“Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster

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Nel film di Haneke, Il nastro bianco, c’è una scena che vede i ragazzi protagonisti camminare di spalle verso le loro case del piccolo villaggio tedesco dove è ambientata la storia. Il regista austriaco costruiva in quel film una cruda e disturbante immagine del male, che non esplode mai in maniera diretta e lampante ma che, sotto traccia e attraverso le azioni dei ragazzi, si concretizza nella vita quotidiana. Haneke, con la capacità propria dei grandi registi, non mostrava mai l’orrore, ma lo lasciava semplicemente aleggiare, ne illustrava presagi e conseguenze nel gelo del bianco e nero.

Scrivere di cinema: “La forma dell’acqua”

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di Leonardo Strano

Tra le molteplici associazioni visive scatenate nelle camere della mente durante e dopo la visione di “La forma dell’acqua” ce n’è una in particolare che si è rivelata agli occhi di chi scrive attraverso l’aspetto di un assunto dalla logica cristallina. Ha a che vedere con l’elasticità dei liquidi: materiali che si deformano facilmente sotto l’azione di una forza e riprendono immediatamente la forma primitiva appena cessa l’azione della forza deformatrice. Morbidi e resilienti tanto quanto la forma dell’acqua e le curve di una storia leggibile come la favola, la parabola di questa verità fisica invalicabile.

Argonautiche apocrife

Argonautiche

di Dario Borso

Il 28 ottobre scorso è uscita la Trilogia dell’inumano di Massimiliano Parente, che riesuma nell’ordine Contronatura (2008), La macinatrice (2005) e L’inumano (2012); edita da La nave di Teseo, casa cofondata da Umberto Eco e diretta da Elisabetta Sgarbi, reca in copertina un triplice taglio di Fontana suggerito da Gilda Policastro e in quarta un campale proclama di Vittorio Sgarbi: UN CAPOLAVORO, PIÙ ESTREMO DI MILLER E DI CÉLINE.

Con questo stesso proclama iniziava l’introduzione all’opera prima di Parente Incantata o no che fosse (1998) firmata dallo stesso Sgarbi, che proseguiva: “Tutto avviene nella coscienza, senza altri riferimenti fisici e descrittivi che non siano gli organi sessuali, terminali di piaceri erotici, non escluse pedofilia e coprofilia.

Isle of Dogs, vivere nel nuovo film di Wes Anderson

(From L-R): Edward Norton as “Rex,” Jeff Goldblum as “Duke,” Bill Murray as “Boss,” Bob Balaban as “King” and Bryan Cranston as "Chief" in the film ISLE OF DOGS. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

di Giorgio Biferali

Aveva ragione Niccolò Contessa, sarebbe bello vivere in un film di Wes Anderson. Due bambini organizzano una fuga d’amore scrivendosi lettere; un tennista affermato lancia via la racchetta, si siede per terra, si toglie le scarpe e manda all’aria una finale, perché si è accorto che la sua sorellastra, di cui lui è innamorato, è seduta in tribuna accanto al suo nuovo compagno; tre fratelli fanno un viaggio in treno a un anno dalla scomparsa del padre, sperando di ritrovare la propria madre, nascosta chissà dove; sopra una nave, una donna legge ad alta voce un romanzo in sei volumi al bambino che c’è dentro di lei; una volpe e altri animali scavano un tunnel sottoterra per fuggire da tre imprenditori che gli danno la caccia, e alla fine sbucano in un supermercato.

1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider”

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Una riflessione sulla figura retorica dell`Outsider e sulla vita e la musica di Jackson Frank

Cent’anni, ieri: Hochet e la donna eterna

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(Photo by Oscar Keys on Unsplash)

La carriera che la parigina Stéphanie Hochet, quarantatreenne,ha alle proprie spalle è lunga, determinata dalla precocità dell’esordio letterario e caratterizzata da una decisa preferenza per il romanzo, in particolare per quello breve, di poco superiore alle cento pagine: Un romanzo inglese, ottimamente tradotto da Roberto Lana e pubblicato in patria nel 2015, esce nella collana Amazzoni, dedicata alla scrittura al femminile, per i tipi romani di Voland, editore che della stessa autrice ha negli ultimi anni dato alle stampe anche un altro romanzo, Sangue nero, oltre a quel divertente, smilzo e raffinato saggio letterario che è Elogio del gatto.

Una Giraffa in città. Big Action Money mette in scena Tiago Rodrigues

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(fonte immagine)

Tiago Rodrigues è profondamente convito del potere salvifico della parola. Lo si era capito già vedendo «By Heart», lo spettacolo performance interpretato dallo stesso drammaturgo portoghese, che ha fatto tappa in Italia nel 2016. Lo capiamo in modo ancora più convinto in questo nuovo lavoro, «Gioie e dolori nella vita delle giraffe», portato in scena a Modena e Bologna da Big Action Money, per la regia di Teodoro Bonci del Bene. Perché al centro di questo spettacolo non c’è solo una storia, ma anche un modo di raccontarla. Se Tiago Rodrigues è convinto del potere della parola, altrettanto lo è il suo teatro, tanto da costruire un piccolo mondo attraverso di essa.

Quando ascoltavamo i Pearl Jam. Anni Luce di Andrea Pomella

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Eravamo giovani, avevamo vent’anni, stavamo in una terra di mezzo, il futuro sarebbe stato “Il motore del 2000”, il passato recente solo un racconto da invidiare; dovevamo costruirci un’identità, ma non ci facevamo illusioni. Non ci restava che cantare, urlare certe canzoni per fare entrare un po’ di luce. Andrea Pomella con Anni luce ci ricorda di noi, di tutte le volte che ci siamo attaccati a una bottiglia, a un amico, a un cantante. In molti siamo sopravvissuti a quella stagione e con quella particolare aria spaesata ce ne andiamo ancora in giro; senza troppi riferimenti, già stanchi in partenza e oggi stanchissimi anche per lamentarci. Siamo noi, che siamo accomunati dalla stessa distanza dalla speranza.

Scrivere di cinema: Chiamami col tuo nome

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di Lorenzo Ciofani

Sui titoli di testa, immagini di reperti archeologici. In una parentesi di grazia, il professore fa vedere ad Oliver, lo studente americano accolto in casa per motivi di studio, diapositive di sculture greche appena riapparse dal passato. Ai suoi occhi, il motivo per cui il ragazzo ne rimanga incantato non è indecifrabile: in quelle statue ci sono l’armonia e la sinuosità di Prassitele, uno dei maestri della classicità.

L’America di Ebbing, Missouri

Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia.