L’uomo senza Qualità

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Era un po’ di tempo che volevo scrivere un articolo su Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ma poi, a causa di mille impegni divora vita, non sono riuscito a mettermi comodo e provare a buttare fuori due pagine di Qualità accettabile. E oggi, stamattina, leggo che Robert Pirsig non c’è più.

Lo Zen e l’arte… l’ho letto, riletto, straletto e quando mi si è presentata l’occasione di poterci lavorare assieme a degli studenti americani, l’ho colta al volo.

Appena saputo della sua morte mi sono chiesto quanti potranno essere i libri che una volta letti si piazzano in fondo a te stesso per non uscire più? Tre, quattro? Tanti quante, credo, le persone che si possono amare durante una vita.

La politica del mestiere. Ritorno a Rocco Scotellaro

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Nasceva oggi, il 19 aprile 1923, lo scrittore e attivista Rocco Scotellaro. Per l’occasione riproponiamo un pezzo originariamente uscito su Lo straniero.

A Palazzo Lanfranchi, a Matera, è conservata Lucania 61, la grande opera pittorica di Carlo Levi lunga 18 metri e mezzo e alta più di 3, che rappresentò la Basilicata alla “Mostra delle Regioni” organizzata a Torino nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Lucania 61 racconta in cinque pannelli, che probabilmente costituiscono la summa del Levi pittore, la storia della Lucania contadina e di Rocco Scotellaro, il poeta in bilico tra mito e oblio, che ancora ci interroga, non solo attraverso quel quadro.

Scotellaro nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, da padre calzolaio e da madre sarta e “scrivana” del vicinato. Morirà il 15 dicembre del 1953, stroncato da un infarto, a Portici. Nei trent’anni della sua breve e intensa esistenza sono racchiusi tutti i segni del più grande sommovimento che abbia travolto il Sud nel Novecento: il ridestarsi di un mondo contadino e bracciantile per certi versi fino a quel momento “fuori dalla Storia”, o comunque relegato ai suoi margini.

La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio

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di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato.

Rodolfo Walsh, argentino, scrittore

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (fonte immagine).

È piccola, piazza Walsh, all’incrocio di Cile e Perù, nei quartieri più letterari di Buenos Aires. È piccola ma è come una potentissima calamita. Chiunque passi fra il barrio di San Telmo e Montserrat ne viene risucchiato e non solo in questi mesi in cui si celebrano i novant’anni dalla nascita e i quaranta dalla morte di uno degli scrittori decisivi del Novecento argentino.

Cosa attrae il viandante, anche il turista ignaro della storia di quest’uomo morto per il suo Paese, non è semplice spiegarlo. Sarà il balconcino da cui si affaccia una scultura che lo riproduce nella sua mitezza e curiosità di intellettuale o il mural che mette in scena tutti gli elementi della sua lotta per la libertà e la dignità di un popolo: gli scacchi, la macchina da scrivere e gli occhiali sullo sfondo della celebre fucilazione dipinta da Goya (El tres de mayo de 1808 en Madrid)? O forse c’è altro ancora?

Le mille e una Angela Carter

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Fonte immagine)

A uno scrittore non basta morire per essere canonizzato, soprattutto se per gran parte della sua vita è stato eretico.

Eppure quando Angela Carter è scomparsa venticinque anni fa– lei che per tutta la carriera ha scritto di magia e ragazze dalla sessualità ferale e violenta recuperando generi negletti come la favola e il gotico in un periodo storico dominato dalle preoccupazioni austere dei vari Martin Amis o J.G. Ballard – l’Inghilterra si è inginocchiata subito per celebrare questa sorta di Dickens sotto psichedelici o di Salvador Dalí delle lettere, che una volta ebbe l’idea di proporre una tesi di dottorato con il titolo «De Sade: culmine dell’Illuminismo». Non esattamente una figura conciliante.

Nei miei mondi imperfetti scrivo romanzi. In ricordo di Paula Fox

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Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un’intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

Cinico mai più — Seconda Parte

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Pubblichiamo la seconda parte del saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Qui la prima parte.

