Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila – II parte

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Ed ecco un aggiornamento al pezzo Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila, uscito qualche tempo fa su questo bog. Diverse persone sono intervenute sul tema, e questi contributi hanno dato all’autore dell’articolo lo spunto per scrivere una seconda parte. Se nella prima aveva raccontato il processo estremamente standardizzato che governa ormai molte feste di compleanno, qui si esplorano due ulteriori aspetti dell’industria che gestisce questo momento di socializzazione dei nostri figli.

di Maurizio Cotrona

Genitori e macchinette.

I genitori si dichiarano prevalentemente depressi all’idea di dover partecipare alla festa di compleanno di un compagno di classe del proprio figlio ma, a parer mio, esagerano.

Ricordando Paolo Borsellino

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Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

La singolarità imperfetta

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Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine

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di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

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Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

O.J. Simpson. La storia delle storie

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Se non fosse completamente vera, e qualcuno ce la raccontasse, la storia di O.J. Simpson ci parrebbe una sciarada. Una congettura narrativa piena di sofisticazioni, invenzioni, estensioni e iperboli. Moltissime  ̶  addirittura troppe  ̶  le cose che contiene: la varietà di generi narrativi raccolti insieme, la proliferazione di argomenti suscettibili di approfondimento, un quantitativo di personaggi da far venire il capogiro. La storia di O.J. Simpson è la storia di un paese intero, l’America. Un uomo, un afroamericano, e la riscrittura di una vita a opera di sé stesso battezzati a enigma, a macchia storica di un’intera nazione.

Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila

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di Maurizio Cotrona

Ho tre figli piccoli (di 2, 4 e 6 anni) e, dal 2013, mi tocca partecipare alle feste di compleanno a cui sono invitati, ad un ritmo di circa 3 al mese (meno spesso in estate).  Sono stato testimone di una settantina di feste, accumulando esperienza per scrivere con una certa cognizione di causa di questo momento essenziale di socializzazione di nostri bambini. Non solo, ho vissuto le feste di Roma e di Taranto, e posso persino avventurarmi in una differenziazione geografica.

Primo dato atteso: non si festeggia più in casa. Solo 1 dei 70 compleanni (arrotondo per comodità) è stato ospitato nell’abitazione del festeggiato. Esiste ormai un’industria diffusa sul territorio, fatta di strutture che tirano avanti anche organizzando feste: palestre, asili, ludoteche, parchi-gioco, gomma park. Il termine “industria” mi sembra il più appropriato, perché la straordinaria omogeneità di svolgimento che ho potuto verificare sembra proprio quella di un processo industriale estremamente rodato.

Se partecipare al Premio Strega significa far pubblicità alla Toyota

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“Ma come, Matteo, non lo sai che ci sono regole d’ingaggio?” mi ha domandato uno degli altri quattro finalisti di questa edizione del Premio Strega, pochi giorni fa a Salerno, durante la prima delle presentazioni previste prima della serata finale. “Certo che lo so” gli ho risposto “ma fare pubblicità alla Toyota non era fra le regole d’ingaggio”.

La parola (laica) di Don Milani

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Mezzo secolo dalla morte di Lorenzo Milani, e dalla sua “Lettera a una professoressa”. Tanta storia è trascorsa, e per la ricorrenza in questo anno diversi libri sono stati scritti, molte parole sono state dette, alcune forse non a proposito. E proprio le parole sono al centro della riflessione di Valeria Milani Comparetti, la nipote del Priore di Barbiana, nel volume “Don Milani e suo padre”, che per l’appunto ha come sottotitolo “Carezzarsi con le parole” (Edizioni Conoscenza).

Valeria Milani (curatrice anche della cronologia del Meridiano Mondadori appena pubblicato) è figlia di Adriano, fratello maggiore di Lorenzo (e suo medico personale): il suo punto di osservazione è di certo prezioso. Le abbiamo chiesto di questa attenzione nei confronti del valore della parola, e racconta come Don Milani sia stato “un prete particolare anche per questo.

Scienza e Società, la simmetria imperfetta. Dialogo con il sociologo Massimiano Bucchi

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Questo pezzo è uscito su L’Unità, che ringraziamo.

La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l’appello: “Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime”. È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico–scientifica che ci toccano da vicino.

Nel carcere di Bollate, tra i detenuti più anziani

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 29 de Il Reportage.

di Maurizio Torchio

Chiedo a un agente dov’è l’area trattamentale. Lui mi risponde, gentile: “dopo il secondo orologio a destra”. Nel carcere di Bollate – periferia nord ovest di Milano, 300 metri in linea d’aria dall’Expo – gli orologi sono decine e sono tutti fermi. Come dopo un’esplosione o un terremoto. Quando sono venuto qui nel 2009 erano già fermi. Misurano lo spazio, non il tempo: scandiscono i corridoi. E dire che Bollate è un carcere modello, dove quasi tutti quelli che – per legge – avrebbero diritto a lavorare o a studiare lavorano o studiano.