Avvicinare Emily Dickinson #1

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Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

La lunga danza di Giacomo Verde

Giacomo Verde Diario

È difficile sintetizzare la parabola artistica di Giacomo Verde, uno dei pionieri italiani del video teatro e della net art, che si è spento la notte tra l’1 e il 2 maggio a causa di una lunga malattia. Ma forse si può riuscire a capire lo spirito del suo lavoro mettendo assieme i mondi diversissimi che ha attraversato.

Conosciuto soprattutto come videomaker e tecnoartista, prima della svolta tecnologica Giacomo Verde ha fatto il “cantastorie”, ha improvvisato in ottava rima con Sandro Berti, che poi sarebbe confluito nella Banda Osiris, e ha attraversato la grande stagione del teatro in piazza che aveva come fulcro il festival di Santarcangelo degli esordi.

Ricordando Gianni

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Per te, Gianni, la vita era un gioco di memoria. Sembrava un esercizio, un allenamento. Le chiamavi “mnemoniche”, sceglievi una lettera e sfidavi gli amici anche per telefono. Con me vincevi facile, ma tu non giocavi per vincere, anche se eri un campione. Giocavi solo per il piacere. Così come per piacere scrivevi, per una specie di scandalosa irriverenza, […]

Tu quoque, albanese, fili mihi? Lezioni di memoria da Edi Rama

di Stela Xhunga

Neanche un libro. Dal discorso del 28 marzo, Edi Rama ha continuato a parlare via Skype alle televisioni italiane, evitando di farsi ritrarre con la biblioteca alle spalle come fanno invece i politici di (s)fiducia. Beato chi si fa intervistare senza libri alle spalle perché significa che forse li legge davvero. Pittore, scrittore, giornalista, professore universitario, rampollo di una famiglia di intellettuali, Edi Rama è quel che si dice un radical chic, globalista ed ecologista. Da anni si aggira ai summit mondiali in scarpe da tennis ma in Italia nessuno ci aveva ancora fatto caso, nonostante i suoi due metri (e due centimetri) di altezza. Tu quoque, albanese, fili mihi, colto, radical chic e pure sexy? Ebbene sì, sconcerto e stupore tra le casalinghe di Voghera.

Con l’avvento della democrazia, l’edilizia comunista, che dei suoi palazzi popolari alti cinque piani, intonaco in bellavista, aveva eretto a simbolo della fierezza del popolo albanese, apparve improvvisamente anacronistica, quindi Edi Rama, allora Sindaco di Tirana, pensò bene di gettarci vernice sopra.

Nell’ultima stanza di Bacon e Dyer

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Anche i capolavori tornano sul luogo del delitto. Il trittico In memory of George Dyer, che Francis Bacon dedicò al suo modello e amante appena deceduto, ci ha messo quasi mezzo secolo per farlo, ma alla fine ha rivisto Parigi, la città in cui fu concepito. L’occasione è stata un prestito della Fondazione Beyeler di Basilea, la proprietaria dell’opera, al Centre Pompidou affinché il quadro venisse esposto nella mostra Bacon en toutes lettres che si è conclusa di recente. Bacon nel tempo ritrasse decine di volte il suo compagno in modo ossessivo, a nessun altro rivolse tanta attenzione, ma questo dipinto lo fece a memoria, come s’intuisce dal titolo.

L’omaggio postumo fu eseguito a caldo in un momento cruciale della parabola umana e artistica del pittore dublinese e della loro vita di coppia, poco dopo il suicidio di Dyer avvenuto alla vigilia dell’inaugurazione al Grand Palais di una mostra interamente dedicata a Bacon. Era l’ottobre del 1971. L’occasione era storica, un onore in precedenza riservato solo a un altro artista vivente: Picasso. Bacon e Dyer giunsero nella capitale francese qualche giorno prima. Presero alloggio in una suite dell’hotel des Saints-Pères, situato nell’omonima strada del quartiere latino. Lui era venuto per seguire personalmente l’allestimento dei quadri, ma volle occuparsene da solo. Era molto nervoso, cambiava idea di continuo, come se non fosse mai soddisfatto delle proprie scelte. Un riconoscimento di quella portata equivaleva a un Nobel, ma lo esaltava e atterriva allo stesso tempo, perché sapeva bene che “l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo”.

