L’estate dei roghi. Salviamo i boschi

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Il 25 agosto in tremila hanno marciato nella riserva naturale in provincia di Trapani per dire  Basta ai roghi che hanno devastato quest’estate la Sicilia e l’Italia e chiedere la creazione di un pool di magistrati. Questo è il resoconto di Enzo Di Pasquale. Su Minima&moralia abbiamo pubblicato anche un appello firmato da molti altri […]

Charles Dickens racconta il nostro declino

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Dal nostro archivio, un pezzo di Carola Susani apparso su minima&moralia il 21 novembre 2012.

Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Altri. (Immagine: una scena del film Oliver Twist di Roman Polanski.)

E se fosse Dickens il narratore dei nostri giorni? Se fosse la sua disinvoltura tutt’insieme sentimentale, melodrammatica, cupa, torva, picaresca, caricaturale, ma senza livore, senza disprezzo; se fosse quella la superficie specchiante che ci serve per restituire non qualche brandello, ma una visione, del mondo? Cosa ha in comune il nostro tempo con il suo? Come mai si rincorrono, come mai giocano tanto a farsi da specchio, due società così diverse come quella in cui visse e scrisse Dickens e la nostra?

Storia di Nino e Ida, vittime della mafia

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Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D’Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

Giulio Regeni e le Ragioni della Giustizia

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I diciannove mesi che ci separano dalla sparizione forzata di Giulio Regeni e dal ritrovamento del suo corpo, reso quasi irriconoscibile dalla tortura, hanno visto una mobilitazione inedita da parte della società civile italiana.

L’Italia intera, dal basso, si è stretta solidale attorno alla famiglia Regeni che, a sua volta, ha assunto con coraggio e generosità l’onere di dare voce al dolore, alla rabbia ed allo sdegno degli amici e dei colleghi del loro figlio, inclusi coloro cui una morte prematura, violenta e insensata non ha concesso di incontrarlo in vita, ma che con lui hanno condiviso, a distanza, un’esperienza intellettuale e una visione umanistica del mondo.

Noi non ci saremo. Divagazioni sulla fine del mondo

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A un certo punto un gigantesco giaguaro blu scenderà dal cielo e divorerà tutta l’umanità. A quel punto i pilastri che sorreggono la Terra si sfalderanno, l’intero mondo collasserà su se stesso e tutto ciò che esiste sarà ingoiato da un abisso eterno. Questa immagine allo stesso tempo terrificante e affascinante è la descrizione della fine del mondo secondo i Guaraní Ñandeva, un gruppo etnico indigeno del Brasile meridionale. Dal loro punto di vista, come da quello delle civiltà mesoamericane, la fine del mondo – o meglio, dell’umanità – è qualcosa di ciclico che divide il tempo in ere, al termine delle quali tutto viene distrutto per poter risorgere (e anche i sacrifici umani, uno degli aspetti più controversi della cultura azteca, sembra fossero connessi a questa concezione e avessero sostanzialmente il compito e l’effetto di posporre tale dissoluzione).

Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila – II parte

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Ed ecco un aggiornamento al pezzo Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila, uscito qualche tempo fa su questo bog. Diverse persone sono intervenute sul tema, e questi contributi hanno dato all’autore dell’articolo lo spunto per scrivere una seconda parte. Se nella prima aveva raccontato il processo estremamente standardizzato che governa ormai molte feste di compleanno, qui si esplorano due ulteriori aspetti dell’industria che gestisce questo momento di socializzazione dei nostri figli.

di Maurizio Cotrona

Genitori e macchinette.

I genitori si dichiarano prevalentemente depressi all’idea di dover partecipare alla festa di compleanno di un compagno di classe del proprio figlio ma, a parer mio, esagerano.

Ricordando Paolo Borsellino

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Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

La singolarità imperfetta

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Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine

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di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

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Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

O.J. Simpson. La storia delle storie

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Se non fosse completamente vera, e qualcuno ce la raccontasse, la storia di O.J. Simpson ci parrebbe una sciarada. Una congettura narrativa piena di sofisticazioni, invenzioni, estensioni e iperboli. Moltissime  ̶  addirittura troppe  ̶  le cose che contiene: la varietà di generi narrativi raccolti insieme, la proliferazione di argomenti suscettibili di approfondimento, un quantitativo di personaggi da far venire il capogiro. La storia di O.J. Simpson è la storia di un paese intero, l’America. Un uomo, un afroamericano, e la riscrittura di una vita a opera di sé stesso battezzati a enigma, a macchia storica di un’intera nazione.