Comunità immaginate

Foto am 12-05-2016 um 15.38

Per me le comunità immaginate, come da titolo del libro di Benedict Anderson, sono un inganno, o meglio un modo facile di porre un problema sensato, che poi è quello del rapporto fra ideologia e realtà, fra mito e paura della morte. Bisogna prenderne atto, a parte il tema fondante del ricompattarsi della comunità immaginata ora in negativo su simboli e nemici, ora in positivo su punizioni e premi, su tradizioni e bandiere -il suo definirsi ora attraverso quello che non si è ora attraverso visioni statiche di un monolitico noi privo di soggetti pensanti la diversità- il solo modo per svelare l`invenzione di “tradizioni”, “nazioni”, “modelli familiari”, o appunto comunità fittiziamente unite da formanti come la lingua, le feste religiose, abitudini e usi, o solo l`episodio storico inventato sulle origini della cittadina di Springfield, è far emergere il plastico a grandezza naturale del “da dove si viene al mondo”. Partire, anche in senso fisico, dalla consapevolezza che fra le invenzioni di valori comuni e le situazioni reali plasmate nel tempo da invenzioni, c´è spesso un margine di continuità, e che le cose reali possono subire l`effetto di queste invenzioni, le comunità reali divenire il prodotto di comunità immaginate, o viceversa, quando il cittadino sconosciuto, il parente e il datore di lavoro anonimi, affiancano la statua del milite ignoto. Così dall`ossario anonimo, che si ama o si odia in modo assoluto e facile perché privo di individualità, seriale, nazionale, immutato nel tempo, e appunto non reale, è facile il travaso in un elenco telefonico di un paesino chiamato Italia, trovare lì le sue emanazioni in carne e ossa, perfino il numero di casa dei morti. In questo senso, più che la parola comunità, è la parola tradizione che rinvia a qualcosa che ti è consegnato, a una forma conoscitiva e valutativa basata su un accumulo di sapere e esperienze che proviene dal passato, o solo dall`abitudine a pensarle e a viverle nello stesso modo di sempre, e plasma il cervello di una maggioranza o di una minoranza come una sorta di sostituto degli a priori. Le tradizioni pretendono che la realtà resti conforme ai loro contenuti,  che siano valutate come positive o negative, buone o cattive il principio non cambia come il manicheismo di fondo. Alcune difendono i diritti umani, altre criminalizzano il diverso e l`irriducibile come loro possibile distruttore, ma tutte si sentono minacciate da chi non crede alla loro oggettività, sovente hanno bisogno di immaginare una minaccia, che esista o meno, e rifiutano l`idea di poter sparire, la rimuovono con la violenza, in questo appianandosi oggi alla tendenza mediatica a costruire una scienza per le masse, che azzera i giudizi di valore nel nome della “competenza”, e dando per scontato a monte, che tutto questo sia appunto scientifico, religioso verrebbe da dire. Alcuni quando dicono tradizioni dicono anche “precomprensione” perché “pregiudizio” suona male. La differenza linguistica rinvia a una differenza di percezione: pregiudizio, se i contenuti di una tradizione sono valutati come inattuali, superati, rispetto al senso comune di un` epoca. Precomprensione, se i contenuti sono condivisi dall`epoca, e mirano a rinnovarsi e persistere nel futuro. I diversi convivono fianco a fianco agli  uguali, e sono pluralisti. Gli uguali pretendono di vivere fianco a fianco a loro stessi, e sono totalitari. Comunità immaginate e tradizioni, oggi come ai tempi dei totalitarismi, non sono affatto qualcosa che viene inventato dall`alto da un`élite, o almeno non solo questo, sono anche qualcosa che viene intercettato dalle classi politiche populiste, e appartiene al fondale della vita di tutti i giorni, è già esistente nella società.

Il caso Cesare Battisti e quello che accade in Italia oggi

1battisti

Dopo l’arresto di Cesare Battisti si sono levate da tutte le parti parole di giubilo per la fine della latitanza di quello che, forse suo malgrado, era diventato ormai un simbolo vivente della stagione della lotta armata, pur senza averne davvero la caratura.

