Storia di un Fablab a Porto Marghera e di un’altra idea di lavoro

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La voce dell’orafo Francesco Pavan si riscalda, si alza di un tono, quando parla dell’ambra. Quel composto costituito da carbonio, idrogeno e, in quantità variabile, a seconda dell’origine, da acido succinico, che scaturisce dalla coagulazione della resina arborea e non ha forma propria. È trasparente, traslucida od opaca. Sulle rive baltiche da oltre ventimila anni le onde fanno emergere la materia dal fondale marino. L’oro del Baltico, che incorpora la luce solare, dal cui nome greco discende il nostro termine elettricità.

Dalla preistoria il commercio dell’ambra ha instaurato legami e influenze economiche, culturali e religiose dai paesi del nord Europa al mondo Mediterraneo, fino alla Siria, attraverso il crocevia Italia. Tra il XII e il X secolo a.C., nel Bronzo finale, l’alto Adriatico divenne l’epicentro di traffici e scambi interculturali. In località Frattesina di Fratta Polesine, nei pressi di Rovigo, su un ramo deltizio del Po, splendono ritrovamenti significativi, come un’officina. Scavi abbastanza recenti a Grignano Polesine hanno rinvenuto blocchetti di ambra grezza, perle e scarti della catena di lavorazione, che raffigurano la vocazione del territorio.

Settant’anni dopo Carlo Levi, fermarsi a Eboli oggi

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Nell’immagine, “Lucania” di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti

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Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Viaggio tra gli appunti di David Foster Wallace

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Il 21 febbraio 1962 nasceva David Foster Wallace. Pubblichiamo un reportage di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Austin (Texas). Una parte cospicua di quello che fu il disco fisso esistenziale di David Foster Wallace è stata salvata in un bunker di calcare e vetro. L’Harry Ransom Center dell’università del Texas a Austin sta diventando il Fort Knox della letteratura contemporanea. L’ultima acquisizione è quella dell’archivio, compresi 17 anni di email personali, di Ian McEwan (due milioni di dollari). Prima era stata la volta di Joyce, Salinger, Coetzee. Ma anche di molti manoscritti di Borges, la copia autografa di Pound della Terra desolata e un ciuffo dei capelli castani di Byron.

La scomparsa di Raimondo Coga

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Questo pezzo è uscito sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ringraziamo autore e testata. Di Oscar Iarussi Nel 2015 la casa editrice Dedalo raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività, ma il fondatore Raimondo Coga – scomparso ieri mattina all’età di 79 anni – di certo avrebbe scoraggiato le celebrazioni. Era un uomo schivo e fattivo. […]

Riprendersi l’Aspromonte

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di Valerio Valentini 

Il 25 giugno del 2003, accompagnati da alcuni agenti delle forze dell’ordine, i familiari di Adolfo Cartisano percorsero un sentiero malmesso che dalla frazione di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, conduce ai piedi di Pietra Cappa, un monolite alto 140 metri nel cuore dell’Aspromonte. Vi si recarono per recuperare le ossa di Adolfo, rapito dalla ‘ndrangheta nel 1993 e mai più ritrovato. Era stata una lettera anonima a rivelare, dopo dieci anni, il luogo della sua sepoltura: “Sono unu ricarcereri i vostru maritu io sono difronte a diu pentitu ra me azzioni…”. La lettera, battuta a macchina in un calabrese grezzo, fu inviata ai Cartisano da “uno dei carcerieri” di Adolfo: uno ‘ndranghetista che viveva nel loro stesso paese (“quando vi vedo – scriveva nella lettera – né voi né i vostri figli oso guardarvi in faccia”) e che, colpito da una grave malattia, aveva deciso di chiedere perdono alla moglie della vittima e concederle almeno il conforto di conoscere la sorte di suo marito.

