Americana: Larry McMurtry

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dalla versione aggiornata di Americana, raccolta di saggi dedicati alla narrativa degli Stati Uniti in libreria per minimum fax.

Ormai ottantaquattrenne, autore di più di quaranta tra romanzi e raccolte di racconti, sceneggiatore di fama – premiato con l’Oscar per la trasposizione cinematografica di «Brokeback Mountain», magnifico racconto di Annie Proulx – Larry McMurtry è rimasto a lungo fuori dai radar dell’editoria italiana, pur essendo considerato negli Stati Uniti uno scrittore di primissima grandezza.

Vita e rivolte di John Lewis

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

John Lewis non ha mai smesso di credere nel progresso, vivendo da protagonista sulla propria pelle le principali battaglie contro il razzismo e per i diritti civili che hanno segnato il Novecento americano. All’età di ottant’anni è morto, colpito da un tumore al pancreas, l’ultimo grande simbolo del Movimento per i diritti civili. Un leader longevo del quale non svanirà la memoria nella storia politica e sociale statunitense.

Perché bisogna recuperare la letteratura di Ismail Kadaré

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di Luca Todarello

L’ultimo romanzo di Ismail Kadaré giunto elle nostre librerie, Freddi fiori d’aprile del 2005, riproposto oggi da Longanesi nella traduzione di Francesco Bruno, si apre con un «assembramento».

Un capannello di curiosi si stringe attorno a due ragazzini intenti a bastonare un serpente: è il folgorante incipit di un testo complesso e stratificato,assieme onirico e realistico, che accompagna il lettore tra le pieghe delle credenze popolari albanesi (il serpente tornerà più avanti come simbolo della gente d’Albania) e nell’atmosfera, all’opposto, estremamente cruda (una rapina in banca è la sirena che le cose stanno cambiando) dei mesi successivi alla caduta del sistema che ha isolato il paese per cinquant’anni.

Un anno senza João Gilberto

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Giancarlo alzò la testa dallo smartphone e, sbigottito, ci annunciò che era morto João Gilberto. Eravamo a cena in una sala della Mole Vanvitelliana di Ancona e avevamo, da pochissimo, terminato la presentazione del mio libro sul musicista baiano, partorito dopo dieci anni di ripensamenti vari. Il direttore artistico di uno dei festival jazz più interessanti d’Italia non si aspettava di aver organizzato un commiato laico, ma sta di fatto che quel 6 di luglio del 2019 Giancarlo Bianchetti, Silvania Dos Santos, Giancarlo Di Napoli e io avevamo, inconsapevolmente, messo in scena un rito funebre.

Leonardo Zanier, sindacalista e poeta

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Michele Colucci al libro Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta di Paolo Barcella e Valerio Furneri, uscito per Carocci.

di Michele Colucci

La Carnia è una terra che si muove, dove i rischi sismici sono conosciuti e temuti. Non solo si muove, di continuo e incessantemente, ma è incastonata in un reticolo di confini e di frontiere che – anche loro – si sono spostati di frequente, generando molteplici conseguenze sui suoi abitanti. Chissà se anche la tendenza geologica alla mobilità e la prossimità ai confini hanno influito sulla straordinaria propensione degli abitanti della Carnia alle migrazioni. Quello che è certo è che l’impatto dell’emigrazione sulla regione, nelle tante stagioni in cui il fenomeno si è manifestato, è stato fortissimo, fino a plasmare in modo decisivo le culture, le vite, la terra, i rapporti politici e sociali.

Avvicinare Emily Dickinson #1

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Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

La lunga danza di Giacomo Verde

Giacomo Verde Diario

È difficile sintetizzare la parabola artistica di Giacomo Verde, uno dei pionieri italiani del video teatro e della net art, che si è spento la notte tra l’1 e il 2 maggio a causa di una lunga malattia. Ma forse si può riuscire a capire lo spirito del suo lavoro mettendo assieme i mondi diversissimi che ha attraversato.

