Scrivere di cinema: Downtown Abbey

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di Giuseppe Fadda

L’annuncio di un film tratto da una serie televisiva è sempre colto da un misto di entusiasmo e apprensione, entrambi perfettamente legittimi. Alcuni finiscono per diventare il giusto, sentito coronamento di una serie (un esempio recentissimo è El Camino: A Breaking Bad Movie), altri per essere considerati come stanchi esercizi che puntano sulla nostalgia e poco altro (come i due film tratti da Sex and the City).

Il film di Downton Abbey, l’amatissima serie inglese sull’aristocratica famiglia Crowley, non è né l’una né l’altra cosa: da un lato, soffre per la debolezza della storyline principale, che viene costantemente oscurata dalle innumerevoli sottotrame; dall’altro, cattura ancora alcuni degli elementi che rendono la serie così affascinante.

Una storia di solitudine e coraggio: “Malintesi” di Bertrand Leclair

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Un istante di voluttà cieca rivela un evento tragico che travalica ogni previsione: precede la consapevolezza dell’imminente capovolgimento e metamorfosi dell’esistenza. Si insinua in quello scarto temporale Bertrand Leclair per investigare, attraverso Malintesi (traduzione di Marco Lapenna, Quodlibet, 2019), gli esiti di una storia individuale rilevante perché sintomatica della storia dei sordi del Novecento, dominata dalla “tendenza degli uomini a disintegrare l’umano, a condannare ciò che di vivo c’è nel vivente”.

Leclair raffigura la percezione di profonda solitudine vissuta dal suo protagonista, Julien, figlio secondogenito di Yves Laporte e di Marie-Claude Legrand nato con una sordità profonda nei primi anni Sessanta a Lille. “L’altro si rivela identico eppure diverso, irriducibilmente, perché nessuno saprà mai cosa vuol dire essere sordi se non è sordo”.

Ribellarsi nell’America segregazionista. “Un altro tamburo” di William Melvin Kelley

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di Giorgia Sallusti

«What we did was to help our generation realize
They got to get busy cause it wasn’t gonna be televised.»
Gil Scott-Heron, Message to the Messengers

In The Tempest, scritta intorno al 1610, William Shakespeare arma Prospero delle seguenti parole: «But as ’tis, we cannot: he does make our fire, fetch in our wood, and serve in offices that profit us. What ho! Slave! Caliban! Thou earth, thou!», e così nel primo atto entra in scena Caliban lo schiavo. È selvaggio, bestiale, deforme, «fango» lo chiama Prospero; soprattutto, Caliban è nero. Caliban è fango anche per i personaggi di The Turner Diaries (in Italia per Bietti editore col titolo La seconda guerra civile americana), romanzo distopico di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce) del 1978, manifesto e bibbia dei suprematisti bianchi ancora oggi. Macdonald-Pierce ipotizza una guerra civile che porti alla pulizia etnica di tutti i non bianchi (neri, asiatici, ebrei), spazzati via dal Nordamerica, e renda finalmente gli Stati Uniti lo specchio della Gerusalemme celeste cantata nell’Apocalisse di Giovanni. Ma se i neri scomparissero dall’America, sarebbe davvero così? E se ne andassero di loro spontanea volontà?

Psycho come non l’avete mai letto. “Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello

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di Dario De Marco

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabag è il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

Tra fantastico e videogame: le avventure di Talib

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di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.

“E i figli dopo di loro”, il romanzo europeo e nostalgico di Nicolas Mathieu

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“Steph lasciava un vuoto fisico. Lo sentiva nel petto e nella pancia. La vita sarebbe continuata. Era questo l’aspetto più duro. La vita sarebbe continuata.”

Ci troviamo a Heillange in Lorena, all’inizio degli anni novanta, è estate e non potrebbe essere una diversa stagione, la prima delle quattro estati, una ogni due, nelle quali si sviluppa il romanzo. Sono gli anni dei Nirvana, gli anni in cui le vite dei tre protagonisti di E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019, traduzione di Margherita Botto) scoppiano come i fiori quando fioriscono, tra l’adolescenza e il futuro, tra il poco che c’è intorno e l’ignoto a venire, in mezzo c’è quel che c’è.