In memoria di Marc Rothko, cinquant’anni dopo

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L’incantevole mattina del febbraio 1970 in cui Marc Rothko si uccise, dopo una terribile depressione che minava da tempo la sua voglia di vivere, New York si era svegliata con una temperatura finalmente mite, come un annuncio dell’imminente primavera. Oliver Steindecker, il giovane assistente di Rothko che ne aveva scoperto per primo il corpo nel suo studio sulla 69esima, rincasando lungo la Broadway notò che i cartelloni pubblicitari di Times Square avevano cambiato marca di sigarette, e il fatto lo rattristò come se l’incessante e vasto universo cominciasse già ad allontanarsi da lui, e quel mutamento fosse solo il primo d’una serie infinita.

Eppure tutto era cominciato molto in sordina ai primi del secolo, nella remota Dvinsk, una piccola città della Russia zarista (oggi in Lettonia) ai margini di ogni discorso culturale e artistico. Appartenendo alla comunità ebraica del posto, bersaglio di pogrom sempre più brutali e frequenti, Jacob Rothkovski, il padre di Marc, decise di emigrare a Portland alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per raggiungere due suoi fratelli che gestivano un’avviata fabbrica di indumenti.

L’apertura al cambiamento e la violazione dell’intimità nella Sposa liberata di Abraham B. Yehoshua

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Nel quarto capitolo della Sposa liberata, al centro esatto del romanzo più bello e più compiuto di Abraham B. Yehoshua, l’autore israeliano pone una lunga lettera d’amore. È la lettera che Ofer, il figlio maggiore del professor Rivlin – ovvero il protagonista del libro –, scrive a Galia, la sua ex-moglie. In realtà, la lettera è lunga non più di mezza paginetta, e il resto del capitolo consiste in un interminabile post-scriptum che contiene una vera e propria teoria dell’amore. La cosa particolare è che – stando a quanto rivela lo stesso Ofer – la lettera non sarà mai spedita. Anzi, mentre la sta scrivendo, il suo autore ci rivela che – alla fine della sua stesura – essa sarà cancellata tramite la pressione di un semplice tasto del computer.

La pagina del mare. Per George Steiner

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Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.
Vangelo di Matteo

Celebrando Shakespeare, scrisse che “le parole che usiamo per rendergli omaggio sono sue”. Anche nel suo caso verrebbe da sostenere che è altrettanto vero. Le categorie con cui abbiamo imparato a leggere, la sensibilità con cui reagire a un testo, ce le ha riconsegnate o affinate lui. È uno di quei debiti senza confini. Anche solo tentare di esprimerlo è frustrante.Dove cominciare, dove finire. George Steiner è stato allievo, effettivo o ideale, di alcuni dei grandi leviatani del ‘900: Allen Tate, da quel magnifico conservatore sudista qual’era, lo convocò di notte per consultarlo in materia di divieti religiosi: voleva sfidare a duello un ebreo ma non voleva offendere il medesimo con una richiesta irricevibile.

Antonio Pizzuto, ritratto di un irregolare

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Photo by Peter Lewicki on Unsplash

di Simone Bachechi

Accingersi a scrivere un articolo, una recensione o un qualsiasi tipo di nota critica su qualcosa di Antonio Pizzuto, (1893-1976), cercando magari in questo modo di riscattarlo dall’oblio letterario nel quale è stato da anni confinato, può apparire opera improba. I suoi testi magmatici, oscuri, ermetici, il suo stile del tutto inedito, impervio a ogni convezione, certamente non aiuta, e se un articolo deve riuscire in qualche modo a decodificare il segno, le invarianze e la specificità della parola, materia prima di un testo e tutte le specole del suo linguaggio, nel caso in questione un tale tentativo può essere destinato al fallimento, perché parlandone in qualche modo si rischia di far svanire l’incanto, un po’ come è accaduto a Orfeo che fa dissolvere in una nuvola d’aria l’amata Euridice, voltandosi poco prima che questa vedesse la luce uscendo dall’Ade, come gli era stato prescritto di non fare.

Amarcord Fellini

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico, scritto da Oscar Iarussi e in libreria per Il Mulino. Il libro è una rievocazione alfabetica del genio di Fellini: abbiamo scelto la lettera Q, ed è il nostro omaggio nel centenario della nascita del maestro.

Un quid in Fellini? V’è «un certo che» di incantevole e pur sempre sfuggente nei suoi film, dove la felicità e l’angoscia sono le braccia di un unico amplesso. Svagato cronista come il Marcello di La dolce vita o narratore «proustiano» del tempo perduto (e perso), tuttavia Federico è – suo malgrado – l’autore italiano del secondo Novecento che forse più di chiunque ha interiorizzato, elaborato e oltrepassato il lascito delle avanguardie storiche.