Storia di Alfred Nakache, il nuotatore sopravvissuto all’Olocausto

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un’alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell’acqua. L’ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S’è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n’è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell’ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.

Jonah Lomu, l’uragano nero

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Sarà in libreria dal prossimo 10 novembre L’uragano nero. Vita, morte e mete di un All black di Marco Pastonesi (66thand2nd). Il libro sarà presentato il 9 al Circolo dei lettori di Torino e l’11 presso l’Associazione rugbistica capitolina a Roma.

All’inizio del 1989 l’uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell’ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po’ più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l’allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l’immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.

I giorni selvaggi di William Finnegan

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Il surf può essere una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. Lo testimoniano le pagine dell’appassionante memoir Giorni selvaggi (66thand2nd, 25 euro, 496 pagine) del giornalista e scrittore William Finnegan, dal 1987 staff writer al The New Yorker. È appena arrivato in libreria questo progetto letterario che ha alle spalle una gestazione lunga vent’anni. L’autore, cresciuto tra Los Angeles e le Hawaii, dà ai lettori la misura di un’ossessione, di un incanto, di una fede assoluta per la tavola e per le onde che rappresentano un modo di stare, rapportarsi e al contempo fuggire dal mondo.

Finnegan ha cominciato a surfare all’età di dieci anni alle Hawaii, dove il padre trasferì la famiglia, conquistando in acqua il rispetto dei coetanei nativi e cavalcando poi da grande viaggiatore le onde migliori nel Sud del Pacifico, in Australia, Asia e Africa. «In natura le onde non sono oggetti stazionari come le rose o i diamanti. Al contrario sono contemporaneamente l’oggetto del più profondo desiderio, dell’adorazione e anche il tuo avversario, la tua nemesi, finanche il tuo nemico mortale. Cavalcarle è una soluzione teoretica all’impossibilità di un problema complesso», dice lo scrittore.

Lebowski vs Star Wars 1-0: quando il calcio riparte dal basso

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(foto di Ilaria Festa)

Domenica 20 dicembre 2015, Campo Sportivo Comunale di San Donnino a Campi Bisenzio (Firenze). È tutto grigio, tanto il cielo carico di pioggia quanto le maglie striate di nero dei calciatori stanchi che a fine partita si radunano sotto la tribunetta della curva Moana Pozzi a ricambiare l’applauso omaggiatogli da un manipolo di tifosi di casa, nonostante il risultato finale a reti bianche. Tutto normale, finché non compaiono due striscioni che come lampi squarciano le nuvole plumbee: “Han Solo muore” e poco più sotto “Lo uccide il figlio”, firmati URL (Ultimi Rimasti Lebowski).

L’ultimo attesissimo episodio di Guerre stellariIl risveglio della Forza, appena uscito nei cinema italiani – sputtanato così sugli spalti di un campo di periferia durante una partita di Prima categoria tra Centro Storico Lebowski e Club Sportivo Firenze. I primi a subire l’effetto dello spoiler sono i giocatori stessi: chi si rotola per terra dalle risate chi si dispera perché non ha ancora visto il film. Ma non solo, sulla pagina Facebook della squadra viene immediatamente postata una foto con tanto di didascalia inequivocabile “No al Cinema, Sì allo Spoiler”, ed è subito scompiglio.

Chiodi storti. Quando l’Italia vinse la Coppa Davis a Santiago del Cile

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La vittoria della prima e finora unica Coppa Davis per l’Italia è stata una felicità triste. A quarant’anni di distanza da Santiago del Cile, Nicola Pietrangeli definisce così il successo e racconta a Minima et moralia quel viaggio complesso, cominciando da un episodio inedito: «All’inizio sulla targa della Coppa Davis, dove c’è scritto 1976, Italia, apparivano solo i nomi dei quattro giocatori. Sarebbe stata l’unica coppa che non citava anche il capitano. La mostrai al Presidente della Federazione Internazionale, che in cinque minuti rimediò allo sgarbo. Questo per far capire l’atmosfera che regnava nei rapporti fra me e il presidente della Federtennis italiana».

Paolo Galgani si ritrovò fra le mani qualcosa di prezioso, che non aveva contribuito a costruire. Diventato la guida del movimento tennistico nazionale, dopo l’uscita di scena di Giorgio Neri, danzò con interessata ambiguità nel clima scandito dalle grida: «Non si giocano volée contro il boia Pinochet!» Sono partiti solo perché io ancora non ero stato eletto, diceva l’avvocato fiorentino. Accadde una settimana dopo la partenza, poi è stato per un ventennio il presidente della Coppa Davis.

“Vola come una farfalla, pungi come un’ape”. Muhammad Ali

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Muhammad Ali, nato Cassius Clay (“Cassius Clay è un nome da schiavo. Io non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Ali, un nome libero. Vuol dire amato da Dio. Voglio che la gente lo usi quando mi parla e parla di me“) è morto nella notte in un ospedale di Phoenix. Da tempo era affetto dal morbo di Parkinson. Con Alì muore una leggenda dello sport senza pari. “Vola come una farfalla, pungi come un’ape. Combatti ragazzo, combatti“. Per ricordarlo, di seguito ripubblichiamo un pezzo di Tiziana Lo Porto uscito originariamente su XL.

