Patrimonio e integrazione

Lampedusa

Tomaso Montanari, autore di Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadine l’arte e la storia delle città italiane, tutti i lunedì sul Fatto Quotidiano firma una rubrica di storia dell’arte dedicata ai bambini. Pubblichiamo il suo ultimo intervento. (Immagine: la Spiaggia dei Conigli a Lampedusa.)

Come si chiamano i vostri compagni di classe? Quelli dei miei figli si chiamano Lorenzo e Tommaso, ma anche Nazarj e Pawan; si chiamano Elena, Caterina o Mattia, ma anche Whalidh e Danna. E i loro nomi fanno subito capire che alcuni sono nati in Italia, altri no. Ma vanno tutti alla stessa scuola: una scuola pubblica (cioè di tutti, e per tutti) che si chiama «Francesco Petrarca». Per andarci, camminano in una strada antica, e di fronte alla scuola c’è una chiesa costruita trecento anni fa, piena di quadri e di statue in parte anche più antichi.

Lettera aperta al ministro dell’Istruzione Carrozza a proposito del concorso docenti

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di Christian Raimo Gentile Ministro, nelle settimane passate mi è venuto in mente varie volte di scrivere questa lettera, e il motivo era simile al tono che avrei usato: una rabbia diritta e emetica. Ma per una serie di ragioni, anche personali, ho pensato di provare a usare un tono pacato e dialettico e a […]

La dannosa fuffa delle competenze

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di Christian Raimo Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci […]

Il minuto di silenzio

StefanoGraziani Mare

Cade quasi ogni anno, ormai. Puntuale nel suo completo nero.

Durante il liceo ne vissi solamente uno: nel parcheggio di un parco cittadino un ragazzo di vent’anni aveva sparato alla sua ex e poi si era suicidato. La professoressa di storia e filosofia pretese il minuto di silenzio, anche se il Comune non lo aveva imposto agli istituti scolastici. Lo gestimmo da soli, in classe. Lo ricordo, ma non ricordo cosa pensai durante quel minuto. Credo niente. Sapevo già che non bisogna uccidere; che bisogna rispettare le scelte degli altri anche quando ci feriscono; che bisogna riuscire a sopportare questi dolori senza renderli immensi. «Che l’amore non è possesso», come disse l’ingegnere con la faccia da Romano Prodi che ci insegnava religione. Lo presi come un minuto di raccoglimento laico in ricordo di due persone che non avevo conosciuto.

Il referendum di Bologna sulla scuola: #SeVinceA

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di Francesca Coin “Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto. È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”. Apriva così il testo della Scuola di […]

Se sono i test a decidere i prof

Foto Chalkboard

Questo pezzo è uscito sull’Unità.

Non voglio nascondermi, e dico subito che forse di queste 70 batterie composte ciascuna di 50 domande, con le quali ogni notte (a 40 anni e passa di giorno si prova a lavorare, per provare a sopravvivere) sono costretto a confrontarmi ormai da una settimana, ne avevo bisogno anch’io. In fondo non è così male rispolverare un po’ le vecchie formule matematiche, tornare sulle equazioni, verificare i diagrammi degli insiemi, cimentarsi grammaticalmente con una lingua straniera, fare il punto sulle conoscenze informatiche acquisite in questi anni di pratica forzata (il mio obiettivo rimane sempre un bel libro da leggere in spiaggia dopo il bagnetto e stop); il tutto si sta rivelando un esercizio che aiuta a fermarsi un attimo a riflettere sulle proprie capacità, e sulle proprie lacune.

La cronaca è meglio della storia

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Riprendiamo il commento di Annalisa Villa, rappresentante degli studenti del Liceo Mamiani di Roma, uscito su Gli Asini, sullo “sciopero generale transnazionale” del 14 novembre. Con un corsivo di Nicola Ruganti

C’è un’Italia che si allea con l’Europa della crisi e dell’esasperazione. Le grandi città si parlano e un gran numero di ragazzi che ci abitano sono in grado di rispondere alla domanda “cosa sta succedendo?”. Che il paese non fosse amalgamato e che le fratture fossero generazionali ce ne eravamo accorti. Quello che sta emergendo è anche una spaccatura trasversale interna ai blocchi generazionali, se si ripercorrono all’indietro i passaggi delle battaglie degli studenti da oggi fino al 2008 allontanandosi dalle grandi città si assiste a una diminuzione dei livelli di consapevolezza. Mentre le ragioni della rabbia giovane trovano ogni giorno un motivo in più per essere manifestate, l’Italia che non è cosmopolita, quella delle città-paesone, si sta perdendo e gli studenti perdono il contatto con il “centro”.

Caro John Keating, scenda pure dalla cattedra. (Sull’immaginario scolastico nella recente letteratura italiana)

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Questo articolo è uscito su Orwell, inserto culturale di Pubblico

Dalla forma che prende un tema nelle sue incarnazioni letterarie possiamo giudicare del suo stato di salute sul piano del discorso pubblico? Mentre prosegue ininterrotto lo spinoso dibattito tra antichi e moderni, nella selva oscura dei tagli e delle sempre più labirintiche e scoraggianti vie all’iniziazione professionale degli insegnanti, la letteratura che parla di scuola si riproduce in maniera quasi virale. Impossibile seguire tutte le pubblicazioni accumulatesi in questi anni. Certo sono molte, e di certo possiamo mettere in conto a questi libri una tendenziale mancanza di originalità che spesso, se non conduce alla demagogia (come lamentava Cortellessa su “Tuttolibri” di un paio di settimane fa), misura la frugalità delle ambizioni degli scrittori in questione. Per una preoccupazione molto “corretta” di attualità (e perché questi libri “funzionano”), lo scrittore (che spesso quell’attualità se la vive addosso, essendo anche insegnante) rinuncia a parte del suo ruolo per farsi frettoloso analista, opinionista, cronista. La visionarietà, la libertà di azzardare scenari radicali, ipotesi dissacranti e deformazioni capaci di esplorare i lati più reconditi dell’esistente, tutto questo sembra perdersi completamente nell’appiattimento polemico dell’odierna letteratura “scolastica”.

Ora di religioni

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Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia sulla scuola italiana.

di Emiliano Sbaraglia 

Adesso che se ne è accorto anche il ministro Profumo, è forse arrivato il momento di parlarne seriamente. La scuola italiana è divenuta a tutti gli effetti una realtà multiculturale, ma non è ancora attrezzata per accogliere questa sua trasformazione. Eppure ci sono scuole che, in attesa di provvedimenti istituzionali, si sono organizzate già da tempo in tal  senso (cfr. Vinicio Ongini “Noi domani. Viaggio nella scuola multiculturale”, Laterza 2011). Naturalmente la soluzione non potevano essere le fantomatiche classi separate che tentò di introdurre l’ex ministra Gelmini; né si può pensare che gli studenti di origine straniera possano frequentare passivamente le lezioni in classe in attesa di integrazione, trattati come se avessero bisogno di insegnanti di sostegno (altro tema da affrontare con urgenza, ma lo faremo in altre occasioni).

(Pro)Fumo negli occhi

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Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.