Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

In Moldavia, nel paese dell’assenza

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni.

Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.

L’america (poco) prima di Trump

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Pubblichiamo un reportage uscito domenica scorsa su Repubblica, poche ore prima del voto americano, un voto che ha scardinato ogni previsione. Il viaggio di Giorgio Vasta è stato condiviso con il fotografo Ramak Fazel. Abbiamo stabilito che, come si dice in gergo, il pezzo non è per niente invecchiato. Buona lettura.

Glenn ha quarantacinque anni e vive a Sulphur, Louisiana, in una camera a due letti del Red Roof Inn, la finestra del motel che si affaccia sull’interstate. Quando lo incontriamo – le sei del mattino ed è ancora buio – Glenn ha appena staccato dal lavoro alla raffineria, ha addosso il giubbotto giallo fluorescente, il ricetrasmettitore appeso sotto lo sterno, i jeans impolverati e le scarpe da lavoro. Ci racconta che ogni mattina, prima di andare a dormire, si siede davanti al motel – una sigaretta e qualche lattina di Bud Light – a fare due chiacchiere con gli altri operai che hanno finito il turno, aspettando che poco a poco la luce si strutturi e arrivi l’alba.

I signori del cibo di Stefano Liberti: un estratto

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È in libreria per minimum fax I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, un’inchiesta di Stefano Liberti che segue la filiera di quattro prodotti alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla carne di maiale e vi segnaliamo che domani, giovedì 6 ottobre, alle 18 Stefano Liberti presenta il libro da Ibs-Libraccio a Roma con Giorgio Zanchini. (Foto di Stefano Liberti)

Il mattatoio più grande del mondo

I movimenti sono cadenzati, meccanici, ripetitivi. I maiali sono appesi a un gancio, che scorre lungo un nastro a velocità regolare. Gli uomini sono disposti lungo il nastro, a distanza fissa l’uno dall’altro. Hanno tute bianche, stivali di gomma, guanti, mascherine, cuffiette per i capelli. Tra loro sono indistinguibili: non fosse per le differenze di altezza, si direbbe un esercito di robot. In mano hanno gli strumenti di lavoro: chi un coltello, chi una mannaia, chi un gancio.

Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi

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È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

La rotta dei profughi antichi — Terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima puntata, qui la seconda.

GIARDINI NAXOS (Sicilia). “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, / quando vediamo lontano oscuri colli e bassa / l’Italia. Italia!, grida per primo Acate, / Italia!, salutano i compagni con lieto clamore. / Allora il padre Anchise pose una corona su un grande / cratere, e lo colmò di vino puro, e invocò gli dei, / eretto sulla regia poppa:/ O dei, signori del mare e della terra e delle tempeste, / date un’agevole via con il vento, e spirate favorevoli!”.

Quando Enea racconta a Didone del viaggio che ha portato i profughi da Troia alle prime sponde italiane l’entusiasmo e la felicità coronano un lungo itinerario che Virgilio descrive minuziosamente. Dall’Egeo cicladico a Creta, poi a sud del Peloponneso, alle isole Strofadi e alle più celebri delle Ionie, fino a Butroto sulle coste dell’Epiro (oggi Butrinto in Albania) dove è vive la moglie di Ettore, Andromaca. L’ultimo tratto di mare vede il timoniere Palinuro intento a evitare le coste sud dell’Italia dove eroi achei sono venuti a insediarsi, anch’essi dopo la lunghissima e distruttiva guerra di Troia.

La rotta dei profughi antichi — seconda parte

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Di seguito la seconda puntata del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte.

CHIOS (Grecia). Accadde in una mattina di quasi tremila anni fa. Sul mare, sotto alle rocce dove aveva insegnato per anni, e che oggi hanno dato il nome alla località (Daskalopetra, ossia “roccia dell’insegnante”), Omero incontrò ragazzi che sbarcavano di ritorno dalla pesca. Si avvicinò. “Quello che abbiamo preso lo lasciamo” gli dissero “Quello che non abbiamo preso lo portiamo”. A cosa alludevano  i giovani? Erano ignari della maestria sapienziale dell’uomo a cui avevano proposto l’enigma? Omero si sedette.