Lettera di dimissioni

Il secondo e ultimo decennio di Cinico Tv è scandito da una serie di deflagrazioni. Nel 1998 Totò che visse due volte – la storia di Paletta rinchiuso in un’edicola votiva, di Fefè brucato dai topi e di un Messia coprolalico – comincia ricominciando, vivendo due volte, collocando cioè nel suo incipit quello di Lo zio di Brooklyn di tre anni prima, l’impassibile ablazione dell’occhio – una vera e propria resa (nel senso tanto di arrendersi quanto di restituire) dello sguardo – che riprende e radicalizza il Buñuel tagliente di Un chien andalou; se nel regista spagnolo l’atto del vedere è definito dalla lama-nuvola-lesione che reseca l’occhio, in Ciprì e Maresco a venire deposto è un pezzo intero di sguardo, così introducendo a una visione del mondo sempre parziale e mancante («Unica certezza la bruma»). Nel 1999 Enzo, domani a Palermo e, nel 2000, Arruso, compongono un dittico – sull’abolizione del senso e di qualsiasi possibilità di speranza – che, per essenzialità e capacità di saturazione, ha in sé qualcosa di epocale (e che vale da ratifica dell’umiliazione come struttura portante del presente).

Nel 2003 Il ritorno di Cagliostro racconta la storia di illusione e frustrazione di due sconfitti, i Fratelli La Marca, dei quali, reificati nel monumento di se stessi, «nessuno seppe più niente» (e anche in Cagliostro, incastonata nel film, o meglio in un altro film nel film, torna ancora, quietamente ossessiva, l’ablazione dell’occhio, a ribadire un presupposto elementare che è manifesto, promessa, minaccia: «Lasciate almeno un occhio, o voi che entrate in questa visione»), mentre nel 2004 Come inguaiammo il cinema italiano, nel ricostruire la pluridecennale collaborazione e infine la separazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, si fa leggere anche come presagio di ciò che da lì a poco accadrà proprio a Ciprì e Maresco.

Cinico mai più — Prima Parte

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Pubblichiamo la prima parte di un saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Proprio pochi giorni fa è scomparso uno dei volti più simbolici del programma, Pietro Giordano, morto a 69 anni nella sua abitazione di Palermo.

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Italy Is Burning è un progetto musicale che nasce nel 2007. A idearlo è il dj lombardo Mario Fargetta. Su una base house, una voce sintetica pronuncia una sequenza di frasi. Ogni frase descrive abitudini, usi, costumi, consumi di una determinata comunità cittadina, soprattutto o soltanto composta da adolescenti. Per esempio: «Vivo a Bologna, Studio al Dams, Vivo vicino alle due torri, Abito appena fuori Porta Mascarella, Compro le bici in via Zamboni»; oppure, in Firenze Is Burning: «Vo a psicologia alla Torretta, Fo la ragazza immagine, Mi garba la Ducati Monster, Prima andavo al Mood, ora vado all’ex Mood, Andavo al Cabiria di piazza Santo Spirito, ora vado al Pop Cafè di piazza Santo Spirito»; e ancora, in Roma Is Burning: «’sto disco spigne una cifra, No, al mucca assassina no, è un posto de froci, Carlo Verdone me fa troppo sdraia’, Mangio i panini dallo Zozzone de corso Francia, La Tedesca se dovrebbe fa un po’ i cazzi sua, Roma de notte è da paura».

Ogni frammento di Italy Is Burning contribuisce a dare forma a un repertorio di situazioni tipiche e ricorrenti, tic, clichés, micro-orizzonti di riferimento più o meno consapevolmente condivisi che, nominati, diventano identitari; qualcosa di simile a quanto accade nei profili Facebook Sei di… se… – Sei di Belluno se…, Sei di Lecce se…, Sei di Frosinone se… –, nei quali a segnare un’appartenenza locale è ancora una volta il succedersi di circostanze riconosciute e riconoscibili che gli stessi utenti contribuiscono a dilatare: un’idea di identità – locale e in un certo senso personale – in forma di catalogo.

Storia di Alfred Nakache, il nuotatore sopravvissuto all’Olocausto

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un’alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell’acqua. L’ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S’è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n’è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell’ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.