Squarci ed echi da Questa notte, Canzoniere di Velio Abati

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di Rossella Farnese

Un canzoniere dalla struttura unitaria debole, o meglio, intermittente, quello di Velio Abati: quarantasette componimenti, organizzati in sei sezioni, che si collocano programmaticamente sulla linea Petrarca-Saba scardinandola su altri fili della letteratura italiana, da Gozzano a Caproni, da Montale a Zanzotto. Come non pensare, leggendo la prima poesia, intitolata Campagna elettorale, a Le due strade della gozzaniana Via del rifugio (1907): «presse grano, verde e giallo/ giallo e verde» rimanda alle «bande verdi gialle d’innumeri ginestre».

Bruciare la letteratura: “Manaraga” di Vladimir Sorokin

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Sul fatto che l’epoca non sia – per dirla con Bruno Schulz – «geniale» non ci sono dubbi. Anche riuscire a considerarla «letteraria» è complicato. C’è semmai da temere, e molto fondatamente, che in un futuro, prossimo o remoto che sia, venga ricordata come «culinaria», vale a dire il tempo in cui gli chef divennero stelle polari, il talento aveva il suono metallico di pentole e padelle e l’epos giaceva in ciotole colme di intingoli aromatizzati al timo, si diluiva nei soffritti più sofisticati, annegava nei brodetti.

“Aspettando i naufraghi”, tra poesia e fantastico

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi (minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”.

Sulità, la materia oscura nella poesia di Nino De Vita

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Come nell’epica antica, la poesia di Nino De Vita racconta principalmente delle storie. Non si tratta però di imprese leggendarie compiute dagli eroi o dalle divinità, ma delle vicende minuscole della gente comune, episodi tratti dalla quotidianità dei poveri e dei dimenticati: un’epopea degli ultimi che descrive la normalità degli individui, la loro debolezza, il loro disagio nell’affrontare le difficoltà di tutti i giorni. De Vita si accosta a questa materia per approssimazioni successive, tramite una poesia centripeta e avvolgente,che gira intorno alle cose e le evoca senza rivelarle, le suggerisce senza mostrarle per intero.

Minivip & Supervip tornano 50 anni dopo il ’68

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di Valerio Renzi

Era il 1968 quando dal genio di Bruno Bozzetto nasceva il lungometraggio animato ‘Vip: Mio Fratello Superuomo’. Oggi, cinquant’anni dopo tornano Minivip & Supervip con una nuova avventura, questa volta a fumetti, firmata da Bozzetto con i disegni del francese Grégory Panaccione. Il film riusciva a intrecciare il linguaggio proprio dell’intrattenimento dei cartoni animati, con lo spirito di contestazione dell’epoca, prendendosela con la corsa agli armamenti, lo sfruttamento degli operai, ma soprattutto con una lucidissima critica alla società dei consumi di massa e dei bisogni indotti dalle pubblicità. Ma soprattutto ‘Vip’ anticipava quello che sarebbe diventato, decenni dopo un vero e proprio topos dei comics: la crisi, la vulnerabilità e la critica al modello del supereroe invincibile.

Ricordando Luca Rastello: Lettera alle pulci

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Il 6 luglio 2015 ci lasciava Luca Rastello. A qualche giorno
dalla ricorrenza lo ricordiamo con un pezzo di Giorgio Vasta, apparso su Robinson, e soprattutto con un suo brano, La lettera alle pulci, un estratto dal libro postumo Dopodomani non ci sarà (Chiarelettere), che vi invitiamo a leggere.

di Giorgio Vasta

Quando ci si trovava in compagnia di Luca Rastello, a un certo punto arrivava il momento del «racconto islandese»: un episodio collocato in un tempo più mitico che storico, una narrazione – seria nei toni, bugiarda nella drammaturgia, dunque dichiaratamente letteraria – in cui Rastello evocava un rocambolesco incidente stradale lungo la Ring Road, qualcosa che gli era davvero accaduto, una storia in cui troll e folletti erano a tutti gli effetti personaggi reali.

Ascoltandolo ci si veniva a trovare su un crinale sottile tra verità e finzione, tra chiarezza e oscurità, tra comicità folle e tragedia: vale a dire in quel luogo estremo, inaffidabile e rivelatore, dove è esistito ed esiste ancora il pensiero di Luca Rastello.

Emma Glass e “La carne”, uno dei romanzi più interessanti di quest’anno

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«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere.

Scrivere di cinema: “A quiet passion”

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di Lorenzo Ciofani

A pensarci bene, il grande problema dei biopic sui poeti risiede proprio nella professione dei protagonisti. Convinti della teoria secondo cui il genio sia 1% ispirazione e 99% traspirazione, la questione sta tutta nel come mettere in scena il processo creativo. Perché, insomma, questa cosa dell’ispirazione dall’alto val bene per il manuale didascalico, magari un’agiografia d’altri tempi. Più prosaicamente – ma anche con una maggiore onestà – qui del poeta vogliamo vedere il sudore e il mestiere, la riflessione e l’esecuzione.

Simone Lisi e l’irrealtà socievole dei trentenni

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Quella dei pasti, del trovarsi seduti a tavola, in compagnia, a mangiare e a chiacchierare, è una circostanza ampiamente sfruttata, a partire dalla tradizione (prima) teatrale e (poi) cinematografica, specialmente in determinati contesti nazionali, ne sia un esempio quello transalpino: è il caso di qualche anno fa della pièce di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière il cui titolo originale era Le Prénom, tradotta come Cena tra amici e trasposta su pellicola dagli stessi autori nonché, nel nostro Paese, da Francesca Archibugi (Il nome del figlio), ma si può ripensare anche al meno recente Le dîner de cons (La cena dei cretini) di Francis Veber, opera di origine drammaturgica, francese anch’essa.

Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof

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La vita di Agota Kristof è segnata come quella di molti altri intellettuali, scrittori, poeti dell’Europa orientale ed esuli, sin dalla giovinezza dalla necessità della partenza e della fuga. Nata in Ungheria nel 1935, nel 1956, in seguito e a causa all’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, fuggirà con la famiglia in Svizzera, nella città di Neuchatel, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

In un bellissimo volume edito dalla casa editrice svizzero-italiana Casagrande, dal titolo Analfabeta, Kristof ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua vita, dalla felice spensieratezza dell’infanzia agli anni di solitudine durante gli studi: uno dei momenti più interessanti di questa narrazione autobiografica è la parte che si concentra sulle lingue («All’inizio, non c’era che una sola lingua.