Conosciuto soprattutto come videomaker e tecnoartista, prima della svolta tecnologica Giacomo Verde ha fatto il “cantastorie”, ha improvvisato in ottava rima con Sandro Berti, che poi sarebbe confluito nella Banda Osiris, e ha attraversato la grande stagione del teatro in piazza che aveva come fulcro il festival di Santarcangelo degli esordi.

Ricordando Gianni

gm

Per te, Gianni, la vita era un gioco di memoria. Sembrava un esercizio, un allenamento. Le chiamavi “mnemoniche”, sceglievi una lettera e sfidavi gli amici anche per telefono. Con me vincevi facile, ma tu non giocavi per vincere, anche se eri un campione. Giocavi solo per il piacere. Così come per piacere scrivevi, per una specie di scandalosa irriverenza, […]

Tu quoque, albanese, fili mihi? Lezioni di memoria da Edi Rama

di Stela Xhunga

Neanche un libro. Dal discorso del 28 marzo, Edi Rama ha continuato a parlare via Skype alle televisioni italiane, evitando di farsi ritrarre con la biblioteca alle spalle come fanno invece i politici di (s)fiducia. Beato chi si fa intervistare senza libri alle spalle perché significa che forse li legge davvero. Pittore, scrittore, giornalista, professore universitario, rampollo di una famiglia di intellettuali, Edi Rama è quel che si dice un radical chic, globalista ed ecologista. Da anni si aggira ai summit mondiali in scarpe da tennis ma in Italia nessuno ci aveva ancora fatto caso, nonostante i suoi due metri (e due centimetri) di altezza. Tu quoque, albanese, fili mihi, colto, radical chic e pure sexy? Ebbene sì, sconcerto e stupore tra le casalinghe di Voghera.

Con l’avvento della democrazia, l’edilizia comunista, che dei suoi palazzi popolari alti cinque piani, intonaco in bellavista, aveva eretto a simbolo della fierezza del popolo albanese, apparve improvvisamente anacronistica, quindi Edi Rama, allora Sindaco di Tirana, pensò bene di gettarci vernice sopra.

Nell’ultima stanza di Bacon e Dyer

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Anche i capolavori tornano sul luogo del delitto. Il trittico In memory of George Dyer, che Francis Bacon dedicò al suo modello e amante appena deceduto, ci ha messo quasi mezzo secolo per farlo, ma alla fine ha rivisto Parigi, la città in cui fu concepito. L’occasione è stata un prestito della Fondazione Beyeler di Basilea, la proprietaria dell’opera, al Centre Pompidou affinché il quadro venisse esposto nella mostra Bacon en toutes lettres che si è conclusa di recente. Bacon nel tempo ritrasse decine di volte il suo compagno in modo ossessivo, a nessun altro rivolse tanta attenzione, ma questo dipinto lo fece a memoria, come s’intuisce dal titolo.

L’omaggio postumo fu eseguito a caldo in un momento cruciale della parabola umana e artistica del pittore dublinese e della loro vita di coppia, poco dopo il suicidio di Dyer avvenuto alla vigilia dell’inaugurazione al Grand Palais di una mostra interamente dedicata a Bacon. Era l’ottobre del 1971. L’occasione era storica, un onore in precedenza riservato solo a un altro artista vivente: Picasso. Bacon e Dyer giunsero nella capitale francese qualche giorno prima. Presero alloggio in una suite dell’hotel des Saints-Pères, situato nell’omonima strada del quartiere latino. Lui era venuto per seguire personalmente l’allestimento dei quadri, ma volle occuparsene da solo. Era molto nervoso, cambiava idea di continuo, come se non fosse mai soddisfatto delle proprie scelte. Un riconoscimento di quella portata equivaleva a un Nobel, ma lo esaltava e atterriva allo stesso tempo, perché sapeva bene che “l’umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo”.