“Don’t forget Sarajevo!”- La Bosnia vent’anni dopo

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Vita sulla Bosnia  uscito nell’ultimo numero della rivista «Il Reportage»

Testo e foto di Massimo Vita

Sono passati vent’anni da quel 6 aprile 1992. Vent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo e dall’inizio di una delle più atroci guerre europee dal dopoguerra ad oggi. La Bosnia mi accoglie a braccia aperte, con la gentilezza innata dei suoi abitanti, con la voglia di contatto umano, con la voglia di tornare a una normalità che sembra ancora lontana. Si respira aria di primavera a Sarajevo e in tutta la Bosnia, anche se marzo e aprile sono i mesi in cui il freddo balcanico non ha ancora abbandonato il Paese, gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte sono notevoli e ogni tanto la neve regala qualche bianco momento anche nelle città.

Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è

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Pubblichiamo un reportage di Ornella Bellucci tratto da «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto». Su RadioArticolo1 è possibile ascoltare i podcast dell’inchiesta radiofonica «Taranto sotto le ciminiere» curata da Ornella Bellucci nel 2009: dieci anni di storie di fabbrica e di vita che raccontano il perché si sia arrivati a questo punto.

di Ornella Bellucci

Io non sapevo quello che sanno i pescatori. Ebbi a che fare, in realtà, con un leone del mare, un irriducibile: voleva spiegarmi che il mare è ricchezza per tutti. Aveva sperimentato che costruendo gabbie nell’acqua e allevando pesci, col mare poteva creare mercato. Lino ce l’aveva nello sguardo, gli scorreva dentro, il mare. Patrizia, sua moglie, quando andava a trovarlo in carcere, gliene portava sempre una spugna imbevuta. Lui la strizzava fino a riempirsi le mani, le portava al viso – «il nostro mare» – e pian piano si lasciava andare.

La Parigi del Roland Garros

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È iniziata il 22 maggio e proseguirà fino al 10 giugno l’edizione 2012 del Roland Garros. Pubblichiamo un reportage di Francesco Longo, uscito su «Il Riformista» nel 2009, per raccontare l’atmosfera del torneo.

«So French, so Roland Garros», recita lo slogan di questa edizione. Il torneo parigino Roland Garros 2009 riproduce lo spirito della capitale francese che lo ospita. Al centro di Parigi, tra i boulevard, i bistrot e le montagne di ostriche, si incontrano solo visi pallidi, mentre nei quartieri arabi e neri ci si ritrova spesso ad essere gli unici occidentali. Nello stesso modo, fuori dall’impianto del torneo, già la mattina, esauriti i biglietti ufficiali, non si contano i bagarini africani che spacciano posti come bustine di crack. Nigeriani, tunisini, marocchini, tutto il Maghreb traffica oltre le transenne e smercia occasioni per il Phillipe Chatrier (il campo centrale) o per il Suzanne Lenglen (che i romani chiamerebbero «il centralino»). Prezzi da capogiro.

Corpi di reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi

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(I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.

Grecia: Pasqua senza resurrezione

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Mentre in Grecia si stanno svolgendo le elezioni, pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci uscito sul «Venerdì di Repubblica».

Atene. “Siamo qui perché il suicidio di Dimitris Christoulas, è il simbolo di una nuova resistenza. Non potevamo lasciarlo solo stanotte”. Ha quasi cinquant’anni, Spyros. Insieme a un amico è in piazza Syndagma, venti minuti prima che suoni la mezzanotte. La Pasqua ortodossa in Grecia è una festa che supera Natale e Capodanno. Si fanno i conti con quel che è stato, si fanno progetti. Le famiglie si riuniscono in casa. Si festeggia dal giovedì al lunedì e di sabato si aspetta che i fuochi artificiali riempiano il cielo mentre le campane suonano la mezzanotte, la resurrezione. Atene è deserta. Le chiese sono illuminate da migliaia di candele. I celebri cani randagi della città spadroneggiano per le vie profumate di cera e fiori d’arancio. Spyros e il suo amico meditano davanti all’albero dove Christoulas, pensionato settantasettenne si è ucciso platealmente, scrivendo parole di fuoco contro il governo “collaborazionista” che tra pochi giorni porterà il Paese alle urne: “una fine dignitosa prima di essere costretto a rovistare nella mondezza”. Non c’è nessun altro nella piazza degli indignati e delle grandi proteste.

Diario da Kabul 3/3

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Pubblichiamo la terza parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte e qui la seconda.