Atene: 180 anni di storia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: T’Serstevens, 1904. Panoramic view of Lysikratous square. © Yiakoumis Collection / Kallimages, Paris)

Atene. La città è un’immensa colata di bianco. Nel cielo spazzato dalla tramontana che ha finalmente portato il freddo, scintillano infinite distese di scaldabagni solari, canne fumarie coperte da cappelli eolici metallizzati, complicati grovigli di antenne, immense parabole e milioni di motori per l’aria condizionata. Dalla collina di Filopappo, Atene è uno spettacolo che dà alla testa. Le catene montuose la rinchiudono come in un enorme catino punteggiato da picchi rocciosi e scoppiante di vita convulsa verso il mare del Faliro e del Pireo. L’Imetto a est, Pendeli a nord est, Parnitha a nord e infine Egaleo a ovest: non si esce dal contenitore che gli assestamenti geologici hanno distribuito attorno alla più antica città d’Europa. Tutto quel che si poteva costruire lo si è costruito. Il blu dell’Egeo che monta sulla città in festa per il centottantesimo compleanno da capitale, delinea la colata bianca sotto cui scorre incessante un sottofondo che sembra onde di mare e invece è il traffico inesorabile. Quasi cinque milioni di persone vivono in questa area urbana. Centottant’anni fa, erano quattromila.

Una settimana a Corcolle, Roma

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

Corcolle (Roma). A volte può bastare una bottiglia volante non identificata per mandare in frantumi un piccolo mondo antico. O almeno per dirottare l’attenzione dalla luna dei problemi veri di una borgata disastrata al dito di un’emergenza inesistente ma mediaticamente accattivante. Succede a Corcolle, estrema propaggine di Roma Est. L’unica parte della capitale che pretende un pedaggio autostradale o in alternativa si può raggiungere in un paio d’ore di autobus con lo stesso coefficiente antropologico di un viaggio in Interrail. Cercate su Google e l’oracolo elettronico, giusto sotto Wikipedia, il meteo e il sito del comitato di quartiere, vi rivelerà il motivo della recente notorietà: «Roma, assalti ai bus: a Corcolle è caccia ai neri», recita il titolo di un articolo. Che ha intristito la stragrande maggioranza di cittadini che non ha alcun problema con gli stranieri. E fatto schiumare l’esigua minoranza arrabbiata che, per contestare la maniera in cui è stata dipinta, usa argomenti tipo «Razzista io? Sono loro a essere negri». E tuttavia il cronista venuto a trascorrere quasi una settimana qui a un mese dai fatti che stiamo per ripercorrere non ha vita facile. Perché questo, infinitamente più del presunto scontro di civiltà, sembra l’epicentro di una politica transgender, dove nessuna vecchia etichetta attacca più. Con un presidente di circoscrizione piddino che promette di cacciare tutti i rifugiati. Un ex Forza nuova trasmigrato a Forza italia che firma manifesti anti-invasione con iconografia leghista ma poi definisce «beceri» i loro discorsi. E un aspirante capopolo che da dietro i suoi RayBan neri a goccia giura di essere di sinistra mentre lancia la sua Opa ostile all’appassionato comitato di quartiere assieme a un autista con l’A noi mussoliniano tatuato in latino sull’avambraccio.

L’Eritrea è più vicina di quanto pensiamo

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“Noi pensiamo di essere dei piccoli tassi. Nient’altro che dei piccoli tassi che rosicchiano i quattro pilastri di legno su cui poggia il regime eritreo. Il nostro obiettivo è farlo cadere.” Parla per metafore Amanuel, uno dei giovani eritrei che stanno creando in Europa un coordinamento di tutte le forze di opposizione al regime di Isaias Afewerki, il dittatore che tiene in pugno il paese fin dall’indipendenza dall’Etiopia, ottenuta nel 1991 e sancita ufficialmente nel 1993. Amanuel non è il suo vero nome; è lui a chiedere di essere chiamato in un altro modo (richiesta che faranno sistematicamente anche tutti gli altri intervistati) per evitare di essere identificato dai servizi segreti del regime.

Racconti Romani

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Questo testo è apparso sul sito del Fondo Alberto Moravia. Li ringraziamo per la gentile concessione e vi invitiamo a visitare il sito, da poco tornato online.

Il dolore che io provo più spesso è la nostalgia.

È un dolore sottile. Può diventare asfissiante, può indurre a una dolcezza slabbrata. Può martirizzare e avvolgere in spire insensate. E in generale è come un vortice che non finisce mai di risucchiarti. Soprattutto perché la nostalgia si prova ovunque. Nulla può confinarla fuori dalla nostra casa: è un dolore che sale dal centro del mondo che ogni cosa amplifica, ogni angolo reduplica in un gioco di specchi senza fine.