Spaesamento. A spasso per Expo 2015

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di Valerio Valentini

(fonte immagine)

Sul monitor di una delle sale principali del Padiglione Zero, dall’alto verso il basso in una pioggia ininterrotta, scorrono frutti e ortaggi di ogni tipo.

«No, non è Ninja Fruit»

Una volontaria in divisa si affanna nel tentativo di allontanare alcuni bambini assiepati attorno allo schermo: ci tracciano sopra dei segni invisibili con le dita, e si stupiscono che i vegetali non esplodano. Alle pareti della stanza sono incastonati dei contenitori, ognuno dei quali è riempito con vari tipi di legumi: la gente osserva, fa foto, cerca di dare un nome a tutti quei semi colorati.

Il malambo dei gauchos: una storia argentina

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Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A gennaio di ogni anno, Laborde, minuscola cittadina nel sudest della provincia di Córdoba, Argentina, diventa la capitale assoluta di un agone fra gauchos, i cavallerizzi della pampa che si nutrono di coraggio, lealtà, fierezza, silenzio, solitudine e nomadismo. Lo spazio entro cui questi uomini combattono è costituito dal palco arrangiato in un grande edificio e la sfida a cui si sono preparati con costanza e sacrificio per un anno intero è racchiusa nella perfezione con cui battono i piedi al ritmo della musica sulle assi di quel palco. La danza che è lo strumento di questa sfida, il malambo, dura poco più di quattro minuti, ma si tratta di minuti eterni. Le combinazioni di movimenti e colpi che costituiscono le mudanzas, ossia le figure del ballo, richiedono una preparazione fisica e mentale mostruosa che costa sacrifici impensabili.

Nel mondo di Aldo Busi

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Pubblichiamo un estratto da un reportage di Nicola Lagioia apparso su Internazionale, ringraziando la testata. (Fonte immagine)

“Tre ore di treno fino a Verona…”.
“Cambio per Desenzano, da Desenzano in taxi fin…”.
“Ecco. Ma chi gliel’ha fatto fare?”.
Prendo un respiro. Penso che togliere le zavorre a un’iperbole è l’unico modo per scoprire se era una verità in maschera. Lo dico.
“Venirla a trovare a Montichiari è come essere andati a Londra per incontrare Dickens”.
“Con la differenza che da queste parti ci sono molti meno poveri”.

Grand Ludwig Hotel

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall’Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un’Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d’elezione, “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all’aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l’Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l’itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta.

Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico

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Questo pezzo è uscito su Reset

(fonte immagine)

Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

L’insistenza (e l’eredità) di Sparta

2014-08-24 17 foto di enrica speziale c

SPARTA. “Concava, avvallata” la definivano i cantori omerici all’inizio dell’Iliade. E così appare ancora oggi, la grande Sparta, per chi s’introduca, provenendo da nord, fra le montagne che cingono la valle del suo fiume sacro: l’Eurota. A ovest il Taigeto svetta oltre i 2.400 metri. A est, il Parnone si ferma poco sotto i 2000. In mezzo, è ancora fertile la vallata inespugnabile, la fortezza naturale che rese inutile qualsiasi cinta muraria per la città che dominò militarmente, produsse istituzioni invidiate e celebrate da immensi scrittori, retori e filosofi (su tutti, Platone) e la cui fortuna nei secoli è decaduta in senso inversamente proporzionale rispetto a quella che era stata la sua importanza. Forse la colpa è di quell’ “atenocentrismo” attraverso cui nei secoli i moderni hanno voluto rileggere la storia dell’Ellade antica. Forse è stata una presunzione democratica contro l’indefinibile assetto costituzionale di una polis dominata da due re e che pure non si poteva definire un regno; una polis governata da un consiglio di 28 anziani (la gerusia) e che pure non si poteva definire oligarchia; una polis animata da un’assemblea popolare e che pure non si poteva definire democrazia. Forse è stato un pregiudizio contro gli uomini che sconfissero Atene, contro la chiusura alle novità, il loro conservatorismo. Tucidide, il grande storico del V secolo, aveva scritto: “se oggi la città dei Lacedemoni venisse abbandonata e rimanessero solo i templi e le fondazioni degli edifici, i posteri difficilmente potrebbero credere alla potenza e alla fama di Sparta”. Qualche decennio più tardi, Senofonte scrisse: “Riflettevo su come Sparta, una delle città meno popolose, sia divenuta una delle più potenti e celebri della Grecia e mi stupivo di come fosse accaduto. Poi pensai alle istituzioni degli Spartiati e finii di stupirmi”. Oggi, per chi penetra tra le vie della città che fu rifondata nel 1834 da Ottone di Baviera, primo re della Grecia indipendente, le parole degli storici antichi risuonano di un’eco funesta. Dove sono quei pochi monumenti pubblici? E dove si possono rintracciare le grandi istituzioni antiche?

