Memoria e disincanto: su “Ricrescite” di Sergio Nelli

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di Gabriele Merlini

Trattare la quotidianità con acume, ironia e amore per le piccolezze diventa un gesto piuttosto eroico e da salutare con gioia, in questi tempi di supposti ritorni di massa allo weird e al fantastico.
Ricrescite è stato scritto da Sergio Nelli all’inizio del millennio, editorialmente un’era geologica fa, poi pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2004. Tunué adesso (con prefazione di Antonio Moresco) sceglie di farlo riapparire nelle librerie all’interno di un progetto di riscoperta di meritevoli opere finite fuori catalogo, così servirà collocarlo nell’attualità del panorama narrativo nazionale: piacevole constatare quanto risulti ancora una salutare boccata d’ossigeno sotto moltissimi aspetti.

Cyrano de Bergerac: l’importanza del parlar d’Amore

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di Chiara Babuin

(fonte immagine)

“L’amore-passione fa parte di una certa cultura, della cultura popolare, in forma di film, di romanzi, di canzoni”, afferma in un’intervista Roland Barthes, ma “è fuori moda negli ambienti intellettuali”. Pasolini, nel suo Comizi d’amore, rende esplicito il fatto che, sebbene il tema dell’amore sia spesso presente nelle espressioni artistiche popolari, il popolo non ne parla, non lo tratta, non lo riconosce: “Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore”, augura infatti il poeta corsaro con voce fuori campo.

Ma perché questi grandi intellettuali considerano così importante parlare d’Amore? Perché, esattamente come nel Simposio platonico, socraticamente il discorso fa emergere la coscienza del sentimento. Sentimento percepito come qualcosa di altro dall’individuo, ma che l’individuo stesso genera e da cui ne è, in qualche modo, governato.

Il tocco leggero di Rivka ne Il Tunnel di Abraham Yehoshua

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(fonte immagine)

Zvi Luria è un ingegnere. Ha lavorato per tutta la vita in una società che costruisce strade in Israele, e ora è a riposo da qualche anno. Al momento del suo pensionamento, Davon, il suo vice, invece di approfittare dell’occasione per subentrare al suo posto, accetta un’offerta allettante da una società keniota, e, prima di partire, chiede a Luria di consegnargli dei progetti che potrebbero essergli utili nel nuovo lavoro. Luria decide di portarglieli a casa personalmente, ma giunto all’abitazione del suo ex collega, la trova completamente a soqquadro, nel bel mezzo del trasloco che l’uomo sta compiendo per trasferirsi in Africa. Dentro casa c’è soltanto la moglie di Davon, che si trova ancora addormentata in camera da letto.

Luria, suo malgrado, si vede costretto a entrare in quel disordine, profanare quell’intimità, fino ad approssimarsi al letto della donna e a percepire il tepore del suo riposo.

Un amore proibito. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

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Lust och fägring stor, tradotto in Italia con l’originalissimo Passioni proibite, è un film svedese del 1995 che, l’anno dopo, verrà candidato all’Oscar come miglior film straniero. Racconta di Stig, quindicenne, che si innamora di Viola, vent’anni più grande e sua professoressa. Lei lo ricambia, permettendoci così di sfogliare un bell’album di scene di sesso, ambienti freddi e, sullo sfondo, guerra: è il 1943, e la Svezia sta rivalutando la sua posizione nel secondo conflitto mondiale.

Il film, diretto da Bo Widerberg, consacra, per poi ucciderlo, il genere “Minorenne che, durante la guerra, si innamora di una donna più grande, trascinando lei in una crisi esistenziale e se stesso verso, più o meno, la gloria formativa del sentirsi uomo”. Dagli anni Settanta è un filone particolarmente florido, per il cinema europeo: l’Italia ha già prodotto, su questo canovaccio, le pellicole sottovalutate di Salvatore Samperi, e lanciato tra le altre Laura Antonelli e Monica Guerritore.

Terrore e perdita. “Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene” di Pascal Manoukian

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di Simone Tribuzio

(immagine: disegno di copertina di Guido Scarabottolo)

“Come definireste complessivamente la vostra vita? Felice, molto felice, infelice o molto infelice?”

Da questa domanda parte Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene (in Italia edito da 66thand2nd nella traduzione di Francesca Bononi): secondo romanzo di Pascal Manoukian, scrittore (autore del premiato Derive) e reporter; per venti anni corrispondente nei territori devastati dalla guerra (Libano, Iraq e Guatemala per citarne alcuni).

Un interrogativo, quello di cui sopra, che Charlotte vede proiettato su uno schermo durante una conferenza. E quindi? Be’, tutto sommato lei è una che può ritenersi felice: ha un lavoro che le piace, vive in una grande città, Parigi, è sposata con l’uomo della sua vita: Karim. E proprio da lui aspetta un bambino.

