In memoria di Marc Rothko, cinquant’anni dopo

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L’incantevole mattina del febbraio 1970 in cui Marc Rothko si uccise, dopo una terribile depressione che minava da tempo la sua voglia di vivere, New York si era svegliata con una temperatura finalmente mite, come un annuncio dell’imminente primavera. Oliver Steindecker, il giovane assistente di Rothko che ne aveva scoperto per primo il corpo nel suo studio sulla 69esima, rincasando lungo la Broadway notò che i cartelloni pubblicitari di Times Square avevano cambiato marca di sigarette, e il fatto lo rattristò come se l’incessante e vasto universo cominciasse già ad allontanarsi da lui, e quel mutamento fosse solo il primo d’una serie infinita.

Eppure tutto era cominciato molto in sordina ai primi del secolo, nella remota Dvinsk, una piccola città della Russia zarista (oggi in Lettonia) ai margini di ogni discorso culturale e artistico. Appartenendo alla comunità ebraica del posto, bersaglio di pogrom sempre più brutali e frequenti, Jacob Rothkovski, il padre di Marc, decise di emigrare a Portland alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per raggiungere due suoi fratelli che gestivano un’avviata fabbrica di indumenti.

L’apertura al cambiamento e la violazione dell’intimità nella Sposa liberata di Abraham B. Yehoshua

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Nel quarto capitolo della Sposa liberata, al centro esatto del romanzo più bello e più compiuto di Abraham B. Yehoshua, l’autore israeliano pone una lunga lettera d’amore. È la lettera che Ofer, il figlio maggiore del professor Rivlin – ovvero il protagonista del libro –, scrive a Galia, la sua ex-moglie. In realtà, la lettera è lunga non più di mezza paginetta, e il resto del capitolo consiste in un interminabile post-scriptum che contiene una vera e propria teoria dell’amore. La cosa particolare è che – stando a quanto rivela lo stesso Ofer – la lettera non sarà mai spedita. Anzi, mentre la sta scrivendo, il suo autore ci rivela che – alla fine della sua stesura – essa sarà cancellata tramite la pressione di un semplice tasto del computer.

La pagina del mare. Per George Steiner

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di Edoardo Rialti

Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.
Vangelo di Matteo

Celebrando Shakespeare, scrisse che “le parole che usiamo per rendergli omaggio sono sue”. Anche nel suo caso verrebbe da sostenere che è altrettanto vero. Le categorie con cui abbiamo imparato a leggere, la sensibilità con cui reagire a un testo, ce le ha riconsegnate o affinate lui. È uno di quei debiti senza confini. Anche solo tentare di esprimerlo è frustrante.Dove cominciare, dove finire. George Steiner è stato allievo, effettivo o ideale, di alcuni dei grandi leviatani del ‘900: Allen Tate, da quel magnifico conservatore sudista qual’era, lo convocò di notte per consultarlo in materia di divieti religiosi: voleva sfidare a duello un ebreo ma non voleva offendere il medesimo con una richiesta irricevibile.

Antonio Pizzuto, ritratto di un irregolare

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Photo by Peter Lewicki on Unsplash

di Simone Bachechi

Accingersi a scrivere un articolo, una recensione o un qualsiasi tipo di nota critica su qualcosa di Antonio Pizzuto, (1893-1976), cercando magari in questo modo di riscattarlo dall’oblio letterario nel quale è stato da anni confinato, può apparire opera improba. I suoi testi magmatici, oscuri, ermetici, il suo stile del tutto inedito, impervio a ogni convezione, certamente non aiuta, e se un articolo deve riuscire in qualche modo a decodificare il segno, le invarianze e la specificità della parola, materia prima di un testo e tutte le specole del suo linguaggio, nel caso in questione un tale tentativo può essere destinato al fallimento, perché parlandone in qualche modo si rischia di far svanire l’incanto, un po’ come è accaduto a Orfeo che fa dissolvere in una nuvola d’aria l’amata Euridice, voltandosi poco prima che questa vedesse la luce uscendo dall’Ade, come gli era stato prescritto di non fare.

Amarcord Fellini

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico, scritto da Oscar Iarussi e in libreria per Il Mulino. Il libro è una rievocazione alfabetica del genio di Fellini: abbiamo scelto la lettera Q, ed è il nostro omaggio nel centenario della nascita del maestro.

Un quid in Fellini? V’è «un certo che» di incantevole e pur sempre sfuggente nei suoi film, dove la felicità e l’angoscia sono le braccia di un unico amplesso. Svagato cronista come il Marcello di La dolce vita o narratore «proustiano» del tempo perduto (e perso), tuttavia Federico è – suo malgrado – l’autore italiano del secondo Novecento che forse più di chiunque ha interiorizzato, elaborato e oltrepassato il lascito delle avanguardie storiche.

