Leggere l’amore

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Da oggi a domenica Diego De Silva è a Ivrea, ospite del festival La grande invasione, per Leggere l’amore, un ciclo di incontri dedicati alle canzoni d’amore. Pubblichiamo in anteprima il testo su Malafemmena di Totò. (Immagine: Jack Vettriano.)

di Diego De Silva

Se esistesse una classifica dei motivetti di musica leggera più eseguiti dai fisarmonicisti da weekend che (spesso con moglie e almeno un bambino al seguito) vagano per le strade delle città nelle ore mattutine intonando serenate indistinte alle palazzine condominiali nell’attesa che da qualche finestra si affacci un contribuente volontario, il primo posto in scaletta, almeno in Campania, sarebbe probabilmente occupato da Malafemmena di Totò.

Fine Impero

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Pubblichiamo un racconto inedito che Giuseppe Genna ha scritto per Twitter ispirandosi al suo nuovo romanzo Fine Impero. Domenica Giuseppe Genna sarà ospite della Grande invasione per partecipare all’incontro Leggere in presente insieme a Fabrizio Gifuni e Christian Raimo. (Immagine: bozzetti di Riccardo Falcinelli per Fine Impero.)

di Giuseppe Genna

Questo è dedicato a @tommasopincio.

Molte persone nella nebbia dell’inverno, carica di incenso, fuori del cerchio della città vanno, guidate da due orfani al contrario.

Suole su ghiaia: un corteo funebre, il padre con la piccola bara bianca, dentro dondola il cadaverino, la madre è una statua. È sepolta.

Per Esmé, con amore e squallore 4

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Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. Domani sera, a Casa Bellonci, avverrà la prima votazione per la designazione della Cinquina dei finalisti al Premio – per la prima volta sarà possibile seguire l’incontro in streaming qui.

Lui non l’avrebbe mai ammesso, ma Hemingway aveva paura del buio. Per questo diventò un direttore della fotografia tanto bravo. Come i maestri di quell’arte lavorava in bianco e nero: non solo la scena dei suoi racconti è sempre perfettamente illuminata, ma la luce ne è la protagonista tanto quanto i personaggi, e spesso l’intera storia è in tensione (e in contrasto fotografico) tra il visibile e l’invisibile, ciò che sta sotto il sole e ciò che si nasconde nell’oscurità. Gli indiani escono dall’ombra del bosco per svelare i segreti del padre di Nick. Sua madre al contrario si nega agli sguardi, è soltanto una voce nelle tenebre. Da adulto Nick chiude gli occhi e rivede ciò che vorrebbe dimenticare: per questo preferisce il giorno alla notte e non ha alcuna voglia di andarci, a pescare nella palude.

Per Esmé, con amore e squallore 3

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Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. Oggi alle 18 Paolo Cognetti incontra i lettori alla libreria Lazzarelli di Novara.


Una storia, secondo Alice Munro, è un oggetto simile a una casa: con la sua porta d’ingresso e le sue stanze vuote o piene, ampie o anguste, illuminate o buie; con i suoi muri, i corridoi, le soglie per passare da una stanza all’altra e le finestre per guardare fuori; e se scrivere è come costruire questo spazio leggere è come abitarlo, o almeno trascorrerci una notte o due. A me pare che la similitudine sia vera anche al contrario: ogni casa è una storia. Intanto perché, proprio come un racconto, è un contenitore che divide il mondo in due spazi, un dentro e un fuori in conflitto tra loro. Poi perché una casa cambia con il tempo, e che altro c’è da raccontare se non questo – conflitti e cambiamenti? Così, per cominciare a immaginare la storia di una casa potremmo chiederci: quale segreto nascondono i suoi muri, quale tesoro proteggono? E quale minaccia o lusinga c’è appena fuori? E poi: come viene modificata, la casa, dalla vita dei suoi abitanti? Andiamo a stare in una casa nuova, e il primo lavoro che facciamo è imbiancare le pareti. Cancelliamo dalla casa la storia di chi non c’è più: abitandola ci scriviamo sopra la nostra.

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Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Qui la prima puntata. Oggi Paolo Cognetti è ospite del Salone del Libro di Torino: appuntamento alle 18 al Caffè letterario per un incontro sugli scrittori emergenti insieme a Emanuela Abbadessa e Matteo Cellini. Interviene Piero Dorfles.

