Il gioco del mondo. Io e Lorenzo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’ultima volta che ci siamo visti, al Palalottomatica, ne ho avuto la riprova definitiva. Non che non lo avessi intuito già da tempo, ma un conto è sospettarlo, e un altro è sentirselo dire da degli estranei e poi vedersi insieme in foto: io e lui siamo il giorno e la notte. Era fine aprile, Lorenzo stava per salire sul palco per una delle dieci date, ovviamente tutte sold out, in programma a Roma. Un mese prima lo avevo avvisato per mail di aver comprato il biglietto il tal giorno e lui, generoso come al solito, s’era offerto subito di cambiarmelo con uno di quelli speciali per i suoi ospiti, ma io avevo preferito non accettare, tanto poi l’avrei visto in privato. Eravamo d’accordo infatti che al mio arrivo al Palazzetto avrei chiamato una sua assistente che mi avrebbe condotto da lui in camerino.

Giunsi in anticipo ma c’era già una discreta folla davanti ai cancelli dell’arena. Entrai e presi posto nel terzo anello laterale, lo spicchio in alto più lontano dal palco, perché quello permetteva il mio portafoglio.

La poesia compagna di vita di Anna Maria Ortese

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Pubblichiamo un pezzo uscito qualche tempo fa su Il mestiere di scrivere, rivisto e ampliato.

di Anna Toscano

Casa di Altri

Ingannarci
Non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

L’esordio di Anna Maria Ortese sulla carta stampata è legato a Manuele, un trittico, un testo poetico di 162 endecasillabi sciolti diviso in tre parti che fece la sua apparizione sulle pagine de “L’Italia letteraria” domenica 3 settembre 1933: parla del lutto dovuto alla perdita del fratello Manuele imbarcato come marinaio e mai tornato.

La stessa Ortese in una intervista raccontò cosa fosse per lei scrivere, senza fare distinzioni tra lo stendere versi o prosa: “La scrittura è come un ritmo che serve a calmare, aiuta a sostenere l’orrore di certe emozioni che altrimenti ci distruggerebbero”. Questa è una delle chiavi di lettura che può accompagnare nella lettura delle sue liriche, ma non l’unica tenendo conto della complessità del mondo Ortese. Molte delle sue dichiarazioni denotano spesso uno stato di incertezza verso la parola scritta, un movimento incessante che la portava dalla realtà alla scrittura come moto di vita, inoltre verso i suoi componimenti poetici la scrittrice aveva un incredulo fervore.

Ritratto di Xi Jinping, il principe rosso

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All’indomani del passaggio italiano del presidente cinese Xi Jinping, pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

È complicato raccontare chi è Xi Jinping a un pubblico nostrano, perché la politica cinese ha grammatica e geometria diversa da quella occidentale ed è per di più caratterizzata da quel gusto tutto cinese per l’arguzia, per l’indovinello, per le contraddizioni e il tranello.

La vita di un politico cinese si somma di tanti fattori, a partire dall’origine familiare, dagli incarichi e dalla rete relazionale capace di guadagnarsi, o consolidarsi, posizioni all’interno delle fazioni all’interno del Partito comunista cinese che tra l’altro, proprio da quando al potere c’è Xi Jinping, si sono modificate stabilendo un nuovo ordine, punto di partenza di qualsiasi ragionamento che abbia a che fare con la Cina.

Poesia e civiltà, nel mondo di Giovanni Truppi

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di Alessio Altieri

Chiunque sa chi è Pelè, solo gli amanti ricordano Garrincha.

Garrincha, “la Gioia del popolo”, è letteralmente l’archetipo di un certo modo di intendere il numero 7 nel calcio, ma soprattutto l’uomo che, con un fisico inadatto allo sport, con una una gamba più corta dell’altra, è riuscito a diventare la più grande ala della storia del calcio.

Giovanni Truppi da piccolo a calcio per le strade del quartiere Arenella di Napoli non ci poteva giocare, a causa di una displasia dell’anca, e però, un Garrincha lo è diventato lo stesso, perché quello che fa lui con la musica e le parole non lo fa nessuno, come il brasiliano con la palla.

Silenzio – (Mark Hollis, 1955-2019)

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di Stefano Solventi

C’era qualcosa di famelico negli articoli che descrivevano Mark Hollis come “il nuovo John Lennon”. Si trattava però di una fame comprensibile: non erano passati che quattro anni dall’omicidio dell’ex-Beatle, la videomusica stava decretando forme di divismo pop-rock strutturate su un sensazionalismo iconografico croccante e patinato, che soprattutto le star navigate dei Sessanta e Settanta (Bowie, McCartney, Phil Collins, Tina Turner, Michael Jackson…) dimostravano di saper padroneggiare benissimo.

