Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare

simon_prades

Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Anatomia della vergogna

Sally_Mann_self_portraits

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Sally Mann.)

«Shame, shame, shame on you» («vergogna, vergogna, vergogna»). È stato questo uno degli slogan più diffusi tra i manifestanti che hanno dato vita a Occupy Wall Street. Una denuncia morale e insieme politica, rivolta alla classe dirigente, all’élite politica e finanziaria, alla cinica oligarchia (l’1% vs il 99%) ritenuta colpevole di aver difeso i propri interessi, il particulare guicciardiniano, invece di promuovere e garantire uguaglianza e benessere collettivo. Ma che differenza c’è tra il ricorso alla vergogna da parte degli occupanti di Wall Street e quella del campione dell’«Italia della corruzione, dell’imbroglio, dei familismi, dell’evasione fiscale», l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a più riprese ha gridato «vergogna, vergogna, vergogna!», rivolgendosi all’opposizione, alla magistratura, alla stampa critica, a chiunque si opponesse anche solo timidamente al suo prometeismo autoritario? Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa debba essere considerato vergognoso? Cosa distingue il buon uso della vergogna, espressione di una passione politica, «una passione del Sé e del proprio essere con gli altri, del radicamento nella vita quotidiana», dal cattivo uso della vergogna, espressione di risentimento e rabbia, volta a distruggere la coesione sociale?

Quel film sulla corruzione esteticamente corrotto

Viva-l-Italia-Massimiliano-Bruno

Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: una scena di Viva l’Italia.)

Quando, al momento di sceneggiare Matrix Reoladed, i fratelli Wachowski chiesero la consulenza di Jean Baudrillard, il filosofo francese declinò l’invito dichiarando: “non voglio lavorare a un film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice”.

Una considerazione simile viene in mente dopo aver visto Viva l’Italia, seconda prova di Massimiliano Bruno, campione d’incassi e nuova speranza della commedia tricolore: che senso può avere un film che si propone di fustigare il paese dei corrotti e dei cialtroni, dei raccomandati e dei presappochisti di successo se la sua cifra estetica (sceneggiatura, tensione emotiva, direzione degli attori, uso della musica) sembra esserne l’involontario ma fedele corrispettivo?

La contrada di pietre e di spine

julien_coquentin

(Immagine: Julien Coquentin.)

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la morale non è un’esclusiva del bene. Anche il male può avere una sua etica. A volte, infatti, esso basa su dei principi rigorosi le fondamenta delle sue trame, e tali principi possono essere connotati da una sacralità pari, se non superiore, a quella che caratterizza le scelte incardinate negli argini virtuosi della rettitudine. Non è possibile comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche della malavita se essa viene intesa solamente come un sistema per perseguire degli interessi a spese della società civile. Il male non è la negazione del bene, non nasce per opposizione a esso, ma si sviluppa seguendo dei criteri per molti versi simili a quelli del bene. Anche il male possiede una sua metafisica, e stabilisce un assoluto da cui discendono come conseguenza dei valori trascendenti. Non è un caso che il termine calabrese «’ndrangheta» derivi dal greco andrágathos, «uomo valoroso»: il valore non ha mai un significato assoluto, ma necessita sempre di un contesto di riferimento.

Appunti su Amour di Michael Haneke

amour_michael_haneke

(Immagine: Amour, Michael Haneke.)

È domenica sera e vado al cinema. Danno il nuovo film di Silvio Soldini e Amour di Michael Haneke. Scelgo il secondo. Scrive a proposito il critico cinematografico Bruno Fornara sul suo profilo Facebook:

Di Haneke non mi fido. Lo trovo, film dopo film, sempre supponente. Però: vince e rivince Palme d’oro. E quasi (quasi) tutti dicono che i suoi film sono importanti belli dolorosi rigorosi veri disillusi crudeli amorevoli. Sarà. Anne e Georges, ex insegnanti di musica, vivono la loro vecchiaia insieme a un pianoforte. Un ictus colpisce Anne. Lui la accompagna alla fine. A me sembra sempre, in quasi ogni immagine, che Haneke bari. Ma di sicuro mi sbaglio. […] Per me Haneke bara perché in ogni immagine vedo altro rispetto a quello che lui vorrebbe che io ci vedessi. Lui dice amore e io vedo odio, dice affetto e vedo rabbia, dice vicinanza e vedo infinita distanza. Ogni tanto mi chiedo se non è questo che vuole dire davvero: che ci odiamo, sempre. Titolo sbagliato: Haine.