Il colibrì di Veronesi vola alto

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di Valentina Berengo

Sandro Veronesi è tornato. È tornato al romanzo con quella capacità d’incantare che gli è propria e lo ha incoronato narratore ai vertici quando gli è riuscito di incollare i lettori alla pagina per seguire i pensieri e i gesti di Pietro Paladini di Caos calmo (Bompiani, 2005; Premio Strega 2006)che smette di andare al lavoro per trascorrere la giornata chiuso nella sua macchina, davanti alla scuola della figlia.

Con Il colibrì (La Nave di Teseo, 2019) succede di nuovo. Succede che uno comincia a leggere e non riesce a smettere più, nonostante i salti temporali – si apre nel 1999, indietreggia al ’98, torna al ’99, quindi indietro fino al 1981 e poi ancora, fino agli anni sessanta, per saltare poi nei pieni anni duemila, e avanti così, a singhiozzo, arrivando a toccare anche il futuro (2030) – ; nonostante cambi spesso voce, mescoli lettere, cartoline, pezzi di saggi, poesie, dialoghi, in un patchwork che, incredibilmente, non spiazza mai; nonostante, nel fluire di un racconto che si compone francobollo per francobollo, non si riesca a intuire mai bene dove l’autore voglia andare a parare. O forse proprio per tutte queste ragioni insieme.

Il calcio moderno secondo Paolo Condò. Cinquanta ritratti per un’unica storia

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di Federico Vergari

Un 4-3-3 decisamente votato all’attacco, come se il modulo di per sé non lo fosse già.
In porta c’è Yashin, fino ad oggi unico portiere della storia ad aver vinto un pallone d’oro. Calciatore russo negli anni in cui essere o non essere russi faceva la differenza e ti posizionava da una parta o dall’altra del mondo. Per intenderci – nell’anno in cui si festeggia il mezzo secolo dell’uomo sulla luna – Yashin era uno di quei russi che non dicevano astronauta, ma cosmonauta.

La difesa richiede qualche sacrificio: Tardelli terzino destro, Beckenbauer centrale, libero di impostare il gioco e al suo fianco Maldini, quello degli ultimi anni che non starà nel suo, ma garantisce ordine, tigna, pazienza e personalità. Terzino sinistro Giacinto Facchetti, rigorosamente col numero tre sulle spalle. Il centrocampo è un mix di estro, piedi buoni e geometri: Guardiola, Iniesta e Boban. Infine l’attacco, scritto e cancellato circa dieci volte: George Best e Roberto Baggio leggermente dietro e punta centrale Marco Van Basten.
Amen.

Gli attimi sospesi tra due abissi in “Turbolenza” di David Szalay

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La vita dell’uomo si compone di lunghe sequenze di attimi, alcuni dei quali non hanno alcuna conseguenza sugli eventi futuri, altri hanno il potere di cambiare radicalmente un’esistenza, e costituiscono uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra un periodo di equilibrio e un momento di crisi in seguito al quale nulla sarà più come un tempo.

In Turbolenza– l’ultimo libro di David Szalay (ed. Adelphi, traduzione italiana di Anna Rusconi) –, lo sguardo dell’autore attraversa le vite di uomini e donne diverse, e – selezionandole dalla vastità dell’esistenza umana – mette a fuoco piccole porzioni della loro storia: alcune marginali per il destino di chi le sta vivendo; altre assolutamente cruciali. Szalay si sofferma sugli avvenimenti descritti con occhi distaccati, impersonali, operando un taglio chirurgico nella continuità dell’esistenza, individuando una successione di attimi che non hanno necessariamente un inizio e una fine, almeno non all’interno del libro.

A proposito di rock. La versione di Jeff Tweedy dei Wilco

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Non è necessario leggere l’edizione completa di un’ipotetica Grande Enciclopedia del Rock per scoprire che gli anni Zero non sono stati l’epoca d’oro del genere. Com’è noto, le lancette vanno spostate più indietro; il che, ovviamente, non annulla la possibilità di eccezioni, anche grandiose. Ad esempio, i Wilco. Album come Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born hanno rischiarato gli ascolti di noialtri orfani – non voglio dire nostalgici – del rock più penetrante, quello che va dritto al cuore dai Velvet Underground in giù. Per focalizzare meglio, prendete At Least That’s What You Said, proprio da A Ghost Is Born, e fatela suonare a un volume degno; verso il secondo minuto, dopo che Jeff Tweedy avrà intonato una manciata di toccanti versi al pianoforte, vi ritroverete a mimare una chitarra, catturati dalla magia della musica. Poco ma sicuro.