Il mare di Trump

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Palm Beach. Mischiare la Costa Smeralda con Milano 3, il porto di Villa Certosa coi fasti dei Casati-Stampa; affreschi e rinfreschi. È chiaro che Donald Trump incarna i sogni proibiti di Silvio Berlusconi: mettere il proprio logo su tutto, financo sui cappellini, e venderli. Avere la valigetta nucleare, e mostrarla agli ospiti al posto del vulcano; figli e famigli come consiglieri speciali sul medio oriente. Ma soprattutto, il sogno più bello è quello immobiliare, come in questo paradiso ibrido di Florida, misto appunto di Brianza e Costa Smeralda, dove sorge il casone disneyano di Mar-a-Lago (che nome).

Rosarno, oggi: un reportage

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel ghetto di San Ferdinando le biciclette sono ovunque. Sono il principale mezzo di trasporto per i braccianti. Chi ne ha una, può recarsi autonomamente nei campi, evitando così di pagare 3 euro al giorno al caporale. Per questo una delle figure-chiave della tendopoli è Issa, il gambiano riparatore di biciclette. La sua tenda-officina è proprio all’ingresso del campo, circondato da un mare di copertoni usati. Issa non va più in campagna da anni ormai, si dedica solo alle biciclette. Nei mesi della raccolta degli agrumi, da novembre ad aprile, arriva a ripararne anche 50 al giorno. Lavoro dalle 8,00 di mattina alle 2,00 di notte. Per ogni bicicletta riparata prende un euro. Basta il flusso costante del suo lavoro a testimoniare quanto sia vasto e radicato, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il mondo dei nuovi braccianti.

Undici impressioni parigine (Reisebilder)

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di Massimiliano Malavasi (foto nel testo di Massimiliano Malavasi e Sarah Fogagnoli)

1) Apprendistato di giovani dèi

La BibliothéqueNationale de France, nel sito di Tolbiac “François Mitterand”, è una sorta di gigantesca piramide a gradoni ricoperti di tavole di legno nelle cui profondità vengono inabissati gli studiosi tra i loro libri polverosi. In cima invece, sulla spianata della mastaba moderna, si innalzano le quattro gigantesche torri di vetro dove sono accumulati i volumi.

Ore otto di sera, sull’alta spianata dello ziqqurat di legno. Due bambine mulatte sui sette-otto anni, sulla testa tanti codini ricciuti, un vestito estivo, i sandaletti. Stanno tutte protese, sulla punta dei piedi, la schiena arcuata nello sforzo. Si allungano verso un ragazzino mulatto, un po’ più grande d’età e quindici centimetri più alto di loro. Sono tutti e tre di una bellezza esemplare. Per una sorta di innata ed elegante solennità incarnata a dispetto dell’età tenerissima, si sono disposti in simmetrica armonia, come un trittico di pala d’altare: una per lato, con la mano con le piccole dita tutte tese a copriredi lato la bocca, parlano ciascuna a un orecchio del ragazzino, che tiene la testa piegata all’ingiù per farsi vicino. Si direbbe l’amatissimo, o comunque ammiratissimo cugino, o forse un fratello più grande. Lui ascolta compito, responsabile e serioso. Chissà quali segretissime confidenze di diari e cuori e bacini stanno consegnando alle sue fidatissime orecchie.

Mostar 1992-2017

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Questa intervista fa parte di un reportage uscito lunedì sul Messaggero.

Dzenana Dedić è nata a Mostar cinquantuno anni fa. Durante la guerra le hanno bruciato la casa, che era situata a pochi passi dall’ufficio in cui lavora, ed è stata espulsa nella parte est della città, ma non l’ha mai lasciata. Ricorda la fila delle macchine che nel 1992 abbandonarono in fretta e furia Mostar all’arrivo dei carri armati dell’Armata popolare jugoslava. E poi l’inferno che ha distrutto la città, la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando è deflagrato lo scontro tra bosgnacchi e croati. «Non mi abituerò mai alla spartizione su base etnica di un luogo che rappresentava ante litteram il multiculturalismo, la conversazione tra diversi – dice Dedić –. Eravamo una storia cosmopolita plurisecolare culturalmente rilevante, stiamo riscrivendo tante piccole storie insignificanti».

