La deriva ungherese verso il “bonapartismo”

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In un reportage uscito in forma ridotta per «il manifesto», Giuliano Battiston disegna un quadro allarmante della politica interna dell’Ungheria contemporanea. L’attuale primo ministro Viktor Orbán è un accentratore di forte carisma che in due anni di potere è riuscito a incarnare nel suo partito, e peggio ancora nella sua persona, lo stato e la società, limitando significativamente le libertà individuali e i diritti civili.  Il testo integrale del reportage verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista «Lo Straniero».

Fino al prossimo agosto, la Galleria nazionale ungherese di Budapest ospita due mostre molto significative. La prima – «Eroi, re e santi» – è dedicata alla pittura romantica della fine del diciannovesimo secolo, e celebra i periodi d’oro della storia patria; la seconda è stata affidata dal primo ministro Viktor Orbán al curatore Imre Kerényi, e illustra la nuova costituzione in vigore dall’1 gennaio 2012, legittimando con strumenti culturali rudimentali ma efficaci il nuovo corso che Orbán sta imprimendo all’Ungheria. Per la filosofa Ágnes Heller, che incontriamo nell’appartamento con vista sul Danubio in cui vive provvisoriamente, poco distante dal Belgrad prospekt dove ha sede l’archivio Lukács – il filosofo marxista di cui è stata allieva e collaboratrice -, il nuovo corso di Orbán non è altro che una forma di bonapartismo. Un termine che l’autrice di La teoria dei bisogni in Marx preferisce ai tanti – democrazia illiberale, autocrazia, dittatura – con cui analisti e politologi hanno definito in questi ultimi mesi l’Ungheria.

Apocalypse town

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Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l’editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.

Teach Me To Dance

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Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.

Unconcerned but not indifferent, una ingenua prolusione sullo stato dell’arte del fotogiornalismo

Per cominciare: guardate queste due foto, e trovate le differenze.

La rivolta di Nardò

Questo reportage di Alessandro Leogrande sullo sciopero accaduto a luglio dei braccianti africani di Nardò, nel cuore del Salento, è uscito sull’ultimo numero di Il mese, l’inserto culturale di Rassegna sindacale.

C’è un video che mostra tutto. Le immagini scorrono velocemente. I cassoni sono accatastati in un angolo, i lavoratori sono nell’altro. I cassoni sono vuoti. Nessuno raccoglie più il pomodoro. I lavoratori confabulano tra loro. A pochi metri di distanza, seduto su un cassone rovesciato come fosse un pascià, un caporale sbraita. Intima di muoversi, di tornare a lavorare, di non farsi venire strani grilli per la testa… Ma i raccoglitori non si muovono. Anzi, sì: due, tre di loro lo fanno. Si dirigono verso il pascià seduto e gli dicono che oggi no, oggi non lavora nessuno, incrociano le braccia. Sono stanchi di essere trattati come schiavi. Poi bloccano la strada…

Giustizia ecologica e sociale

di Giuliano Battiston

Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze.

Ad Ajdabiya, sotto le bombe

di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.

L’inferno dei bimbi stregoni

Vi mostriamo l’opera vincitrice del Premio L’Anello Debole, nella sezione TV, anno 2010, indetto dal Capodarco Corto Film Festival. Il reportage, girato da Stefano Liberti a Kinshasa nel maggio 2009, racconta il fenomeno dei bambini che vengono accusati di stregoneria e sono mandati in strada spesso dalle loro stesse famiglie.

La roulette russa delle chat

di Daniele Manusia

È chiaro, bisogna passare oltre un certo numero di genitali esposti. Uomini in canottiera, la testa decapitata dall’inquadratura, che si pizzicano le mutande o peggio

I tortuosi movimenti di una terra occupata

Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto. Labirinto PALESTINA Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di […]