Arruina, la favola nera di Francesco Iannone

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di Giuseppe Lorenti

Photo by Alex Grodkiewicz on Unsplash

C’era una volta e c’è ancora. La favola che si trasforma in romanzo moderno. Questo è “Arruina”, romanzo di esordio di Francesco Iannone pubblicato da Il Saggiatore. Una favola nera con echi di un’epica lontana, un romanzo, apparentemente, senza tempo e senza luoghi.

Di amore e magia. “Un soffio di vita” di Clarice Lispector

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Clarice Lispector, nata da una famiglia ebraica a Tchetchelink in Ucraina nel 1920, scappò con la famiglia in Romania per sfuggire ai pogrom e infine, passando dalla Germania, raggiunse il Brasile, paese nel quale trascorse tutta la sua vita e cambiò anche il suo nome da Chaya a Clarice. L’itinerario biografico della scrittrice, seppur vissuto quando era ancora una bambina molto piccola, giunse infatti in Brasile quando aveva appena due anni, delinea comunque già l’inquietudine che segnerà successivamente tutta la sua opera: questa forza disgregatrice che mina la sua identità non mancherà mai di fare sentire il suo peso, trovando testimonianza decisiva in un testo scritto che si condensa in un flusso inarrestabile di parole che ne avvicinano l’opera a quella di James Joyce e di Virginia Woolf.

Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell

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Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

Diario d’amore e squallore di Palma, nella Chilografia di Domitilla Pirro

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Mentre le ragazze magre vanno in paradiso, alle ragazze grasse tocca l’inferno in Terra. Un inferno che spesso e volentieri trova il suo nocciolo nell’infanzia, dove si generano le infelicità e i tormenti che possono divinare il destino dei bambini che l’attraversano. Chi è infelice da piccolo lo sarà in modo permanente; in un modo atroce e speciale che a livello psicologico non cambia a dispetto dei presunti miglioramenti dell’età.

Lo sa bene Palma, nata settimina e concepita durante un goffo tentativo di infedeltà coniugale.

Passaggio sulla narrativa israeliana: Kashua e Gundar-Goshen

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La narrativa israeliana si dimostra, in questi ultimi anni, in ottima salute. Questa condizione è ravvisabile in diversi romanzi che sono arrivati in traduzione italiana, tra gli altri la conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che ha riguardato Abraham Yehoshua con Il tunnel, pubblicato da Einaudi, oppure l’interessante esperimento apocalittico di Evecuazione, scritto da Raphael Jerusalmy ed edito invece da La Nave di Teseo.

In questi ultimi giorni sono arrivati in libreria due romanzi differenti, ma che continuano a testimoniare la vivacità di questa scrittura: si tratta di La traccia dei mutamenti di Sayed Kashua (pubblicato da Neri Pozza), scrittore, giornalista e creatore della divertente e irriverente sitcom “Arab Labor” sugli stereotipi incarnati dai popoli arabo e israeliano e sui conseguenti pregiudizi, e Bugiarda di Ayelet Gundar-Goshen (Giuntina), successore del giustamente fortunato Svegliare i leoni, che conferma l’autrice come una tra le migliori scrittrici israeliane.

Come un corpo che cade: “La sottovita” di Francesco Savio

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di Maurizio Cotrona

Nell’immagine qui sopra c’è la vacca delle Highlands, razza bovina proveniente dalle terre alte della Scozia, ve lo stavate chiedendo.

Quando ho provato a comprare il libro che porta questa vacca in copertina non ricordavo il titolo; così ho detto al libraio “c’è una vacca in copertina”, e poi “l’autore è Francesco Savio”. Il libraio mi ha fatto perdere almeno un quarto d’ora prima di trovare il romanzo sugli scaffali, tratto in inganno dalla costina rossa, lui se l’aspettava bianca.

Anche Francesco Savio fa il libraio, in una Feltrinelli di Milano.

Chris Offutt e la ricerca del padre

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

Ai lati opposti delle barricate: il Novecento nel carteggio tra Jacob Taubes e Carl Schmitt

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Porsi nei confronti di una figura come quella di Carl Schmitt è spesso esercizio scomodo: simpatizzante del nazismo negli anni Trenta, cattolico integerrimo, giurista e filosofo politico, quasi processato a Norimberga, preferì ritirarsi per il resto della sua vita, morirà a 97 anni nel 1988, nel paese natale di Plettenberg, dove continuò a studiare e pubblicare (e tanti sono i suoi libri fondamentali).

Tra le persone che hanno conversato e discusso con Schmitt, figura come interlocutore speciale Jacob Taubes, filosofo, rabbino, simpatizzante dell’estrema sinistra e, negli anni della contestazione, figura di riferimento per studenti e rivoluzionari, quanto di più lontano rispetto al giurista tedesco.

Woodstock senza ritorno. Herlihy e la stagione della strega

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Siamo i primi figli della più bella stagione che avremmo potuto vivere, gli eredi nostalgici di un passato appena trascorso, sognato e immaginato come quando si guarda al futuro: Un passato accaduto alle nostre spalle che dovremmo ringraziare e mantenere un poco in vita senza sperperarlo, molti dei privilegi che appartengono al nostro tempo ci arrivano per gentile concessione di ciò che è capitato tra la seconda metà degli anni sessanta e buona parte degli anni settanta. Se per qualche istante ci siamo sentiti liberi è grazie a qualcuno che ha vissuto quei giorni. Siamo debitori di ogni cosa, dei jeans stinti che abbiamo indossato, delle barbe incolte, dei capelli lunghi, delle giacche consumate, del sesso libero (aspetto al quale abbiamo rinunciato alla velocità della luce in nome di qualche tipo di morale), delle canne che abbiamo fumato, di tanta musica meravigliosa che ancora ascoltiamo.

Pranzi di famiglia, il nuovo romanzo di Romana Petri

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.

Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso. Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.