Roger Federer come esperienza non religiosa

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Un tempo il tennis lo seguivo, moltissimo, poi ho smesso, qui e là a spruzzi, negli ultimi giorni ho visto la semifinale e la finale di Wimbledon e vi dico, con il distacco della lucidità: voi siete matti.

Voi che sbrodolate a ogni movimento di Roger Federer, giocatore fenomenale e bravissimo, che ho visto in due giorni contro altri due giocatori fenomenali e bravissimi: Rafa Nadal e Nole Djokovic.

Forse non ve ne accorgete ma sono dei mostri: tutti e tre. La differenza la fanno certamente i punti importanti, giocati meglio o insomma vinti, e il fisico; e sì, ha trentotto anni, allora sia lode al dio dei corpi e della longevità, gli si tributi un immenso applauso ma poi si badi al dritto e al rovescio, all’incrocio delle righe, sia che lo tiri uno che lo faccia l’altro.

Di Maratone, Bruce Springsteen e del sangue che (s)corre nelle vene

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di Federico Vergari

“We were born to run”. Siamo nati per correre. Oppure, in una rilettura di uno dei massimi scrittori-esperti di Springsteen Gianluca Morozzi: “Siamo nati per rincorrere”.

Questa frase di Bruce Springsteen che, a prescindere dalle due traduzioni non cambia il suo valore e resta intatta e si erge, almeno per me, nel simbolico Louvre delle citazioni che possono in un modo o nell’altro cambiarti la vita. E dirò di più: questa frase è tatuata e ben leggibile sul mio interno bicipite destro. Andò più o meno così: “Se riesco a finire la mia prima mezza maratona mi tatuo la frase del Boss”. E così fu. Era marzo 2014 e da quel giorno di mezze maratone ne ho corse tante, alternandole con tante Dieci, diverse Trenta e anche con una prima – recente – maratona, a Firenze lo scorso il 25 novembre.

Viaggio eminente nel tennis. Intervista a Matteo Codignola

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(fonte immagine)

Per chi ama il tennis, Vite brevi di tennisti eminenti è un libro pressoché obbligatorio. Matteo Codignola, come la sua ironica sprezzatura lascia emergere nell’intervista, è alieno da facili nostalgie o entusiasmi iperbolici.

Non troverete l’epica del tennis anni ’70 o la celebrazione retorica di “quanto era bello il tennis di una volta”. Al contrario, l’autore, che apprezza il tennis contemporaneo, atleticamente frenetico, ci racconta le storie antecedenti all’era del professionismo.

Storie straordinarie, divertentissime eppure intrecciate ai crocevia più tragici della storia del Novecento, narrate in uno stile deliziosamente aristocratico eppure equilibrato, equidistante tral’incedere barocco dello Scriba Clerici e i funambolici calembour di Gianni Brera.

Dominare lo spazio e il tempo

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Federico Vergari Le sfide dei campioni, uscito per Tunué.

di Federico Vergari

Se c’è una cosa che, più di tutte, mi ha sempre affascinato della pallavolo, questa è la capacità che dà – soprattutto a quelli bravi – di ingannare il tempo e lo spazio. Stare in aria pochi attimi che sembrano un’infinità. E decidere in fretta, ma con una calma inscalfibile per chi guarda dal basso, cosa fare. Il momento preciso in cui il salto arriva alla sua massima estensione e il cervello sta comunicando a muscoli, nervi e ossa come dovranno comportarsi. Schiacciare, angolare o appoggiarla con un beffardo pallonetto. Seguire la linea o incrociare.

Ecco. Quel momento lì – quell’istante in cui il tempo si ferma e tu puoi decidere cosa fare della palla e del tuo corpo – contiene, secondo me, tutta la magia di questo sport.

Tor di Valle. Prima Roma, poi la Roma

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Non ne ho voluto sapere nulla, in questi giorni. L’annuncio di Virginia Raggi, la soddisfazione di James Pallotta e di Unicredit, la felicità cieca delle migliaia e migliaia di romanisti – una felicità che dovrebbe anche essere la mia -, tutta roba che mi riempiva di disgusto. Meglio assentarsi. Leggere romanzi. Rifugiarsi in spazi protetti. Poi, ieri, sono passato sulla Roma – Fiumicino, mi sono affacciato sullo splendore di Tor di Valle, fra gli odori della primavera che verrà, immerso nella bellezza di luoghi destinati con ogni probabilità a scomparire. E così eccomi qua. Vorrei dire questo. Se non conoscete Tor di Valle e non avete idea, benché romani o residenti a Roma, di quel che sono Tor di Valle e l’ansa del Tevere e la natura incontaminata e meravigliosa, prendetevi un pomeriggio e andate. Fatelo prima che sia troppo tardi. Non è neppure granché difficile. Basta una bicicletta per pedalare sulla ciclabile che esce da Magliana in direzione mare e finisce fra i rovi del ponte di Mezzocammino.

Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar

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(fonte immagine)

Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

Diego Maradona: un romanzo mondiale

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Mattino, che ringraziamo. Marco Ciriello è l’autore di Maradona è amico mio, in libreria per 66thand2nd. (fonte immagine)

di Marco Ciriello

Ama, prega, festeggia, svieni, risorgi. Le montagne russe maradoniane. Tra spiritualità e ribellione, ascensione e cadute, in palio la salute, quella di El Diego, portata ancora una volta al limite, per passione. Suonala ancora e ancora e ancora. Il re dello sperpero: del genio e del sé. Argentina contro Nigeria, ma c’è più spettacolo sugli spalti che in campo. Sotto: una brutta Selecciòn, dove Lionel Messi diventa finalmente adulto, facendo la formazione e segnando; sopra – e dove sennò? – lo spettacolo di arte varia maradoniana.

Il cuore di Kobe Bryant

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È il gennaio del 2000. L’alba di una nuova èra. In una saletta riservata dello Staples Center, il tempio del basket di Los Angeles, ha luogo il primo rendez-vous (in abiti civili) tra Michael Jordan e Kobe Bryant. L’incontro è propiziato da Phil Jackson, convinto che il vecchio campione possa insegnare al giovane come rimanere nel «flusso», lasciando che sia «il gioco ad andare da lui», senza incaponirsi a voler fare sempre tutto da solo. Così, dopo una partita contro Denver, Kobe si siede su un divanetto ad aspettare l’arrivo del suo idolo. Poi, vedendo entrare Michael accompagnato dal coach, si presenta così: «Lo sai che uno contro uno posso farti il culo in qualsiasi momento».

La vita sulle montagne russe di Bruno Giordano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Due cose s’imparavano per le strade di Roma negli anni Cinquanta e Sessanta mentre il boom economico preparava l’escalation della globalizzazione che tutto avrebbe portato via. La prima era il rispetto della parola data. C’era qualcosa di sacro nella parola, nella stretta di mano, nella promessa silenziosa. Qualcosa che se la rompevi erano guai, guai innanzitutto davanti a se stessi. La seconda erano i debiti da saldare. Debiti morali, in primo luogo. La fiducia accordata quando nessun altro credeva in noi. Il credito umano ricevuto accennando un grazie a mezza bocca, un grazie inutile perché quello che importa si vede poi con i fatti e puoi anche dimenticare, puoi fingere di non aver ricevuto nulla, e allora peggio per te, perché dentro di te c’è qualcuno che sa il debito che non stai ripagando.

Quel genio di Sòcrates

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014.

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».