Emmanuel Carrère e Limonov

the-revolution-that-wasnt-limonov-480px

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Aliona Polunina.)

Tra i pochi romanzieri contemporanei che effettivamente non deludono mai c’è Emmanuel Carrère, forse l’unico francese a riscuotere gli unanimi consensi del pubblico e della critica internazionali, anche più del discontinuo Houellebecq. A leggere Limonov (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), l’ultimo suo libro, è forte l’impressione che una certa idea di letteratura, allo stesso tempo molto tradizionale e molto innovativa, abbia trovato la sua forma ideale.

Se le sue prime opere, libri come I baffi o La settimana bianca, pescavano nelle ossessioni identitarie e nella cronaca nera per costruire romanzi interessanti e ben fatti ma formalmente ortodossi, con L’Avversario Carrère mischiava le carte e imboccava una strada nuova, quella che l’ha portato fin qui. In quel libro inaudito e scioccante, ricostruendo la personalità vertiginosa di Jean-Claude Romand mitomane pluriomicida incarcerato nel 1996 dopo avere sterminato la sua famiglia il narratore autobiografico esegue un vero e proprio funambolismo sul sottile confine dove il profilo della realtà documentaria sembra coincidere con quello del racconto romanzesco: impossibile decidere dove finisce uno e comincia l’altro.

C’è chi dice sì e seduce il mondo

hcb-cartier-bresson-moma-nyc

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi). (Immagine: Henri Cartier-Bresson.)

«Non lo sai che la parola NO è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?», scriveva in una lettera Emily Dickinson nel 1878. Per Molly Bloom, invece, il senso delle cose si raduna e si esprime nel molteplice e crescente che chiude l’Ulisse di James Joyce. Hermann Melville fonda (e sprofonda) il suo Bartleby sul mitissimo implacabile «Preferirei di no» mentre, ancora, è l’affermazione che scandisce le scelte della voce narrante di Gli esordi di Antonio Moresco (e a ogni sì segue uno scarto, una deviazione, un vuoto).

La favola del Potere

Santiago-Rusinol

Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

Recensioni in forma di suggestione – 05

Bonaviri

Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli.

Il carrubo (Giuseppe Bonaviri)

Il piccolo Giuseppe se ne stava sdraiato sotto un carrubo, fissando alcuni uccelletti che sembravano portati dal vento per ubriache rotte che parevano più ghirigori arabeggianti. Andavano su e giù secondo un moto affatto uniforme, che insinuava nella mente del bambino una cocciuta idea di programmaticità del caos, come se, dato che una forma nel mondo terreno deve assumerla anche ciò che è casuale, quella forma, per l’appunto, fosse stata decisa da un ordine superiore agli uccelletti. Ma anche allo stesso Giuseppe e al carrubo.

Il romanzo e la Storia

mariacorti

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, su L’ora di tutti di  Maria Corti.

Quando spiffera il vento per le stradine di Otranto immerse nell’umido del mare e nelle chiacchiere della gente, è possibile ascoltare la voce dei personaggi di Maria Corti. L’ho pensato qualche settimana fa, passeggiando da solo per il centro della città idruntina, sollecitato dalla coincidenza di un doppio anniversario. Quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa della scrittrice, e i cinquanta dalla pubblicazione per Feltrinelli del suo capolavoro, “L’ora di tutti” – circostanza ricordata in un’ottima sezione critica pubblicata sull’ultimo numero della rivista “l’immaginazione”, edita da Manni.