Rivolto verso il mare, pensò alla penisola di Eritre davanti a sé, oltre le isole Inousses. Da lì era tornato dopo anni lontano dalla sua isola madre. Da lì arrivavano i ragazzi che gli portavano la morte. Perché quel che spetta a un sapiente incapace di risolvere un enigma è la morte. Dibattendosi per giorni sulla frase incomprensibile, Omero si lasciò morire. Il suo fallimento avrebbe appassionato i posteri, tutti concordi nel ritenere che, nonostante fosse cieco e la sua sapienza agisse attraverso gli occhi della mente, avrebbe fatto bene a non guardare lontano. Anni più tardi Eraclito “l’Oscuro” lo scrisse in maniera sorprendentemente chiara: “Gli uomini s’ingannano sulla conoscenza delle cose manifeste come Omero che pure era il più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero…”.

La rotta dei profughi antichi

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Pubblichiamo la prima di un reportage in tre puntate di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

ILDIR (Turchia). I primi a prendere il mare in fuga, secondo i miti più antichi, furono ragazzi troiani. Nessuna guerra. Nessun nemico. A spingerli su barche solide, di notte, nel silenzio del mare nero di fronte a Tenedo, furono i genitori delle famiglie più importanti in città, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Era una storia di errori non più rimediabili quella in cui finirono per trovarsi. Il rifiuto di pagare il tributo agli dèi che avevano aiutato Troia a munirsi di mura impenetrabili fu l’origine di ogni male.

Nella villa del massacro del Circeo – un reportage

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Dal nostro archivio, un reportage di Antonella Lattanzi apparso sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

È notizia degli ultimi giorni che finalmente la salma di Andrea Ghira, insieme a Gianni Guido e Angelo Izzo assassino del cosiddetto “massacro del Circeo”, unico tra i tre da sempre latitante, verrà riesumata.

Ghira fuggì al tempo dell’omicidio, venne condannato all’ergastolo in contumacia, non fu mai arrestato, secondo la versione ufficiale si arruolò nel Tercio – la Legione straniera spagnola – dove avrebbe cambiato nome in Maximo Testa De Andres. Sarebbe morto nel ’94 in Spagna per overdose di eroina, sepolto nel cimitero comunale di Melilla, e lì la sua storia sarebbe finita.

Ma nel 2005, dopo un’inchiesta di Chi l’ha visto, la sua salma fu riesumata una prima volta: il riscontro sul dna evidenziò che le ossa appartenevano di certo a un parente di Ghira. Non fu possibile appurare, però, che si trattasse proprio di Andrea Ghira.

Cosa succede in palestra nelle sette ore di Natten / notte

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Licia Vignotto ci racconta Natten di Mårten Spångberg, la performance più attesa e particolare dell’edizione 2016 del festival internazionale Santarcangelo dei teatri. (Foto: © Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi)

di Licia Vignotto

Ciò che succede di notte può essere bellissimo o atroce, ma solo chi è sveglio – se qualcuno è sveglio – può saperlo, vederlo e viverlo. Assunto banale ma di cui spesso ci si dimentica. Di giorno si lavora e ci si distrae, alternando concentrazione e relazione. Quando cala il sole ci si può abbandonare a sé stessi, esistere e spalancarsi alle altre esistenze protetti dall’oscurità e dalla propria stanchezza, lasciarsi andare nel tempo dell’improduttività, più sincero e reale, senza maschere e obblighi. È partendo da questo assunto che si può capire il valore profondo di Natten, l’ultimo spettacolo ideato dallo svedese di , presentato per la prima volta in Italia al festival Santarcangelo dei teatri sabato 16 luglio.