Intorno a uno stagno: i racconti di Claire-Louise Bennett

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di Giorgia Tolfo

“Dipendesse da me, non metterei un cartello vicino a uno stagno con su scritto STAGNO, ci scriverei qualcos’altro, tipo SBOBBA PER MAIALI, o lascerei perdere proprio.”

Difficile non trovarsi d’accordo con la protagonista di Stagno (Claire-Louise Bennett, traduzione di Tommaso Pincio), pubblicato in questi giorni da Bompiani, di fronte a un cartello così tautologico come quello che indica uno stagno accanto a uno stagno. Come si può infatti non provare fastidio per quell’etichetta allarmista, ovvia e posticcia, che toglie al luogo a cui è appiccicata il mistero che altrimenti lo avvolgerebbe e la capacità di parlare da sé?

Dall’infanzia all’età adulta, aggiunge l’anonima protagonista osservando lo stagno e i bambini che ci giocano attorno, siamo costantemente esposti a questo genere di idiota invadenza – cartelli con nomi letterali e avvisi insensati – che indebolisce la capacità di notare davvero le cose e ci priva “dell’arricchente gioia di muoversi in accordo diretto e profondo con le cose”.

Biografo degli sconosciuti. “Una vita scartata” di Alexander Masters

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Cambridge, anno 2001. Da un cassonetto scrostato colmo di rifiuti affiora un libro umido e gualcito; basta allungarsi, sporgersi all’interno del cratere metallico, e ce n’è un altro ugualmente malridotto, poi un altro ancora e ancora uno, e ancora e ancora.

Completato il rinvenimento, ci si ritrova davanti agli occhi un enorme mucchio di carta solcata da una grafia minuta e nervosa, un mostro di scrittura che corrisponde a centoquarantotto quaderni (quindicimila pagine in tutto) all’interno dei quali qualcuno, in un arco di tempo compreso tra il 1952 e il 2001, ha annotato cinque milioni di parole – a volte più intellegibili, a volte simili a una processione di insetti – e una serie di disegni con personaggi e situazioni ricorrenti.

La crisi come arte di governo: il saggio di Dario Gentili

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Quando la vivi, o credi di viverla appena udito quel giudizio a tre sillabe “c’è crisi”, reca con sé un’aura lugubre d’angoscia, ma indeterminata. Non tanto per l’olezzo di stanze chiuse e infette, quanto per quella scena primaria che tutti abbiamo in mente: la pila di cartoni degli ex-broker che portano via le loro cose dalla sede di Lehman Brothers. Perché oggi la crisi, nell’immaginario mediatico condiviso, è quella scena – disoccupazione, crollo dei vertici che annuncia il cedere delle fondamenta. Poi è la folla di grafici di economia che scendono verso il fondo dell’ascissa cartesiana e lo violano. È sempre nera, sempre la peggiore, la crisi.

Di fronte all’ansia che ci prende di fronte a queste scene ricorrenti nell’inconscio mediatico, può sembrare strano sentirsi dire, e spiegare come fa Dario Gentili in Crisi come arte di governo, uscito per Quodlibet, un libro agile ma colmo di millenni di storie di crisi, come la crisi in realtà sia sempre stata la migliore alleata dell’ordine e che oggi lo è tanto più, nella forma paradossale che viviamo sulla nostra pelle mentre facciamo fatica a sbarcare il lunario.

Ovidio a Roma: il trionfo del poeta sul Tempo

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di Chiara Babuin

Sta per chiudere improrogabilmente i battenti (20 gennaio) la meravigliosa mostra Ovidio: amori, miti e altre storie, creata in occasione del bimillenario dalla scomparsa del grande poeta (17-18 a.C). È una rassegna maestosa in cui si susseguono 25 secoli di storia artistica (dall’arte greco-classica del V-IV a.C, fino ai giorni nostri), proprio per dar conto al fruitore dell’importanza nella Storia dell’Arte delle opere ovidiane, ma anche per far capire le origini intellettuali dello stesso poeta. Entusiasmante anche tutto l’impianto di incontri e rassegne collaterali sparsi per la Capitale, volti a far conoscere il mondo del poeta di Sulmona.

La “notte cosmica” dei ragazzi di Algeri. Su “1994” di Adlène Meddi

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di Paola Caridi

In una “notte nazionale”, in una “notte-cosmo”, uomini e ragazzi si muovono circospetti, come ombre in cerca di salvezza, sicuri – però – di non poter sopravvivere a un destino tragico, fatto di colpi di pistola, esecuzioni, assassini. È la notte che l’Algeria ha vissuto per tutti gli anni Novanta, travolta da una guerra civile su cui la riflessione intellettuale si è spesso fermata a letture di parte o, addirittura, a una sorta di afasia post-traumatica. È in questa “notte cosmica” che Adlène Meddi fa muovere i suoi ragazzi, gli alter ego della sua generazione, protagonisti di 1994, l’ultimo poliziesco dello scrittore algerino. Un libro già incensato dalla critica francese, tanto da arrivare primo nei polizieschi 2018 di Paris Match e da essere inserito nella sua lista dei dieci migliori libri dell’anno.