“Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani…”. Una lettera aperta a Giuseppe Conte

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di Marco Mantello Gli ultimi e i primi Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani Conosco diverse persone qui a Berlino, ma ce ne sono tante anche in Danimarca, in Inghilterra e in diversi paesi europei, che hanno vissuto con il sussidio e alla fine hanno detto di no a un sistema di dare […]

Mestieri inutili e crisi del capitalismo. Un dialogo con David Graeber

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Questo dialogo tra Raffaele Alberto Ventura e David Graeber è uscito sul numero di aprile di Linus, che ringraziamo.

Tu sostieni che al cuore del nostro sistema economico ci sono i mestieri del cazzo (bullshit jobs). Ovvero quei mestieri dai nomi altisonanti che sembrano non servire a nulla, dal consulente al product manager, anelli di una catena di operazioni di cui si fatica a vedere l’utilità. Al tempo della “classe disagiata”, si tratta di una condizione in cui si riconoscono molti lavoratori del terziario, una specie di vuoto di senso che ricorda la condizione dell’Amleto di Shakespeare…

L’obbedienza non è più una virtù: Domenico Lucano e il mestiere di sindaco

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C’è una cosa che mi frulla in testa da quando ieri mattina ho sentito alla radio la notizia dell’arresto di Domenico Lucano, sindaco di Riace. Una storia che conoscevo già ma che ho sentito raccontata direttamente dal suo protagonista qualche settimana fa a Conversano, in Puglia: la storia di Michele Zanetti, politico democristiano e presidente della provincia di Trieste negli anni della chiusura del manicomio friulano.

Alla voce Ulisse

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La terra dentro Roma pullula d’invisibili. Creature notturne di un’umanità inafferrabile, in molti non parlano la nostra lingua e ufficialmente sono non persone, dette tali semplicemente perché sono sconosciute al diritto. Dormono sotto i ponti e i cavalcavia, in tende, loculi e capanne di cartone. Sono in centinaia dal calar del sole a gravitare attorno alle nostre stazioni. Per loro ritrovarsi la notte vuol dire suggerirsi a vicenda, prima dell’alba, che qualcosa si è, che qualcuno di simile a te ti riconosce. Certo, al sorgere del sole di quel riconoscimento resta solo la traccia di un sogno. Bisogna sparire, perché di giorno il mostro là fuori – l’umanità civile – ti disconosce.

Il ponte di ferragosto

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di Marco Mantello Mi sentivo come un funerale di stato era per questo che mi rifiutavo evitando cordoni e applausi le voci calme dei presidenti buoni e il vescovo che benediva il cavo. Era dai tempi di Nassiriya e del conflitto yugoslavo che non mi sentivo così alienato dalla visione di salme e selfie dalla […]

Morte in miniera. La tragedia dimenticata di Monongah

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Nella storia degli Stati Uniti d’America gli incidenti minerari hanno scavato un solco di lutti. Dal 1839 alla fine del Ventesimo secolo in 716 incidenti secondo le rilevazioni ufficiali sono scomparsi oltre 15 mila lavoratori. I dati ricostruiti su fonti giornalistiche ne stimano almeno diecimila in più.

Migliaia di vittime avevano varcato la porta stretta dell’isolotto di Ellis Island alla ricerca di un’occupazione. Nella baia di New York si registrò il picco degli ingressi nel 1907 con 1,004,756 persone accolte, fra le quali 292mila italiani.

Questo pomodoro ti spiegherà come funziona il capitalismo 

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di Dario De Marco

Ci voleva una strage, dodici braccianti africani morti in un incidente stradale in Puglia, per richiamare l’attenzione su condizioni di lavoro, e vita, che non sono tanto differenti dalla schiavitù: mancano solo le catene di ferro in senso materiale (e non sempre).

Ci vuole sempre una strage, e uno è persino tentato di dire ben venga, il sacrificio di vite umane (basta che si tratti di vite che non sono la mia), se serve a far capire qualcosa, a cambiare qualcosa. Addirittura il ministro dell’ordine pubblico, che se i negretti non stanno dietro al grilletto di solito tacet, ha fatto la voce grossa, ha detto caporali ha detto sfruttamento ha detto mafia. Allora uno dice vedi, menomale, anche lui farà qualcosa di buono come quell’altro, sgomineremo il caporalato. Perché la colpa è dei caporali, no? No.

Histoire D’Elle – un quiz di mezza estate

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di Dario Borso

Prima Puntata

Talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,il filo da
sbrogliare che finalmente ci mettanel mezzo di una verità.
E.M.

Tutto iniziò molti anni fa al Dopolavoro ferroviario, una sera di primavera che Giampiero Neri avrebbe letto sue poesie (era un mio pallino, diventerà un amico).

Ci portai gli studenti del Poli (i migliori, cui ancora adesso sono legato tanto da collaborare a SAFT) e il collega Decio, architetto di genio (≠ Boeri, per intenderci).

La guerra civile degli italiani on line che la politica sfrutta senza pietà

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Questo pezzo è uscito su “La Repubblica”, che ringraziamo di Nicola Lagioia Una guerra civile incruenta per tutto ciò che non riguarda i nervi, il tempo perso e l’avvelenamento del clima emotivo sta incendiando l’Italia. È la rissa che i sostenitori delle opposte fazioni politiche ingaggiano ogni giorno sui social network. Non mi riferisco a […]

Famiglie contro Legge 180: una bufala che compie 40 anni

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«La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene.