Il mondo che impazzisce: “La festa nera” di Violetta Bellocchio

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove,la collana diretta da Michele Vaccari e inaugurata di recente da Chiarelettere con un primo titolo, Il grido di Luciano Funetta.

Dentro il cielo bianco. “L’uomo che trema” di Andrea Pomella

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Ornamento. Nell’America di Juan Cárdenas

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Nella Vienna di Klimt. La bellezza rubata di Laurie Lico Albanese

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di Rossella Farnese

«Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello»: riflette così Adele Bloch-Bauer sulla sua liaison con Gustav Klimt. Una musa e un artista, una donna rivoluzionaria, anticonformista, appassionata della vita e dell’arte, sensuale, spregiudicata e l’anima della Secessione viennese, la Monna Lisa d’Austria e il pittore dal decorativismo esuberante e dall’eleganza estetizzante, cantore della Finis Austriae.

Verso il transumanesimo e oltre: i libri di O’Connell e Shanahan

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Le nuove suggestioni tecnologiche, con la loro generazione di sentimenti misti tra timore e curiosità, stanno pian piano acquisendo un certo rilievo editoriale. Si può pensare per esempio al recente e interessantissimo saggio 6/5. La rivolta delle macchine di Alexandre Laumonier, pubblicato dalla collana Not delle edizioni Nero, concentrato ad illustrare l’automatizzazione dell’economia globale («Fino alla fine del XX secolo, i mercati finanziari erano immersi in un ambiente fatto di grida d’ogni genere. Poi, in meno di un quarto di secolo, il silenzio si è imposto: gli umani furono rimpiazzati dalle macchine» recita uno dei passaggi più belli del libro), oppure a due libri da poco pubblicati, Essere una macchina di Mark O’Connell, edito da Adelphi e La rivolta delle macchine di Murray Shanahan, per la Luiss University Press.

Un memoir sui generis. “Il ramo spezzato” di Karen Green

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Almeno adesso è…»: così comincia la frase tramite cui, con le migliori intenzioni (ma spesso, nostro malgrado, goffamente), proviamo a dare conforto a chi affronta una perdita. Dovrebbe seguire qualcosa di consolatorio, ma può accadere che, prima e al posto della seconda parte della frase,intervenga, lucida e incoercibile, un’obiezione: «Lo voglio incazzato con i politici, a disagio che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque.

Un romanzo di esplosioni: “Un marito” di Michele Vaccari

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Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Meglio sposarsi che ardere». È una frase famosa, che suona bene in tutte le lingue, ma poco chiara se presa fuori contesto. Chiude un discorso sull’attitudine al contenimento, sull’esigenza di chiedersi, cioè, se si è portati o meno a mantenersi casti quando non si ha (o non si ha più) un coniuge. Sarebbe bello se foste in tanti, a riuscirci – scrive, più o meno, San Paolo –ma, in caso contrario, perché non sposarsi? La purezza non è pane per i denti di chiunque: sempre meglio sentirsi soddisfatti, alius quidem sic, alius vero sic. Se non si leggesse la prima parte del discorso, quei due verbi, sposarsi e ardere, solleverebbero più di un’interpretazione romantica (la solitudine è sempre un inferno; meglio aggirare gli amori non corrisposti; magari la vita di coppia toglierà passione, ma regala serenità) e una domanda laica, da guastafeste: chi l’ha detto che una volta sposati non si arde?

Morire per sopravvivere, il viaggio tra musica e amore di Chuck Klosterman

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ritorna in libreria lo scrittore e saggista americano Chuck Klosterman con un impeccabile e struggente reportage scritto attraversando mezza America a bordo di una Ford Taurus Silver. Il libro si chiama Morire per sopravvivere. Una storia vera all’85% (minimum fax, traduzione di Maurizio Bartocci, pp. 300, 16 euro), è stato pubblicato inizialmente nel 2005 e dell’America racconta la strana, complicata relazione tra rock, amore e morte. Nel farlo Klosterman racconta anche di sé, e di noi lettori.

L’alfabeto di fuoco. Ben Marcus e l’immaginazione radioattiva

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

C’è un’epidemia di linguaggio tossico, l’umanità si sta ammalando di parole. Sembra una di quelle idee irresistibili per un prodotto commerciale: una serie young adult, un film dell’orrore. Portatori sani della malattia sono bambini e ragazzi; se loro parlano, gli adulti si ammalano e muoiono. La storia è raccontata dal punto di vista di un padre di famiglia: ascoltando la voce radioattiva della figlia adolescente (“con periodo di dimezzamento significativo”) “si provava un immediato senso di repulsione”. I sintomi di padre e madre sono: letargia, “quel formicolio a gambe e braccia che ci faceva trascinare i corpi come sacchi”, la “schiena ricoperta di chiazze rosse”. Prima o poi si moriva, e “le vittime erano prosciugate, prive di sali”.

Tra adolescenza e maturità: “Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore” di Carla Fiorentino

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di Anna Toscano

Nelle pause di lettura dell’opera prima di Carla Fiorentino – Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore, uscito per Fandango Libri – mi sono scoperta a canticchiare qualche volta la stessa canzone, vecchia e forse dimenticata da molti; mi sono domandata perché cantassi proprio quel motivo e la spiegazione è che le me lo avevano riportato alla memoria le pagine di questo libro. La canzone è “Eravamo quattro amici al bar” di Gino Paoli – uscita nel 1991, tratta dall’album Matto come un gatto – canzone in cui gli amici si ritrovano per parlare di futuro “tiravi fuori i tuoi perché e i proponevi i tuoi farò”, e poi un po’ alla volta tutti, tranne uno, trovano un lavoro o un amore o altro e si allontanano. In questo libro Clem vuole che nessuno se ne vada più e le prova tutte.