Quali possibilità ho, come scrittore, di partire per terre selvagge? Se scrivere fosse come scalare una montagna, dove potrei trovare una cima vergine, o almeno una via mai percorsa prima? E se non esistesse più alcun territorio inesplorato? Queste domande mi fanno tornare in mente il famoso finale del «Grande Gatsby». Nick Carraday, il narratore, osserva il panorama di Long Island dopo che l’estate è finita, Jay Gatsby è morto e la sua villa sulla spiaggia è ormai buia e deserta.

Per Esmé, con amore e squallore

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Inauguriamo oggi Per Esmé: con amore e squallore, la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Di volta in volta Cognetti affronterà un autore diverso, a partire da Ernest Hemingway. Alle 18, a Benevento, verranno presentati ufficialmente i dodici candidati al Premio – per la prima volta sarà possibile seguire l’incontro in streaming qui.

Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro. Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l’ambizione di rispondere, di contenere tutto – se non proprio tutto il mondo almeno tutto un mondo – di costruire per noi una casa in cui abitare: alla fine chiuderemo la porta su un luogo che ci ha accolti per un po’ di tempo, e che conosciamo bene. Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro (o come in una poesia di Carver, “Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare”, è una finestra su casa nostra quando abbiamo dimenticato le chiavi). Da fuori possiamo solo indovinare che cosa c’è dentro, farci un’idea della vita di chi ci abita, riflettere su quante cose non sappiamo. Confessare che non ne sappiamo quasi niente: il racconto è insieme una resa (non provo neanche a scrivere questa storia per intero, perché sarebbe un fallimento) e una sfida (ma ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?).

Uccidi la tua famiglia, diventa uno scrittore

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

Zerozerozero: se il libro diventa un’eucarestia

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È strano, sono stato la prima persona a pubblicare in Italia, in un libro, un pezzo di Roberto Saviano: era il 2004, un suo racconto uscì in un’antologia che editai per minimum fax. Nel 2004, un anno prima di Gomorra, Roberto Saviano era il giovanissimo autore praticamente inedito a cui tutti i migliori scrittori e giornalisti volevano fare da padri, da mentori, da fratelli maggiori; a cui tutti gli editori avrebbero voluto pubblicare un libro, riconoscendogli quasi come un dono di natura portato – nella terra arida del giornalismo disimpegnato e nella narrativa ombelicale – un talento affabulatorio incredibile e insieme capacità di analizzare i fenomeni criminali non solo dal punto di vista letterario ma anche da quello sociologico, storico, economico. Ma sopratutto Saviano era quello che metteva in gioco la sua persona, il suo corpo, che a Casal Di Principe ci aveva vissuto, che nei posti delle faide napoletane c’era stato, che i quartieri della camorra li batteva palmo a palmo, che aveva la sfacciataggine di esibire la distanza da un padre forse troppo accondiscendente con la mafia. Piaceva; piaceva a chiunque leggesse i suoi pezzi su Nazione Indiana o su Diario; era alla mano, autocritico, coraggioso, ma anche attentissimo rispetto all’esito dei suoi pezzi.

Django e il control freak – Vendicarsi della storia

Django Unchained

Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.

Terzo settore

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(Immagine: Rothko.)

Sono immerso nel mio ruolo di accompagnatore di Ermanno. Stiamo salendo verso l’appartamento più alto dove sia mai stato in vita mia. Palazzi di diciotto piani, a Serpentara, Roma nord-est. L’ascensore ci risucchia verso l’alto. E ciò di cui sono sicuro è che questa capsula di metallo non si fermerà, adesso prenderà ancora velocità, sfonderà il leggero foglio del tetto coibentato, fluttuerà qualche momento nell’aria, come una palla da flipper tirata con poca potenza, e poi ricrolleremo a terra io e Ermanno: storti, rovesciandoci su noi stessi, abbracciati per farci inutilmente scudo coi corpi contro l’impatto.

Ci apre la madre di questo Stefano, truccata, truccata forse da ieri, il fard e l’ombretto che le si sono seccati su un viso gonfio, diresti insufflato di sonno arretrato. È in tuta e scarpe coi tacchi: stivaletti alti slacciati. Siamo qui perché una settimana fa è stato contattato da questa donna, che di nome fa Raffaella ma si fa chiamare Raffo, al maschile, che cercava qualcuno pronto a aggiustarle in un massimo un mesetto tutte le stanze della casa (che è su un paio di livelli) dotandole di ringhiere e pedane per il figlio. Stiamo parlando del figlio handicappato, handicappato grave, che si è aggravato (da quello che ci ha raccontato in una serie di dettagli che non lesina) negli ultimi tre mesi, e per il quale quindi occorre ripensare ogni volta lo spazio.