Scusate di nuovo

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Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

Psychedelic party

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

“Leggi e salta”

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Confessioni di una lettrice distratta. Ovvero come mi hanno rovinato in tempi analogici: “cerca” non è una funzione di Word, ma una modalità dell’anima

Quando sono stata esposta per la prima volta alla pratica nefasta disciplina dello Skimming and Scanning, dovevo avere circa undici anni. Un tizio col nasone che somigliava a Eric Idle dei Monty Python, ma che di mestiere faceva il Docente Madrelingua al British Council di Milano, aveva proiettato un lucido con le istruzioni. Diceva più o meno così (vado a memoria con un utile aiuto):

A lezione di satira dentro il ministero

Firdousi al Teatro nazionale di Kabul

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

miniTube #3: Abruzzese Giovanni. Breve storia dello stare in coda

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Non si tratta, qui, di una coda allo sportello, ma di un incolonnamento. Decine di automobili obbligate a fermarsi e a spegnere il motore. Qualcosa è accaduto più avanti, lungo la strada. Può darsi che l’incidente – o il blocco del passaggio a livello per via di un guasto, di una catastrofe ferroviaria – si siano verificati molto lontano da noi. Così lontano che la causa dello stop ci resta aliena e invisibile. Per cui alle nostre orecchie, una volta abbassato il finestrino, arriva soltanto il solfeggio di un indefinito passaparola. Non rimane che girare la chiave, scendere dalla macchina e cercare un posto per urinare. Oppure socializzare e collegarsi a questo momento di attesa incerta. Si può godere di un’uscita dal tempo, dal palinsesto quotidiano; fruire di un imprevisto non così spiacevole.

Leopardi, Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa: l’Italia attraverso quattro specchi

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Questo intervento è stato messo a punto per un dibattito in seno alla manifestazione Umbrialibri 2012 – Lo stato degli italiani, e in seguito pubblicato sulla rivista “Lo Straniero”. (Immagine: Dan Perjovschi, The crisis is (not) over.)

Per chi voglia provare a comprendere qualcosa del caos italiano, cioè della solo apparentemente inconciliabile orgia di conformismo e anarchia che ci sovrasta e ci attraversa e ci appartiene con grande evidenza negli ultimi tempi – quella frana stucchevole che qualcuno prova a stringere al collare troppo stretto di formule (a propria volta molto furbe e molto povere) quali “declino” o “perdita di competitività” –, un tentativo di messa a fuoco può consistere nel guardare all’oggi attraverso quattro vecchie opere d’ingegno che dell’Italia fecero la propria ragion d’essere.

La sgubbia di Taranto

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Questo pezzo è uscito sul Giornale. (Immagine: una scena di The Road, di John Hillcoat.)

Se fino a oggi eravamo all’ultimo posto per vivibilità eccetera, eccetera tra le città italiane, dopo l’uragano che ha spazzato lamiere, tir, cokeria, tetti e A112 parcheggiate davanti alle baracche dei fruttivendoli del quartiere Tamburi dove siamo finiti? ‘Sto demone maligno s’è alzato sulla città e quasi a punire gli ultimi – che temo non saranno mai i primi – ha scaricato tutta la rabbia che l’universo serba nei riguardi del decadente sistema umano.

miniTube #1: Casca il mondo casca la terra

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All’Istituto Sacro Cuore di Corso Europa 84 a Napoli, all’inizio dell’anno scolastico, quando ancora eri sazio dell’entusiasmo dovuto al recente tour de force alla Upim per la scorta di quaderni, matite, diario, portapenne, zaino, in più arrivavano i libri. Se ho capito bene (ex post) come funzionava, dato che era una scuola privata, il costo dei libri di testo era incluso nella retta, e te li portavano loro, le suore-insegnanti che, animate evidentemente da sacro spirito cristiano, volevano evitarti le estenuanti file nelle librerie di Port’Alba, un oscuro limbo affollato da studenti senza fede.

Era emozionante distrarsi dalle pur accondiscendenti lezioni della ancora afosa settimana iniziale, sfogliando il sussidiario nel giorno in cui lo ricevevi per guardare le innumerevoli immagini in quadricromia che offrivano – a noi decenni appena reduci dall’estate della fine delle elementari e gravidi di aspettative verso un’era destinata a noi ormai “grandi” – un immaginario tutto nuovo fatto di foto di opere d’arte custodite nei musei del mondo da cui avremmo mandato cartoline alle nostre famiglie, bandiere di stati remotissimi la cui capitale, la cui moneta, la cui popolazione, la cui produzione di granturco di lì a poco avremmo potuto constatare di persona.

Il nostro colonialismo rimosso

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Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Portate una manganellata ai vostri bambini

Sciopero generale, tensione e scontri a Torino

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev’essersi andato a rivedere il famoso filmato dell’11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio ’68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l’emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l’ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all’inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.