Angela Davis e la maturità di una rivoluzionaria

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di Sara Zucchini (la foto è di Giuliano Del Gatto)

Sono le 20:15 e la fila per entrare in teatro conta già qualche centinaio di persone. Dopo due giorni di incontri sulla politica internazionale, l’economia, i migranti, il global warming, il Venezuela, le graphic novel che sono anche reportage di guerra, la Siria, la Libia, la Brexit, la stanchezza comincia a farsi sentire. Mi fanno male gli occhi, mi fa male la schiena, sento che sto perdendo lucidità, ma se sono qui al Festival di Internazionale, dove da giovanissima ho lavoravo per mettere da parte un po’ di soldi extra e intanto sgattaiolavo dentro i teatri per ascoltare Chomsky o Randall, è per incontrare una donna da foto sul muro, come diceva De Gregori, che oggi è scesa dal muro, è uscita dai libri e dai poster, è diventata tridimensionale e parlerà qui, nella mia cittadina umida.

Memorie d’Africa: l’inchiesta Sankara è ancora aperta

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Thomas Noël Isidore Sankara, classe 1949, è stato assassinato così giovane da ingombrare quasi necessariamente un’eternità. Il 15 ottobre del 1987, quando il Presidente del Burkina Faso cadde vittima di un agguato di stampo terroristico, era nel pieno dei propri trent’anni come fra gli altri Patrice Lumumba e Stephen Biko. Il settimanale Jeune Afrique gli ha dedicato la copertina dell’ultimo numero con la domanda inevasa da trent’anni: Chi ha ucciso Sankara?

C’era una volta il sorriso di Beppe Viola

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gianni Mura apparso su minima&moralia il 19 ottobre 2012.

Pubblichiamo un articolo di Gianni Mura uscito su Repubblica in occasione del trentennale della morte di Beppe Viola. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Gianni Mura

Sono già trent’anni che è morto Beppe Viola. Forse amato più da morto che da vivo, e non parlo di famiglia, amici (ne aveva tanti), ma di attenzione, rispetto, riconoscimenti ufficiali. Era consapevole del distacco, per non dire emarginazione, derivanti dal suo modo “altro” di essere giornalista sportivo. “Tengo duro per migliorare il mio record mondiale di mancata carriera”, diceva. E sorrideva. Sorrideva spesso, el gh’aveva du oeucc de bun, come quello che portava i scarp del tènis, le palpebre un po’ pesanti anche se non aveva fatto tardi. Sulla copertina di “Vite vere compresa la mia” il disegno di Altan è come una fotografia. Il libro è del 1981. “Quelli che” è del 1975. Forse la ripetizione sistematica di “quelli che” è partita da una poesia di Prévert, ma tutto il resto è Milano, è Italia, è gioielleria di precisione, è satira, è umanità. Ringrazio Umberto Eco per la descrizione di “quella” Milano uscita sabato su Repubblica. Perfetta. In “quella” Milano è nato Beppe Viola il 26 ottobre 1939, ci è cresciuto ed è morto il 17 ottobre 1982, mentre stava montando in Rai il filmato di Inter-Napoli 2-2.

Storia di Nino e Ida, vittime della mafia

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Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D’Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

Le lacrime amare di Miuccia Prada von Kant

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Dal nostro archivio, un pezzo di Michele Masneri apparso su minima&moralia il 21 agosto 2105.

Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

“Non ne so niente”, “non saprei che dire, non frequenta nessuno”, “sì, son stata a casa sua, ma era tantiiissimi anni fa, non mi ricordo niente; “è off the record, vero?”. Il pezzo su Miuccia è più scomodo e rischioso di quello su Scientology. Il tema, cioè essere Miuccia, cioè Miuccia Bianchi Prada, nata nel 1948, massima icona di immaginario non solo sartoriale, è naturalmente arduo. Non solo per il solito lessico da ufficio stampa della moda a base di camouflage-iconico-contaminazione e per i timori e tremori di leggendarie riprovazioni e ripercussioni, ma perché nessuno riesce bene a spiegare come si può essere icona globale, seppur riflessiva, vestendosi e apparendo un po’ come la figlia della portinaia, col capello sfibrato e il mocassino e il calzino bianco.

Roberto Bolaño, scrittore canaglia

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Dal nostro archivio, un pezzo di Marco Montanaro su Roberto Bolaño apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Il 28 aprile 1953 nasceva a Santiago del Cile Roberto Bolaño. Pubblichiamo un approfondimento di Marco Montanaro e vi segnaliamo che oggi a Roma c’è una serata dedicata a Bolaño a cura di Terra Nullius: appuntamento al Parco dei Galli alle 21 (dettagli sulla loro pagina Facebook). (Fonte immagine)

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.

Sulle tracce di Lawrence d’Arabia

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Questo articolo è uscito su Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Dario Olivero

AQABA. «Questo era il quartier generale di Lawrence d’Arabia, anzi ciò che ne resta. E per quello che importa ancora». Il custode, piuttosto sfiduciato dell’incuria del governo per i suoi monumenti storici, è un insegnante druso con gli occhiali grandi e la camicia rosa che suda sotto il caldo. La stanza al primo piano, forse in passato con una tenda e un pagliericcio per la notte, doveva essere comunque fin troppo sontuosa per le abitudini del suo spartano inquilino.

Dieci Chris Cornell in uno

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Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

Ricordando Paolo Borsellino

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Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

La singolarità imperfetta

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Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.