Leoluca Orlando e Palermo, se l’incanto diventa destino

Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo.

Incantare è un’arte. Incantare è una strategia. Incantare è anche una trappola. Se l’«incanto» – evocare il magico tramite ponderate cantilene – è tra i pilastri del discorso istituzionale, ogni amministratore ha una sua peculiare tecnica fascinatoria. Leggendo il discorso pubblico del sindaco di Palermo da questa prospettiva, la sensazione è che per Leoluca Orlando l’incanto sia non solo una tecnica ma un destino.

Prima condizione dell’incanto orlandiano è partire da un’evidenza incontestabile: «Oggi Palermo è migliore di com’era negli scorsi decenni».

Verso la luce. Ricordando Albert Camus

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di Rossella Farnese

Il 4 gennaio 1960, sulla strada per Parigi, presso Villeblevin, moriva Albert Camus: un incidente d’auto a bordo di una Favel Vega FV3B guidata dal suo editore Michel Gallimard, morto sul colpo. Nonostante l’incidente venisse imputato alla sola velocità elevata (circa 140km/h) del veicolo, emerse comunque il sospetto di un attentato del KGB: l’auto sarebbe stata manomessa dagli agenti segreti di Mosca per ordine del Ministro degli Esteri Šepilov, pubblicamente attaccato da Camus, che a più riprese aveva denunciato l’invasione sovietica in Ungheria e che si era espresso a favore del conferimento del Nobel al dissidente Boris Pasternak.

Sessant’anni dopo cosa resta? Resta tutto: l’uomo, l’opera, il pensiero. «Je me révoltedonc nous sommes» («Mi rivolto, dunque siamo»): è in questa frase tratta da L’hommerévolté (1951)che si trova la spiegazione.

Lo so

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di Edoardo Rialti

Un anno fa ero a Parigi, e camminavo con un fantasma.

Mano nella mano, o più precisamente a braccetto. Le avevo offerto il gomito poco prima di uscire dall’appartamento e lei aveva fatto scivolare la mano nello spazio vuoto. “Vogliamo andare?” le ho chiesto.  Ci siamo chiusi la porta alle spalle. “Forza, a pas-seg-giar”, scandito come nella canzone di Mary Poppins. Abbiamo sceso le scale e siamo usciti assieme nella notte fredda e limpida di Dicembre. Lei mi guardava di traverso, il volto illuminato dalle luci bianche e gialle dei piccoli teatri e quelle rosa-rosse dei sexy shop che costellavano parimenti Rue De La Gaieté, a Montparnasse, e sorrideva appena. Io esalavo nuvolette di respiro, lei no. In metropolitana anche quella piccola differenza era azzerata.

Charlotte Sometimes (Su “Vita? O teatro?” di Charlotte Salomon)

8 settembre 1943. In Italia è l’armistizio di Cassibile, è l’inizio della Resistenza – a Roma le giornate di Porta San Paolo. In Francia la Costa Azzurra passa sotto il controllo della Gestapo. Non che prima si stesse sereni. A malapena ci si affacciava per strada, per paura di controlli e retate. Eppure Charlotte Salomon si era potuta addirittura sposare, pochi mesi prima. In quelle settimane nel suo ultimo rifugio a Villefranche sur Mer, vicino Nizza, Charlotte provava una strana intensità di vita.

Era rimasta incinta di un uomo, anch’egli ospite di una mecenate americana – Ottilie Moore – che protesse a lungo la sua famiglia, schermando il passo alla sua emigrazione forzata nel Nuovo Mondo, che tanti intrapresero in quegli anni dopo che la Francia fu invasa e divenne collaborazionista, passando per quelle contrade (Hannah Arendt ci riuscì, Nicola Chiaromonte pure, Walter Benjamin no). Charlotte rimase – aveva un lavoro di scrittura che la teneva occupata.

Memorie di Lawrence Ferlinghetti

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

L’America finisce a San Francisco, tuffandosi nel Pacifico; eppure un’altra America inizia al 261 di Columbus Avenue, nella stessa città. Lì a quell’incrocio dal 1953 sorge City Lights, il laboratorio culturale di Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo dei beat.

Ferlinghetti lo scrittore, il poeta, il pittore; Ferlinghetti che pubblicò da editore Urlo di Allen Ginsberg, finendo a processo per oscenità negli Stati Uniti di fine anni Cinquanta, Ferlinghetti l’autore di quella bellissima raccolta di poesie che è A Coney Island of the Mind. Ora, come in ogni altro campo artistico, anche in letteratura mode e tendenze richiedono la loro parte, e il pazzo mondo beat non è di questi tempi al massimo della popolarità. Non siamo negli anni Sessanta e neanche nei Novanta, quando intorno a Jack Kerouac e compagnia si registrò un revival piuttosto intenso.