Battisti era infatti un membro (mai stato il capo) dei PAC, Proletari Armati per il Comunismo, una formazione tra le decine appartenenti alla lotta armata in Italia che non spiccava certo per le sue formulazioni politiche, più vicina alla delinquenza comune che ai proclami e alle teorizzazioni di altri gruppi, attiva soprattutto negli espropri proletari e nella lotta contro le istituzioni carcerarie, e diventata famosa principalmente per il numero di omicidi compiuti (cinque, un numero molto lontano dagli ottantasei delle Brigate Rosse, ma comunque sufficiente a renderla il terzo gruppo armato di quella stagione per numero di attentati).

Brexit e dintorni. “Il taglio” di Anthony Cartwright

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Da Martin Amis ad Ali Smith, attraversando la Middle England di Jonathan Coe, le questioni sociali, politiche e i sentimenti sollecitati dalla Brexit sono già materia narrativa per gli scrittori d’oltremanica.

Alla fine di gennaio, la casa editrice 66thand2nd porterà in Italia il nuovo romanzo di Anthony Cartwright, classe 1973, dal titolo evocativo e di successo The Cut (Il taglio), che immerge il lettore nella terra di mezzo inglese incarnata dalla Brexit. Sono due i protagonisti della storia creata dall’autore. Cairo Jukes, originario di Dudley, città natia di Cartwright, è un ex boxeur simbolo della working class in crisi d’identità. Grace Trevithick, una documentarista affermata, si allontana dalla Londra cosmopolita e benestante per cercare di comprendere nelle viscere del Black Country le ragioni della Brexit. Nonostante le diversità d’estrazione e condizione socioeconomica, riesce a costruire con Cairo un dialogo interessante. «Pensate che il voto sia legato solo all’immigrazione e che siamo tutti razzisti. Vi assicuro che è molto più complesso di così», dice Cairo.

Dal conflitto all’individualismo: riflessioni sulla sicurezza

1sea

di Miriam Aly

Dallo scorso 22 dicembre due navi di soccorso gestite da due Ong tedesche sono bloccate in mare. Inizialmente la prima nave, la Sea Watch 3, ha soccorso in mare 32 persone e in seguito, il 29 dicembre, una seconda nave, la Sea Eye, ne ha soccorse 17, per un totale di 49 persone salvate al largo della Libia che ad oggi però si trovano in mezzo al mare abbandonate a loro stessee alla ricerca di un porto sicuro che le accolga, in balia di un limbo burocratico di liberazione delle coscienze dei paesi europei (Malta, Italia, Spagna, Olanda, Germania) che hanno negato l’accoglienza a persone che nei giorni e mesi precedenti al salvataggio hanno vissuto in condizioni deplorevoli.

Lo spirito dei tempi in una classifica: come le invenzioni del 2018 parlano (non tanto bene) di noi

1 Copertina nanobebe

di Francesco Frisari

Tante classifiche prima dell’inizio di un nuovo anno salutano il precedente con i suoi migliori dischi, film e ovviamente serie tv. Ma ce n’è una diversa, che sembra darci uno sguardo su quello che una volta si sarebbe chiamato lo spirito dei tempi, l’aria o il pensiero che tira. Riguarda i veri protagonisti e compagni delle nostre vite, altro che la cultura che interessa i soliti pochi in cerca di distinzione, si occupa infatti di prodotti tecnologici, nel senso delle migliori cinquanta invenzioni dell’anno scelte come da sua abitudine da Time Magazine nel numero di fine novembre, che oltre all’innovazione evidentemente pensa anche ai regali di Natale.
Sono le «invenzioni che stanno rendendo migliore, più intelligente e anche un po’ più divertente il mondo», ma non si tratta di brevetti universitari o complessi marchingegni usciti da qualche centro di ricerca, sono beni di consumo, in vendita o che stanno per esserlo. L’anno scorso nella lista insieme al Fidget Spinner, la piccola trottola da dita che di certo non ha cambiato il mondo,c’erano l’iPhoneX, il nuovo modello della Tesla e l’ultima console Nintendo, nient’altro che versioni più recenti di prodotti già affermati, mentre quest’anno Samsung è presente con una tv camaleontica che può imitare il muro cui è attaccata, la Reebok con un reggiseno sportivo che percepisce e accompagna il movimento e ancora la Nintendo con un kit per costruire controller per videogames.

