Raccontare l’America contemporanea: “The Free” di Willy Vlautin

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Sarà poco ordinario, ma se cercate un gran romanzo americano bisogna rivolgersi a Willy Vlautin, di professione cantautore, attivo a partire dagli anni Novanta con una band, i Richmond Fontaine, probabilmente poco nota ma di cui vale la pena recuperare la discografia; piaceranno, soprattutto a chi ama un certo rock alternativo venato di country.

Originario di Portland, Oregon, dove gli Stati Uniti iniziano a diventare un estremo Nord, Vlautin ha scritto cinque romanzi; il primo, The Motel Life, è uscito nel 2006 guadagnandosi subito un buon credito tra le pagine culturali dei più importanti giornali americani. The Free, il penultimo, è pubblicato in Italia da Jimenez, per cui era già uscito l’anno scorso Io sarò qualcuno, una storia polverosa di boxe e ambizioni destinate a fallire.

Heridas: la nuova letteratura colombiana

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“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare.  Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri.

Requiem per esistenze negate e taciute. Paese perduto di Pierre Jourde

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Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo.

Dopo una lunga fase di eclissi, l’interesse dei lettori italiani per la narrativa francese contemporanea si è, negli ultimi dieci anni, non solo ridestato, ma acceso di passione. Ciò è avvenuto, in prevalenza, grazie al lavoro di alcune piccole case editrici che hanno saputo scegliere e promuovere autori di già solida reputazione in Francia, ma prima pressoché ignoti al pubblico italiano.

Il caso più emblematico è quello di Annie Ernaux, scrittrice esigente, aliena alle mode editoriali, eppure diventata in Italia un successo di libreria grazie a L’orma editore.

Scrivere di cinema: Judy

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di Elisa Teneggi

C’è un posto blu, sopra l’arcobaleno, dove i sogni si realizzano. Così intona nel 1939, con la sua voce di seta tremolante, Frances Ethel Gumm. Frances ha 19 anni, ma è da quando è stata scritturata alla MGM che si fa chiamare Judy, Judy Garland. Ha un viso senza tempo, tondo e dolce, e le più perfette trecce di bambola. L’usignolo di Grand Rapids, Minnesota, diventa in breve tempo la beniamina d’America, continuando a infuocare le folle anche da adulta. Un sogno diventato realtà. Che scorterà Judy nel baratro della depressione, provocandone la prematura morte, appena quarantaseienne, per overdose di barbiturici.

Un mondo di fantasmi. Storia della nostra scomparsa» di Jing-Jing Lee

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Wang Di – la protagonista di Storia della nostra scomparsa, esordio letterario di Jing-Jing Lee (Fazi, pp. 399, euro 17) – partorisce il figlio nato a seguito di uno dei tanti stupri subiti ad opera dei soldati giapponesi, ad agosto. È il mese dei fantasmi, dice a Wang Di una sua amica, a sua volta fantasma, perché uccisa dagli occupanti. Singapore, Seconda guerra mondiale, occupazione giapponese. Terribili nefandezze – «a marzo arrivarono i primi soldati. Giravano delle voci, si diceva andassero di villaggio in villaggio, facendo razzia di tutto» – e il rapimento di giovani donne costrette a vivere in squallidi posti per essere a disposizione degli appetiti sessuali dell’esercito imperiale giapponese: un mondo di fantasmi, donne cui viene affibbiato un nome giapponese, famiglie che vivono quei terribili anni nascondendo ognuna un trauma segreto. Fantasmi che popolano la storia: «imparai a fare la morta, chiudendo gli occhi e restando così immobile che mi sembrava di sprofondare nel pavimento. Di notte, mi pareva di vedere mia madre che girava la testa dall’altra parte per la vergogna».

Niccolò e Livia scrivono il romanzo dell’anno

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di Simone Tribuzio

Dopo aver raccontato e percorso – in tandem con Paolo Di Paolo – la Roma di Nanni Moretti; dopo aver spiegato, con le illustrazioni di Giulia Rossi, il profilo letterario di Italo Calvino; e infine compiuto una romantica e nostalgica passeggiata nella Roma degli anni ’90, Giorgio Biferali torna oggi nelle librerie con Il romanzo dell’anno (La nave di Teseo, collana Oceani).

