderne il senso ultimo si connettono al significato profondo dell’aver cura.
Tilio ha superato i settant’anni, è vedovo e vive un rapporto conflittuale con suo figlio. È diventato un apprendista sacrista per cercare di imparare dall’anziano sagrestano Fredi i ritmi e la vita di una chiesa, mosso non da ragioni spirituali ma da una sola consapevolezza: “Non si può vivere senza servire a niente”. Ex operaio, non si è mai spostato dal paese, sente la necessità di diventare un apprendista nònsol per capire di non essere ancora arrivato, convinto che solo così possa rendersi conto di saper stare al proprio posto, non assegnato da sempre.

Cosa ricordiamo di Roberto Baggio

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Cos’è stato, dunque, Roberto Baggio? Cosa continua a essere, a sedici anni dalla sua ultima partita, ventisei dopo il rigore nella finale di Pasadena contro il Brasile, trenta dalle notti magiche dell’Olimpico, quando sedusse una nazione intera dopo averlo fatto con Firenze?

Giacché Robi, Roberto, il Divin Codino, Baggio, è stato il calciatore più popolare della sua generazione, come minimo, ognuno avrà una risposta, la sua; e se molte sono destinate a coincidere, la diffrazione della memoria baggesca è già di per sé un elemento prezioso.

Leggere “I baffi” di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando

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Leggere I baffi di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando. Anzi, peggio: cominciare a leggerlo una sera come tante e voltare pagina verso una doppia rivoluzione: quella del protagonista, che ti aspettavi, e la tua, anticipata da sinossi in altre lingue e più volte ignorata. Alla prima arrivi con un languore familiare al lettore e all’autolesionista, costretto da una scrittura abilissima, sia cortese che crudele. Per la seconda, invece,devi prenderti la colpa. Non puoi sospirare “Ah, la letteratura!”, no: dovevi guardare fuori, demolire la leggenda dei tuoi tempi immuni dalla catastrofe, apparentemente impossibili da incrinare,e pensarlo: «Quella spedizione da Zara Home per la tovaglia antimacchia, be’, dovevo godermela di più».

La vita schifa, il festival dell’ossimoro di Rosario Palazzolo

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«Quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa sua a gioire in silenzio, una festa senza brindo, una festa muta, una festa che se mettiamo uno passava di là non se ne accorgeva che c’era quella festa, era una festa cacchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta[…]»

Rosario Palazzolo è da sempre un portatore (in)sano di linguaggio. Chi abbia letto i suoi precedenti romanzi, cito qui il meraviglioso Cattiverìa (Perdisa pop 2013) – un libro nel quale il linguaggio veniva reinventato pagina dopo pagina, fondendosi e scomponendosi per riscoprirsi diverso. Il dialetto siciliano, le sgrammaticature e l’italiano si reggevano tenendosi per mano, a volte si abbracciavano, altre si prendevano a schiaffi e lo facevano dentro una corsa di punteggiatura stesa a perdifiato. Una meraviglia.