Kabul martedì 17 aprile

Dopo quasi 24 ore di esplosioni, battaglie e scontri cruenti, Kabul torna alla normalità. E il quotidiano a prevalere sugli episodi clamorosi di domenica e lunedì. Per le strade, animate dal solito via vai e dallo strombazzare ininterrotto delle automobili, si esercita la nobile arte di arrangiarsi. Nei palazzi del potere e nelle sedi diplomatiche, ci si interroga invece su alcuni avvenimenti recenti, “nascosti” dal fragore delle armi, ma altrettanto significativi degli attacchi dei Taleban (o della rete Haqqani). E che potrebbero segnare una svolta nel burrascoso rapporto che lega Washington e Kabul. Sono mesi che si parla dell’Accordo di partenariato strategico che dovrà sigillare l’amicizia di lunga durata tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan. Quell’accordo, assicurano tutti, dovrà essere firmato a ridosso del prossimo summit della Nato, previsto per maggio a Chicago. Finora, le due parti non hanno ancora trovato la quadratura del cerchio.

Diario da Kabul 2/3

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Pubblichiamo la seconda parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte.

Kabul, lunedì 16 aprile 2012

Kabul, ancora al buio, viene svegliata dalle esplosioni, dalle raffiche di mitra e dal ronzare minaccioso degli elicotteri. Su una parte della città, quella più vicina ai quartieri di Shar-e-now e Wazir Akhar Khan, tornano a rimbombare, rumorosi e amplificati dal silenzio notturno, i colpi della battaglia. La stessa che qui, nella capitale di un paese in guerra, va avanti a intervalli irregolari da domenica all’ora di pranzo, quando gruppi di ribelli danno il via a un’operazione ambiziosa, che coinvolge le province di Nangarhar, Paktia e Logar. Ma è Kabul, simbolo del potere politico nazionale e internazionale, l’obiettivo principale. Sotto i colpi dei Talebani finiscono il Parlamento, il palazzo presidenziale di Karzai e l’intera area che ospita molte ambasciate straniere. Ed è qui, nel cuore della capitale, nel perimetro che circoscrive idealmente l’evidente presenza degli stranieri – protetti da alte mura di cemento, filo spinato e dalla costante presenza di soldati – che intorno alle tre del mattino inizia uno degli scontri più intensi.

Diario da Kabul 1/3

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Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, ci ha inviato questo diario/reportage uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». 

Kabul, domenica 15 aprile 2012

Kabuli palau – il piatto tipico da queste parti –, raffiche di kalashnikov, esplosioni e colpi di mortaio. Oggi hanno pranzato cosi gli abitanti della capitale afghana, sorpresi dalla clamorosa, nuova operazione dei Talebani, che con una serie di attacchi simultanei a Kabul e in altre province del paese hanno inaugurato la “campagna primaverile”, prevista e prevedibile come ogni cambio di stagione ma inaspettata nella sua portata. Sono particolarmente ambiziosi, e fortemente simbolici, gli obiettivi scelti dai “turbanti neri”: nella sola Kabul, sono stati colpiti la sede del Parlamento e il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, l’ambasciata russa, quella inglese (la cui torre di guardia è stata centrata da due razzi), una residenza dei diplomatici inglesi, il centro delle operazioni delle forze Isaf-Nato (Camp Warehouse) e altri edifici governativi.

La deriva ungherese verso il “bonapartismo”

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In un reportage uscito in forma ridotta per «il manifesto», Giuliano Battiston disegna un quadro allarmante della politica interna dell’Ungheria contemporanea. L’attuale primo ministro Viktor Orbán è un accentratore di forte carisma che in due anni di potere è riuscito a incarnare nel suo partito, e peggio ancora nella sua persona, lo stato e la società, limitando significativamente le libertà individuali e i diritti civili.  Il testo integrale del reportage verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista «Lo Straniero».

Fino al prossimo agosto, la Galleria nazionale ungherese di Budapest ospita due mostre molto significative. La prima – «Eroi, re e santi» – è dedicata alla pittura romantica della fine del diciannovesimo secolo, e celebra i periodi d’oro della storia patria; la seconda è stata affidata dal primo ministro Viktor Orbán al curatore Imre Kerényi, e illustra la nuova costituzione in vigore dall’1 gennaio 2012, legittimando con strumenti culturali rudimentali ma efficaci il nuovo corso che Orbán sta imprimendo all’Ungheria. Per la filosofa Ágnes Heller, che incontriamo nell’appartamento con vista sul Danubio in cui vive provvisoriamente, poco distante dal Belgrad prospekt dove ha sede l’archivio Lukács – il filosofo marxista di cui è stata allieva e collaboratrice -, il nuovo corso di Orbán non è altro che una forma di bonapartismo. Un termine che l’autrice di La teoria dei bisogni in Marx preferisce ai tanti – democrazia illiberale, autocrazia, dittatura – con cui analisti e politologi hanno definito in questi ultimi mesi l’Ungheria.

Apocalypse town

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Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l’editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.