Lo scrittore “serve and volley”

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Questo articolo è uscito sul portale Treccani in uno speciale sulla punteggiatura a partire dal libro di Francesca Serafini, Questo è il punto, edito da Laterza; lo speciale è reperibile qui.

di Sandro Veronesi

Ogni tanto gli scrittori perdono la brocca. Sì, è così: prendete l’esempio citato in Questo è il punto. È ripreso da un libro che non ho letto (Domani niente scuola di Andrea Bajani, ndr), quindi non posso dire se il brano, contestualizzato, diventa solo esilarante. Ma preso da solo è una crisi di nervi in diretta di uno che, siccome gli girano le scatole, se la piglia coi puntini: uno sproloquio che come precetto sembra una roba da neurodeliri.

La memoria del corpo nella scrittura di esperienza

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Pubblichiamo il testo di un intervento inedito che Lea Melandri ha tenuto a un incontro sul tema “La memoria del corpo nella scrittura di esperienza” nel 2006. (Immagine: Francesca Woodman)

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

Il periodo blu di Anita Riolo

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Pubblichiamo un racconto di Marco Mantello che farà parte del suo nuovo romanzo, letto a Esordire nel 2011, e pubblicato in una sua prima versione su Nazioneindiana.

di Marco Mantello

Cara Anita,

Ho provato più volte a scrivere qualcosa di universale e compiutamente privo di emotività a proposito della tua nascita. Magari lo troverai stupido, natalizio, retorico… Te lo ricordi che ti dicevamo tua madre e io da ragazzina? «Hai fatto sempre come volevi tu». E impara a difenderti, in primo luogo da noi, l’autonomia il senso critico non lo so scusa, non volevo iniziare così…
La sera prima, con tua madre, eravamo stati a un concerto all’Akademie der Künste. Verso mezzanotte, quando sono cominciate le contrazioni e ci siamo messi con l’orologio a vedere ogni quanto le venivano, era tutto pronto in due valigie apposite, le lenzuola pulite, i vestiti di ricambio, la cioccolata per me…
Ecco, adesso sicuramente mi dirai: come al solito descrivi le situazioni senza esporti mai in prima persona. Che cosa provavi, tu? Avevi paura? Eri felice? Un senso di attesa, agitazione, cosa?
Non lo so forse all’inizio una totale assenza. Che poi è la sensazione tipica che provo, quando mi capita di vivere. Voglio dire la rottura dei ritmi, le giornate più o meno scandite, la verità è che il tempo presente a me mi stordisce proprio, ti sembra come di non esserci, come assistere a uno show da fuori, appunto, fiction.

Ciao Silvio, addio giovinezza

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Sono un ragazzo, forse da oggi non sono più un ragazzo. Sono nato nel 1982, faccio parte della prima generazione che è nata con la televisione commerciale. (Mia nonna mi ha raccontato che mentre mia madre mi partoriva, i medici nell’altra stanza si stavano vedendo una partita del Mundialito per club). Da piccolo sapevo a memoria la frequenza di tutti i canali disponibili in Italia. 21 Tele Montecarlo. 23 Teletuscolo. 24 Italia Uno. 25 Tele Elefante. 26 Autovox. 29 T.R.E. e così via. Aveva avuto il primo accenno di inquietudine sessuale, un accenno di accenno di erezione guardando un pomeriggio una puntata di Goldrake in cui dovevano denudare una bambina per farle una puntura… La prima erezione seria per un film con Anna Maria Rizzoli… Avevo tenuto un quaderno in cui mettevo i voti ai programmi tv… Amavo i pomeriggi di Italia 1, non ho avuto altro amore per molto tempo…

Ventitré cose che ho imparato leggendo “A sangue freddo” di Truman Capote

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Oggi si discute molto di giornalismo narrativo. Da un paio d’anni con Cristiano De Majo ho messo su un laboratorio di scrittura non fiction in cui ragioniamo su testi non-finzionali appunto (memoir, reportage, inchieste, biografie…) che abbiano valore letterario. A un certo punto non potevamo non imbatterci nella pietra miliare della non-fiction del Novecento, il modello assoluto. Dalla lettura di A sangue freddo ho imparato molte cose. Qui ho provato a elencarne ventitré.

0. La vicenda di A sangue freddo è quella di due assassini, Dick e Perry, che sterminano una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote legge questa notizia sulla cronaca locale, si fa mandare dal New Yorker come inviato e passa circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo. Conosce la piccola comunità della cittadina teatro del delitto, Holcomb, conosce Dick e Perry, accumula 8000 pagine di annotazioni e viene coinvolto dal punto di vista letterario e poi umano da questa storia in modo irreversibile. La storia del rapporto tra Capote e A sangue freddo è raccontata da due splendidi film, uno omonimo di Bennett Miller del 2005 e Infamous di Douglas McGrath del 2006.