All’apice di un successo – quello del loro secondo album It’s My Life – che rese di colpo i Talk Talk una delle band di punta della scena inglese, Hollis si distingueva per l’angolazione arguta delle interviste, per il naturale antidivismo, per l’aspetto da intellettuale disincantato, sfuggente e anche un bel po’ dissacrante.

Lady Gaga, il mutamento e il dio Vertumno

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Dopo l’iniziale sorpresa in A star is born, dove appare senza trucco e senza i suoi incredibili travestimenti, nell’ultimo spettacolo Enigma Lady Gaga è tornata “se stessa”, interpretando vari avatar in uno stilo cyber-alieno.

Dall’esordio nel 2008 la sua immagine ha avuto così tante trasformazioni (alcune persino estreme) che non è solo impossibile prevedere quale sarà la sua prossima apparizione, ma persino ricordare da cosa è evoluta. Ha indossato outfit di ogni genere, la maggior parte incredibilmente estrosi e bizzarri, e quasi sempre corredati da vertiginose scarpe che sfidano le leggi di gravità.

L’ultimo David Bowie

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di Giulia Cavaliere

Nota dell’autrice: il primo gennaio del 2016 mi risveglio in una bellissima casa di Berlino. A poche ore dall’inizio dell’anno nuovo ricevo sulla mia posta elettronica un’email che contiene l’ascolto in anteprima del nuovo disco di David Bowie, Blackstar. Mi pare un bellissimo regalo avere la possibilità di mettere le orecchie su quel lavoro proprio nella città europea che a David Bowie aveva cambiato e forse salvato la vita, la città che prepotentemente gli era tornata alla mente e alla scrittura alcuni anni prima, e che aveva tirato fuori dalla memoria con “Where are wenow?”

Blackstar non è solo un’uscita-evento ma un lavoro statuario, che mi pare immediatamente gigantesco. Quando torno in Italia, quindi, decido di dedicargli un articolo lungo, un long-form (si dice ancora?) per la rivista online Prismo: è il primo pezzo che scrivo, in anni di lavoro con la scrittura musicale, sull’artista a cui devo probabilmente ogni angolo e ogni curva del mio cervello e del mio intimo di ascoltatrice. La prima volta che decido di provarci, di vincere la timidezza di una materia troppo calda.

A casa di Lucio Battisti

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Pubblichiamo un pezzo apparso in versione su il Foglio, che ringraziamo. (fonte immagine)

C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente. Poi bisogna capire la ragione di quel legame, scorgere l’intima corrispondenza tra il luogo e la persona, e anche questa non si rivela immediatamente, perché si devono conoscere a fondo entrambi. A volte il motivo può essere evidente, per esempio l’indirizzo, il nome della via, come la rue Linneo a Parigi per il tassonomista Georges Perec. Altre volte il vincolo si nasconde in una circostanza storica apparentemente trascurabile, come il fatto che rue de l’Odeon fu la prima strada della Ville Lumiere a essere dotata di marciapiedi, e infatti in una di quelle mansarde, al civico 21, finì i suoi giorni il peripatetico Emil Cioran. Altre volte ancora è una peculiarità evidente che suscita interrogativi senza risposta, o con troppe risposte, come le case d’angolo di tutta Europa in cui visse Dostoevskij.

Storie scellerate: Flavio Bucci

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(fonte immagine)

È stato presentato alla Festa del cinema di Roma Flavioh, un film-documentario su Flavio Bucci. Per l’occasione, pubblichiamo un estratto da Hollywood sul Tevere, il libro di Giuseppe Sansonna uscito qualche tempo fa per minimum fax: un ritratto dello stesso attore di origini molisane. Ringraziamo editore e autore.

“Nel dissoluto ambiente del teatro, pieno di pazzi e di stravizi, si ripete una massima, da sempre: C’è una cosa sola che ti ammazza. E non sai qual è, fino all’ultimo istante”. A rantolarlo a se stesso è Flavio Bucci, perso tra decine di tavolini vuoti, in un bar di Passoscuro, a due passi da Fregene.

L’insegna del locale, alle sue spalle, lampeggia insistente Moby Dick, cubitale come il cartellone di un teatro. Bucci la asseconda silenzioso, sprofondato in un filologico Achab, munito di cappellaccio a falde larghe, cappottone e il vago rimpianto di chi è scampato a malincuore alla propria intima balena bianca.

Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere

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Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell’opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell’autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L’intervento si sofferma sul suo ruolo di “maestro del ‘900” e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.