La terza via dei musulmani di Brescia

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Brescia. Le tre sorelle arrivano a braccetto. Una piccola legione compatta e sorridente. L’appuntamento è davanti all’entrata dell’università, ora di punta. Sms: «Come vi riconosco?». Messaggino di risposta: «Portiamo il velo». In verità solo Asmaa e Hasna Bouchnafa, gemelle ventiquattrenni e studentesse di ingegneria, lo indossano. Dounia, appena maggiorenne, ha lunghi e vaporosi capelli castani. Ci sediamo in un’aula deserta. Chiacchieriamo un bel po’ prima di arrivare al punto: «È cambiato qualcosa al tempo dell’attentato al Bardo, le decapitazioni in streaming e i morti a Parigi?». Quel giorno un collega di Hasna, che per mantenersi agli studi fa turni di otto ore in una fabbrica di componentistica per auto, è andato da lei a brutto muso: «Voi avete ammazzato sei persone!». La ragazza non se l’aspettava. Ha balbettato qualcosa, si è addirittura scusata prima di riaversi e dire che no, le dispiaceva moltissimo per le vittime, ma lei non aveva ammazzato proprio nessuno. Intanto in classe di Dounia, che frequenta un istituto professionale per la finanza, una solerte prof aveva fatto irruzione in classe per chiedere a tutti di pronunciare l’ultima versione del giuramento di fedeltà all’occidente: «Ma io non l’ho fatto. Condanno gli assassini, ma non sono Charlie. Per il semplice fatto che quella rivista mi ha offesa, in quanto musulmana. E ho il diritto di poterlo dire». Né con l’Is, né con gli spernacchiatori del Profeta. Questa, provando a riassumere conversazioni con persone diversissime tra loro che solo l’elementare retorica leghista mette in caricatura come un pericoloso monolite, è la terza via bresciana. Doppiamente interessante perché è espressione di un posto dove gli immigrati sono molti, quasi tre volte la media nazionale (il 22 per cento dei residenti), e molto integrati, perché questi lombardi ruvidi ma pragmatici tendono a misurare gli uomini con il metro laicissimo della voeuja de laurà. Almeno fino a oggi.
A complicare il quadro, giorni dopo la mia visita la polizia ha arrestato ed espulso Ahmed Riaz, un trentenne pakistano con frequentazioni jihadiste su internet. E una settimana dopo la procura locale ha smantellato una cellula terrorista composta da due albanesi e un piemontese.

Piccoli Sindaci. Così lontani, così vicini

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In Toscana c’è Stefano Scaramelli, sindaco di Chiusi, che dice: «Vorrei violentare la politica senza farmi violentare». Segni particolari: è renziano. In Liguria, ad Airole, c’è Fausto Molinari, che al secondo mandato non ha opposizione in Consiglio: «Penso che abbiamo amministrato davvero bene, infatti l’altra lista non si è presentata». Segni particolari: se nel suo paesino di 450 anime si fulmina una lampada per strada, la cambia lui. L’Italia è un rosario di borghi, piccoli centri, capoluoghi. E se in 46 città si superano i centomila abitanti, la conta non arriva a cinquemila in tre quarti dei comuni, che, in tutto, sono 8.048: amministrati da altrettanti sindaci (o commissari prefettizi, al momento 113). Salvo malversazioni, calamità, eroismi e stranezze, la maggioranza di questi signori, o signore, non sale agli onori delle cronache nazionali. Devono sentirsi così trascurabili, questi amministratori locali, che quando arriva a intervistarli un forestiero intenzionato a scrivere un libro su di loro può capitare che chiedano se bisogna pagare, per tanto onore. Il libro, L’Italia dei sindaci (ADD editore, pag. 256 €13), appunto, l’ha scritto Marco Giacosa, un blogger-narratore-giornalista che, tra iter e delibere, ha avuto la levità di piazzare domande del tipo: Che fa domani? Qual è la richiesta più strana che le è capitata? Il sindaco è solo?

I ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più

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di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.