La prima cosa è la bellezza. Una bellezza talmente folgorante che a metà anni settanta portò il grande scrittore americano Norman Mailer a iniziare così il suo Il combattimento(Baldini Castoldi Dalai 2000): «Provi sempre una forte impressione quando lo vedi. Non dal vero come in televisione ma in piedi davanti a te, nella sua forma migliore. Allora il Più Grande Atleta del Mondo rischia di essere il più bell’uomo d’America, e un vocabolario iperbolico rischia di fare la sua comparsa».

Già, un vocabolario iperbolico che abilmente Mailer schiva evitando di fare della sua storia un mero racconto del giorno in cui Muhammad Ali, alias Cassius Clay, incontrò sul ring di Kinshasa, nello Zaire, George Foreman, vincendo e riconquistando il titolo di campione del mondo.

Roma 1960, dove brillò la stella di Muhammad Ali

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La stella di Muhammad Ali brillò per la primissima volta all’Olimpiade di Roma del 1960. All’epoca era ancora Cassius Clay e aveva 18 anni. Il pezzo che segue ricorda la magia della XVII olimpiade ed è uscito sul Mucchio.

L’organizzazione

È il 1955: dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Stalin è morto da due anni. Fellini è reduce dal successo del film La Strada.  J.D. Salinger ha già pubblicato Il giovane Holden. Nasce la Coppa dei Campioni. E Roma ottiene l’organizzazione delle Olimpiadi del ’60: curiosamente, quelle del 1964 saranno affidate ad un’altra capitale dell’Asse sconfitto, Tokyo.

A capo del Comitato Olimpico Internazionale c’è lo statunitense Avery Brundage. Nel suo personale curriculum, il rifiuto – come capo dello sport americano – di boicottare l’Olimpiade del 1936 a Berlino, in pieno Terzo Reich: è anche vero che grazie a questa scelta  il mondo poté assistere a una delle imprese sportive più significative di sempre, il trionfo del negro Jesse Owens in faccia a Hitler. Figura controversa, quella di Brundage: chiacchierato in patria e accusato di simpatie naziste. Come interlocutore principe per l’organizzazione di Roma ‘60, non poteva chiedere di meglio: il Presidente del Comitato Organizzatore è Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa.

Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

Jesse Owens e Lutz Long, all’ombra dell’olimpiade di Hitler

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Questo pezzo è uscito sul numero 200 di scarp de’ tenis: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Il ragazzo bianco e il ragazzo nero si vedono per la prima volta la mattina del 4 agosto 1936. Stadio di Berlino, qualificazione per la finale del lungo. Tutt’e due hanno 23 anni.

Il ragazzo nero, Jesse Owens, il giorno prima ha vinto la finale dei 100 metri, è già un idolo del pubblico. È la Germania di Hitler, ma non tutti allo stadio sono nazisti. È l’Olimpiade di Hitler. Molti Paesi hanno deciso di boicottarla. Barcellona organizza le controlimpiadi ma tutto salta con lo scoppio della guerra civile.

Anche negli Usa un forte movimento popolare ha chiesto il boicottaggio, essendo già chiari i connotati antisemiti e razzisti della politica tedesca, ma Avery Brundage, presidente del comitato olimpico Usa e uomo di estrema destra, ha dato ampie assicurazioni: a Berlino non ci saranno discriminazioni. Però gli atleti neri sono solo 10.  Owens era obbligatorio portarlo a Berlino perché in meno di due ore, nel ’35 ad Ann Arbour, aveva stabilito 4 record mondiali: 100 yarde, 220 yarde piane e a ostacoli, lungo (con 8.13).

Il rugby in Italia: pedagogia della palla ovale

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Qualche giorno fa il comportamento di un atleta ha mostrato che la “purezza” non sceglie in quale sport militare, ma il rugby resta un campo interessante da indagare e conoscere. Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Mens sana in corpore sano; nell’adagio di Giovenale, quasi duemila anni fa, risuona un monito spesso disatteso: in particolare nello sport di oggi. La tragica deriva del calcio, per esempio, ha contaminato le fondamenta del gioco più popolare d’Italia; dalla corruzione dei vertici di potere, fino alle intemperanze di genitori incattiviti nei campetti di provincia, la possibilità di trarre qualsiasi tipo di modello edificante appare un lontano ricordo: qualsiasi sinergia tra mente sana e corpo sano sembra definitivamente pregiudicata.

Per fortuna da una quindicina d’anni, più o meno da quando la nostra nazionale è entrata nel 6 Nazioni, il rugby è uscito dalla sua dimensione storicamente defilata, quasi da sport di nicchia, per approdare, anche qui da noi, al mainstream dello sport di massa; ed il rugby, costitutivamente, dalla sua genesi, è intimamente legato ad una prospettiva pedagogica: il preside inglese che lo inventò, come dispositivo per canalizzare le intemperanze degli studenti, aveva bene in mente il legame tra sport ed exemplum di decubertiana memoria.