ebraicità e lesbicità: conversazione con Anna Segre

1punti (1)

Ecco due volumetti agili solo come aspetto, o come mole fisica, ma in realtà felicemente densi di riflessioni; tutt’altro che due cataloghi o due prontuari sulle questioni che affrontano. In 100 punti di lesbicità e 100 punti di ebraicità (Elliot Edizioni), Anna Segre, poetessa, scrittrice e psicoterapeuta, affronta le sue appartenenze condividendole, senza nessuna categoria obbligata, ma con una costante ricerca di senso e di parola.

Molti potranno riconoscere punti e tensioni che sono anche di chi scrive, senza essere magari né ebreo né lesbica: è il pregio principale di un progetto fra l’aforisma privato e la riflessione a cielo aperto di cui l’autrice ci ha raccontato qualche dettaglio illuminante.

La marea sono loro: Su “Piccola città. Una storia comune di eroina” di Vanessa Roghi

1piccola (1)

di Massimo Palma

«E il più delle volte diede fuori dagli argini e raggiunse con enormi masse d’acqua la mia città, dopo aver devastato la campagna circostante». È un frammento di Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi ad aprire il sesto capitolo di Piccola città. Sono tanti gli eserghi del libro – a De Gregori, a Guccini che dà il titolo, a Nick Drake e Neil Young si affiancano Oreste del Buono, Natalia Ginzburg e infiniti altri. Si sa: gli eserghi sono spesso un testo nel testo, una rete di rimandi per il lettore, ma anche una rete di protezione per l’autore, perché gli offrono il gancio per sviluppare un tema nel capitolo che segue, o semplicemente l’allusione nascosta, il rimando, magari l’eco sonora generazionale.

Non esiste sentiero senza una fine

1etranger

Jane Sautière è una scrittrice francese, nata a Teheran nel 1952 e tornata successivamente a Lione e Parigi, dove ha lavorato come educatrice penitenziaria. Come scrittrice esordisce nel 1998: tra i suoi romanzi, tutti pubblicati per i tipi di Verticales, compaiono Fragmentation d’un lieu commun (2008) e Mort ‘un cheval dans les bras de sa mère (2018). La Nuova Frontiera ha pubblicato in Italia il suo Guardaroba (2013), nella traduzione di Silvia Turato.
Di seguito pubblichiamo un testo inedito in Italia della scrittrice francese.

di Jane Sautière

Non sono nata in Francia. E ho anche vissuto parecchio all’estero (vissuto, non viaggiato). Quindi mi è successo spesso di venire accolta da altri.

Dunque, nata in Iran. La persona che mi tira fuori da mia madre, che mi srotola il cordone ombelicale dal collo, che mi batte sulla schiena perché pianga è un’ostetrica armena. Quella che mi asciuga via il muco dal corpo, che lo aspira fuori dalle mie narici è una levatrice iraniana.

Il reclutamento insegnanti in Italia

feliphe-schiarolli-445578-unsplash

Photo by Feliphe Schiarolli on Unsplash

di Lorenzo Asti

Secondo alcune recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il governo proporrà delle modifiche al sistema di reclutamento degli insegnanti varato dal precedenti governie non ancora entrato pienamente a regime, il famigerato FIT (Formazione Iniziale Tirocinio, l’ennesimo acronimo).

Infatti i decreti attuativi (dlgs 59/2017 del 13 aprile 2017 e il dm 616/2017 del 16 agosto 2017) della legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, prevedono che il reclutamento degli insegnanti avvenga con una procedura involuta: durante il corso ordinario di studi universitari, o una volta terminato questo, l’aspirante insegnante deve acquisire 24 crediti universitari in discipline antropo-psico-pedagogiche; ciò rappresenta la condizione necessaria per la partecipazione al concorso per l’accesso alla FIT, un percorso triennale teorico-pratico retribuito (finalmente… ma si parla di cifre intorno ai 400-600€/mese per i primi due anni) che porterà all’immissione in ruolo.

L’eredità della legge Basaglia, 40 anni dopo

1basaglia

Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L’articolo è basato sul libro di Pietro Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.