Nel biennio 1994-’96, fondamentale per la ricostruzione, Dedić è stata una figura di raccordo nei dipartimenti dell’European Administration for Mostar e ora guida la Local Agency for Democracy. Proprio nel 1996 si tennero le prime elezioni. A ventidue anni dalla fine della guerra Mostar vive uno stato di democrazia formale, una democratura l’avrebbe definita Predrag Matvejević.

Afghani, respinti due volte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Kabul. «Dalla Turchia abbiamo tentato due volte di attraversare il confine con la Grecia, cinque con la Bulgaria. Alla fine abbiamo rinunciato. Ora rieccoci a casa». Abdul Hakim Mengal ha 19 anni. É nato e cresciuto a Kabul. Sguardo furbo e parlantina veloce, non si allontana mai dal miglior amico, Asatullah Ahmadi. Insieme hanno tentato di raggiungere l’Europa. Senza successo. «Fino a Teheran è filato tutto liscio», spiega Abdul. Un visto regolare, tremila dollari a testa pagati agli intermediari per il viaggio in aereo per Mashad e in treno fino alla capitale iraniana. «Ma da lì in poi le cose si sono fatte complicate». Asatullah e Abdul raccontano di un itinerario diventato comune.

«Nel 2015, circa duecentomila afghani hanno lasciato il paese per l’Europa. Il numero poi è sceso, a causa della chiusura della rotta balcanica, ma nei primi sei mesi del 2016 già si registrano 40.000 partenze», spiega al Venerdì Abdul Ghafoor, direttore dell’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization (Amaso).

Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

In Moldavia, nel paese dell’assenza

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni.

Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.

L’america (poco) prima di Trump

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Pubblichiamo un reportage uscito domenica scorsa su Repubblica, poche ore prima del voto americano, un voto che ha scardinato ogni previsione. Il viaggio di Giorgio Vasta è stato condiviso con il fotografo Ramak Fazel. Abbiamo stabilito che, come si dice in gergo, il pezzo non è per niente invecchiato. Buona lettura.

Glenn ha quarantacinque anni e vive a Sulphur, Louisiana, in una camera a due letti del Red Roof Inn, la finestra del motel che si affaccia sull’interstate. Quando lo incontriamo – le sei del mattino ed è ancora buio – Glenn ha appena staccato dal lavoro alla raffineria, ha addosso il giubbotto giallo fluorescente, il ricetrasmettitore appeso sotto lo sterno, i jeans impolverati e le scarpe da lavoro. Ci racconta che ogni mattina, prima di andare a dormire, si siede davanti al motel – una sigaretta e qualche lattina di Bud Light – a fare due chiacchiere con gli altri operai che hanno finito il turno, aspettando che poco a poco la luce si strutturi e arrivi l’alba.

I signori del cibo di Stefano Liberti: un estratto

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È in libreria per minimum fax I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, un’inchiesta di Stefano Liberti che segue la filiera di quattro prodotti alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla carne di maiale e vi segnaliamo che domani, giovedì 6 ottobre, alle 18 Stefano Liberti presenta il libro da Ibs-Libraccio a Roma con Giorgio Zanchini. (Foto di Stefano Liberti)

Il mattatoio più grande del mondo

I movimenti sono cadenzati, meccanici, ripetitivi. I maiali sono appesi a un gancio, che scorre lungo un nastro a velocità regolare. Gli uomini sono disposti lungo il nastro, a distanza fissa l’uno dall’altro. Hanno tute bianche, stivali di gomma, guanti, mascherine, cuffiette per i capelli. Tra loro sono indistinguibili: non fosse per le differenze di altezza, si direbbe un esercito di robot. In mano hanno gli strumenti di lavoro: chi un coltello, chi una mannaia, chi un gancio.

Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi

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È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.