È nella notte di capodanno che Niccolò e Livia litigano di nuovo, ma questa volta si rivela cruciale per i giovani amanti romani.

“Figli”, l’eredità di Mattia Torre

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

Mattia Torre ci ha lasciato il 17 luglio scorso, aveva 47 anni: la sua dolorosa morte segna la scomparsa di un “ragazzo” eccezionale e un autore prezioso per il nostro paese. Prolifico e poliedrico, geniale e tagliente, è stato capace di combattere il male oscuro e farne una seria televisiva come La Linea verticale.

Aveva gli occhi intelligenti, luminosi, tempestati di piccole rughe che testimoniavano tutte le sue risate, perché il suo grande dono era l’ironia, la capacità di guardare alla vita con uno sguardo arguto e tradurlo in parola. Dagli spettacoli teatrali, alle serie, ai film, i libri, Mattia ha sempre raccontato lo stato delle cose usando un linguaggio personale e libero, fotografando il nostro bel paese nelle sue piccolezze, riuscendo a suscitare una risata che oltre a portare l’allegria traghettava con sé un pensiero critico.

Scrivere di cinema: Ritratto della giovane in fiamme

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di Lorenzo Gineprini

“Anch’io avevo creduto per un momento che il cinema autorizzasse Orfeo a voltarsi senza far morire Euridice. Mi sono sbagliato. Orfeo dovrà pagare.” In Ritratto della giovane in fiamme Céline Sciamma ha messo a frutto questa lezione di Jean-Luc Godard, attribuendo perciò una posizione simbolica centrale al mito di Orfeo. Sedute intorno a un tavolo la domestica Sophie e Marianne, pittrice con il compito di ritrarre Héloïse affinché il futuro marito possa vederla per la prima volta, ascoltano Héloïse leggere il mito di Orfeo. Al termine del racconto Sophie reagisce come molti di noi hanno fatto ascoltando questo mito per la prima volta: è incredula e arrabbiata, non si capacita del perché Orfeo non abbia trattenuto la passione e aspettato ancora pochi istanti prima di riabbracciare Euridice. Le altre due donne, amanti in segreto, offrono però una chiave di interpretazione differente. Forse, suggerisce Marianne, Orfeo si è voltato consapevolmente, ha scelto il gesto del poeta a quello dell’amante, ha preferito la contemplazione alla vita. Forse, sostiene Héloïse, è stata la stessa Euridice a dirgli di voltarsi, per lasciarsi guardare e suggellare il loro amore in un istante destinato all’eternità piuttosto che lasciar sbiadire il sentimento nella vita quotidiana.

Persone normali di Sally Rooney, il grande romanzo (d’amore?) di una ventenne

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di Valentina Berengo

I grandi romanzi non sono mai romanzi di genere. Nessuno si sognerebbe di definire Cime tempestose o Anna Karenina romanzi d’amore, o non solo. Anche se, a volerne raccontare la trama, il sentimento che ne pervade le pagine, nelle sue più complesse declinazioni, è proprio quel moto irrazionale dell’animo che, forse, è la prima spinta propulsiva della vita. I grandi romanzi sono un universo racchiuso in una scatola senza fondo, e Persone normali (Einaudi 2019, traduzione di Maurizia Balmelli) di Sally Rooney, scrittrice irlandese classe 1991, trasmette al lettore esattamente questa sensazione: che sotto ci sia sempre qualcosa, che però sfugge, restituendo la complicazione delle relazioni umane.

Del sé e del divenire. Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

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Photo by Martino Pietropoli on Unsplash

Una donna seduta in una cucina, vede un sacco nero volare fuori dalla finestra. Poi sente un tonfo, un rumore sordo. Allora si affaccia e vede un corpo, schiantato al suolo.

Quel sacco nero ero io.

Inizia così, il secondo romanzo di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, Einaudi. Assiste al suo suicidio come fosse uno spettatore e poi la ritroviamo, dopo una sola pagina, al centro dell’evento. Come corpo salvo: un io narrante assoluto. Ricorda tutto di quel giorno d’estate, la spinta che l’ha portata fin lì e la caduta, la vertigine.