Prontuario aggettivale per giornalisti culturali alle prime armi

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di Christian Raimo (con la collaborazione ideativa di Francesco Longo) Nelle redazioni dei giornali, i tempi delle recensioni si fanno ogni giorno più risicati. Per cercare di aiutare chi si trova a imparare in fretta il mestiere del critico culturale, che sia per la carta stampata o per il web, ho messo a punto un […]

Per Esmé, con amore e squallore 5

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Per Esmé: con amore e squallore è la rubrica di Paolo Cognetti dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. (Immagine: Raymond Carver ritratto da Bob Adelman.)

Se avessi uno studio tutto per me, con una bella libreria e la luce giusta e i ritratti incorniciati di Hemingway e Fitzgerald, sul muro davanti al tavolo appenderei la regola di Sant’Agostino, solo un po’ modificata: Ama i tuoi personaggi, e poi fai quel che vuoi.

Davvero sento che questa è l’origine di ogni buona storia, e tutto il resto viene di conseguenza. Chi se ne frega della trama. «La trama», disse Grace Paley, «la linea assoluta tra due punti, roba che ho sempre disprezzato. Non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranze. Qualunque personaggio, vero o inventato che sia, merita un destino aperto nella vita». Per questo scriveva racconti: la forma breve le permetteva di scardinare le prigioni narrative e dedicarsi a ciò che le interessava, le voci, i ricordi, le vite delle persone. Ama i tuoi personaggi sarebbe piaciuto anche a lei, nonostante l’imperativo.

Ricordando Valter Binaghi

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Ci è arrivata la notizia della morte di Valter Binaghi. Il funerale sarà domani, sabato 13 luglio, alle 10.30, nella chiesa principale di Busto Garolfo (Mi). Vogliamo ricordarlo invitandovi a leggere due suoi pezzi usciti su Nazione Indiana e vibrisse, bollettino.

di Valter Binaghi

L’ultima religione

(Adattato da: Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore, 2004)
Alle ringhiere del metro accendo una sigaretta e mi fermo ad osservare la fiumana, come un cineasta in pensione. L’ora del tramonto rovescia sul corso casalinghe in libera uscita, drappelli impiegatizi e ciurmaglia adolescente in cerca d’amore. Comincia la ronda dell’eterna giovinezza che si prepara al rito notturno. Sciamano a gruppetti di tre o quattro, ostentando diverse divise e scuole di pensiero, promettendosi diverse nottate. Di che famiglia sei? Tribù ostili si squadrano da un capo all’altro del marciapiede. Di che serata sei? Anche molta sfiga in giro: tamarri troppo al verde, divise approssimate, ragazze quasi niente, mani in tasca a penzolare dai lampioni. E militari, facce sperdute di ragazzi di campagna, guardiani di un gregge svagato e irridente. Peggio di tutti gli sbarbati, condannati a spiare la goduria dei grandi da lontano: loro due lire in tasca ce l’avrebbero, ma ancora niente chiavi della macchina .

L’arte della guerra di carta e inchiostro

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Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

La senatrice all’elezione del presidente della Repubblica

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Pubblichiamo il racconto inedito che Francesco Pacifico ha letto ieri sul palco di Massenzio, ospite di Letterature – Festival Internazionale di Roma.

La sera prima ho fatto una cosa che faccio molto poco. Sono tornata a casa abbastanza presto, ho preparato una cena. Uova al tegamino con asparagi, patate al forno, insalata e fragole. Sono cose che vengono dal mio orto in campagna. Io raccolgo tutto il lunedì mattina, arrivo a Roma e per tutta la settimana ho le verdure e le uova delle mie galline felici che non vengono ammazzate per diventare polli da forno ma galline solo da uova.

Ho aspettato mio marito che arriva tardissimo. Se arriva troppo tardi mangio da sola. Il suo uovo l’ho cotto quando è tornato.

Poi ho fatto quello che fanno tutte le donne quando hanno un appuntamento importante: sono andata di là nell’armadio e ho cominciato a dire che mi metto domani?, mi metto una cosa molto visibile? Ho pensato: mi metto una cosa elegante. Sì, perché è un’occasione importante. Però se mi metto il solito tailleur grigio / tailleur blu mi mischio fra mille uomini perché sono tutti in grigio e blu. Quindi mi metto un tailleur rosso? No: perché rossi sono i sedili della camera e se stai seduta ti perdi, perché il rosso non si vede, e poi il rosso lo usano tutte le donne della sinistra, quindi non va bene rosso. E quindi ho detto: Sicuramente questa roba non passa al primo voto, torneremo a votare il presidente anche domani e dopodomani, faccio una scelta di vestiti per i prossimi giorni.