Erling Kagge: Camminare è un gesto sovverisivo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Photo by Tatiana Diakova on Unsplash

di Benedetta Marietti

«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda». Così ci racconta Erling Kagge, esploratore norvegese e primo uomo negli anni Novanta a raggiungere a piedi e senza supporto i “tre poli”: il Polo Nord, il Polo Sud e la cima dell’Everest. Ma anche primo uomo a percorrere il sottosuolo di New York passando per i suoi tunnel fognari, ferroviari e della metropolitana: dal Bronx via Manhattan, Brooklyn e il Queens fino all’oceano Atlantico, un viaggio a piedi nelle viscere urbane.

Ritorno al Valle, quattro anni dopo

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di Viola Giannoli

C’erano i blindati della polizia, sabato 7 aprile, davanti al Teatro Valle. Quelli che non vennero quasi quattro anni fa, l’11 agosto del 2014, nell’ultima notte del Valle Occupato, quando l’assemblea dei “comunardi”, stretta tra la minaccia dei manganelli e la promessa futura di una gestione condivisa (mai realizzata) tra la Fondazione Valle Bene Comune e il Teatro di Roma, decise di riconsegnare le chiavi.

Werderring (da Standards, 2006)

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di Marco Mantello Una vecchia e il suo pezzo di ferro camminavano in mezzo alla strada le sue mani giuravano il falso ogni volta che il passo mancava Lo studente saliva le scale con un`aria un po` troppo severa le sue mani stringevano il ferro era quasi venuta la sera

Servono costruttori di ponti, come diceva Alexander Langer, tra gli ebrei italiani

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di Valerio Renzi

Passate le polemiche sul 25 aprile, le annunciate contestazioni alla Brigata Ebraica di Milano, e la cerimonia separata della Comunità ebraica romana nella capitale, per il secondo anno di fila lontana dall’Anpi che ha accusato di “non rappresentare i partigiani” e di consentire la presenza di bandiere palestinesi, vale la pena fare una riflessione sul rapporto tra le forze progressiste della società italiana e l’ebraismo italiano. Senza paracadute, senza dare più nulla per scontato.

L’età dell’ipocrisia. All’università con Petros Markaris

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. “La ripresa? Figuriamoci. Hanno sostituito i numeri alle persone. Ma i numeri non dicono nulla della gente che soffre e della classe media che scompare. Che poi a far questo sia la sinistra è una vergogna. Ma lei, Mister Nucci, lo sa cosa stiamo vivendo? Glielo dico subito. Siamo tornati esattamente ai tempi dell’Impero Ottomano. I grandi proprietari andavano dal Sultano giurando fedeltà e obbedienza e in cambio ricevevano privilegi, quindi tornavano a casa, in Grecia, e facevano soffrire la gente. Questo fanno Tsipras e compagnia. Vanno a Bruxelles, ottengono benefici per pochi ricchi, tornano a casa con misure insostenibili che portano solo sofferenza” Petros Markaris è furioso. Mi ha accolto con la gentilezza di sempre nella sua casa di Kipseli, un quartiere popolare di Atene che ama molto, fra vie pedonali, empori e bar dove a fine giornata passa il tempo con amici, negozianti, e tutta quella folla tipicamente greca di gente dedita alla discussione e alla critica.

Il duecentocinquantasettesimo tagliando per Roma-Liverpool

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di Stefano Felici

«Al mondo ci saranno almeno sei-sette squadre capaci di battere tre a zero il Barça in casa», ripeto per l’ennesima volta. Questo giro tocca a un gruppo di ragazzini di sedici anni – beati loro, la metà dei miei –, «ma una soltanto», continuo, come se davvero stessi rivelando una verità ultima e lucente e inaudita «è in grado di compiere l’impresa dopo aver perso quattro-a-uno all’andata, e poi due a zero, sempre in casa, pochi giorni prima, contro… contro, oh, dai, la Fiorentina: e questa squadra siamo noi: La Roma» – tutti zitti. Qualcuno annuisce; ma tempo tre secondi e se ne vanno per fatti loro, senza dir nulla. Mi lasciano da solo.

È buio, ma non completo: l’insegna del Roma Store fa una luce bianca elettrica.

10/11: un progetto letterario tra Beirut e Berlino

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di Francesca Faccini

Ho incontrato Sandra Hetzl, la fondatrice di 10/11 (ten/eleven), un giorno di settembre a Berlino. Quella stessa mattina avevo letto un’intervista a Arundhati Roy. La scrittrice denunciava la trasformazione degli scrittori in giocattoli in balia dei festival e invitava ad abbandonare la letteratura innocua a favore di una scrittura coraggiosa. Con sicurezza e disincanto dichiarava il bisogno di romanzi politici partendo dalla convinzione che ogni cosa è politica.

Con ancora queste parole in testa, dopo poche ore bevevo un caffè in compagnia di Sandra, che mi raccontava come avesse deciso di creare una cornice entro la quale la sua professione di traduttrice letteraria dall’arabo al tedesco, la sua curiosità di conoscere nuove autrici e autori e il suo desiderio di curare dei libri potessero trovare forma e comunicare tra di loro.

Contro la libertà di abuso

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Pubblichiamo un pezzo uscito su L’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

È accaduto anche a me. Quello che accade alle donne da tutta la storia. Sto parlando con un uomo, prendo parte alla discussione seduta a un tavolo di uomini, parlo a un’assemblea pubblica, quale che siano i rapporti di potere, se prendo parola, ancora, dopo anni di lotte, rivendicazioni, e rivoluzioni, come accade alle donne, posso non essere ascoltata, posso non essere vista, può succedere che quello che racconto non venga creduto, che la mia opinione non venga presa in considerazione, che la mia idea venga sottovalutata, copiata o scippata.

Il cruccio di un lettore selvaggio

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Questo pezzo è uscito su Alias, l’inserto del Manifesto, che ringraziamo.

di Andrea Inzerillo

Una prova di ostinata fiducia nella lettura. Un elogio del mestiere di traduttore e delle vite più o meno ordinarie che si celano dietro figure abitualmente considerate “di servizio”. Un’analisi della materia di cui è fatto un libro, dagli aspetti redazionali a quelli tipografici. Una questione filologica che diventa un vero e proprio enigma, un caso letterario. Un invito alla ricerca: Una variazione di Kafka, il libro di Adriano Sofri appena pubblicato da Sellerio, è un po’ tutto questo.

Distopia finale: le storie che fanno di Final Fantasy VI il più grande videogioco di sempre

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di Elia Pasini

Space Invaders (1978), Pac-Man (1980), Tetris (1984) e Super Mario Bros (1985) traghettano i videogiochi nell’età aurea. Da origini quasi mitologiche – progetti universitari secretati, simulatori delle dimensioni di un appartamento, Guerra Fredda come tema-ombrello – l’arte dei videogame acquisisce concretezza. Leggi: diventa industria, a colpi di produzione in serie e distribuzione globale.

Il mix di investimenti, congiuntura – gli anni ’80 alla costante ricerca di nuove forme d’intrattenimento – e comparsa di geniali pionieri sulla scena, porta il business a farsi pure trend culturale.