Roberto Bolaño, scrittore canaglia

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Dal nostro archivio, un pezzo di Marco Montanaro su Roberto Bolaño apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Il 28 aprile 1953 nasceva a Santiago del Cile Roberto Bolaño. Pubblichiamo un approfondimento di Marco Montanaro e vi segnaliamo che oggi a Roma c’è una serata dedicata a Bolaño a cura di Terra Nullius: appuntamento al Parco dei Galli alle 21 (dettagli sulla loro pagina Facebook). (Fonte immagine)

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.

Sulle tracce di Lawrence d’Arabia

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Questo articolo è uscito su Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Dario Olivero

AQABA. «Questo era il quartier generale di Lawrence d’Arabia, anzi ciò che ne resta. E per quello che importa ancora». Il custode, piuttosto sfiduciato dell’incuria del governo per i suoi monumenti storici, è un insegnante druso con gli occhiali grandi e la camicia rosa che suda sotto il caldo. La stanza al primo piano, forse in passato con una tenda e un pagliericcio per la notte, doveva essere comunque fin troppo sontuosa per le abitudini del suo spartano inquilino.

Dieci Chris Cornell in uno

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Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

Ricordando Paolo Borsellino

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Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

La singolarità imperfetta

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Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

La montagna russa

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A L’informazione di Martin Amis risposi con assordante e felice clamore. La mia folla interiore stipata da qualche parte, in un piccolo auditorium, in una palestra adibita a sala lettura, aveva applaudito, fischiato e gridato entusiasta, mentre Martin Amis attraverso la mia voce leggeva. Io euforico e frastornato di fronte alla prosa, lieve gigantessa, de L’informazione che arrembava la realtà costringendola a parlare. Fu la mia colonna sonora romanzesca per un paio di anni. Dopo essermi dissetato alla fonte di Amis ho pensato di risalire su, fino alla sorgente, e vedere dove esattamente questo spumeggiare sgorgasse.

O.J. Simpson. La storia delle storie

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Se non fosse completamente vera, e qualcuno ce la raccontasse, la storia di O.J. Simpson ci parrebbe una sciarada. Una congettura narrativa piena di sofisticazioni, invenzioni, estensioni e iperboli. Moltissime  ̶  addirittura troppe  ̶  le cose che contiene: la varietà di generi narrativi raccolti insieme, la proliferazione di argomenti suscettibili di approfondimento, un quantitativo di personaggi da far venire il capogiro. La storia di O.J. Simpson è la storia di un paese intero, l’America. Un uomo, un afroamericano, e la riscrittura di una vita a opera di sé stesso battezzati a enigma, a macchia storica di un’intera nazione.

La parola (laica) di Don Milani

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Mezzo secolo dalla morte di Lorenzo Milani, e dalla sua “Lettera a una professoressa”. Tanta storia è trascorsa, e per la ricorrenza in questo anno diversi libri sono stati scritti, molte parole sono state dette, alcune forse non a proposito. E proprio le parole sono al centro della riflessione di Valeria Milani Comparetti, la nipote del Priore di Barbiana, nel volume “Don Milani e suo padre”, che per l’appunto ha come sottotitolo “Carezzarsi con le parole” (Edizioni Conoscenza).

Valeria Milani (curatrice anche della cronologia del Meridiano Mondadori appena pubblicato) è figlia di Adriano, fratello maggiore di Lorenzo (e suo medico personale): il suo punto di osservazione è di certo prezioso. Le abbiamo chiesto di questa attenzione nei confronti del valore della parola, e racconta come Don Milani sia stato “un prete particolare anche per questo.

Francesco Totti, il pischello che si prese l’Olimpico

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Per ricordare uno dei calciatori più amati di tutti i tempi, a due giorni dalla sua ultima partita (sarà stata davvero l’ultima?), ospitiamo due pezzi di Matteo Nucci apparsi sul Venerdì e su Repubblica, che ringraziamo.

Ho sempre pensato che fra i grandi eroi Francesco Totti fosse Odisseo. Come l’uomo scaltro che Atena aveva fornito della forma d’intelligenza più utile agli umani, anche Totti, fin dagli esordi, aveva mostrato a tutti quella che sarebbe stata la sua dote indiscussa e probabilmente inarrivabile: quell’intelligenza astuta e lungimirante che gli avrebbe permesso di vedere ciò che a pochissimi giocatori riusciva di vedere. La consapevolezza degli spazi, la capacità di anticipare e tagliare il campo con un raggio di luce, l’abilità nell’adeguarsi al momento particolare, agli umori dei compagni e degli avversari per aprire il campo con un gesto imprevedibile.

Prima di Capaci. Falcone e gli Stati Uniti

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Alle 17.56 del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo, scavando un cratere, uccise Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero all’attentato i poliziotti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che viaggiavano sulla terza auto blindata di scorta. Con loro è sopravvissuto Giuseppe Costanza, autista di Falcone, che sedeva nel sedile posteriore della vettura guidata dal giudice.