Roma 1960, dove brillò la stella di Muhammad Ali

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La stella di Muhammad Ali brillò per la primissima volta all’Olimpiade di Roma del 1960. All’epoca era ancora Cassius Clay e aveva 18 anni. Il pezzo che segue ricorda la magia della XVII olimpiade ed è uscito sul Mucchio.

L’organizzazione

È il 1955: dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Stalin è morto da due anni. Fellini è reduce dal successo del film La Strada.  J.D. Salinger ha già pubblicato Il giovane Holden. Nasce la Coppa dei Campioni. E Roma ottiene l’organizzazione delle Olimpiadi del ’60: curiosamente, quelle del 1964 saranno affidate ad un’altra capitale dell’Asse sconfitto, Tokyo.

A capo del Comitato Olimpico Internazionale c’è lo statunitense Avery Brundage. Nel suo personale curriculum, il rifiuto – come capo dello sport americano – di boicottare l’Olimpiade del 1936 a Berlino, in pieno Terzo Reich: è anche vero che grazie a questa scelta  il mondo poté assistere a una delle imprese sportive più significative di sempre, il trionfo del negro Jesse Owens in faccia a Hitler. Figura controversa, quella di Brundage: chiacchierato in patria e accusato di simpatie naziste. Come interlocutore principe per l’organizzazione di Roma ‘60, non poteva chiedere di meglio: il Presidente del Comitato Organizzatore è Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa.

Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

Jesse Owens e Lutz Long, all’ombra dell’olimpiade di Hitler

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Questo pezzo è uscito sul numero 200 di scarp de’ tenis: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Il ragazzo bianco e il ragazzo nero si vedono per la prima volta la mattina del 4 agosto 1936. Stadio di Berlino, qualificazione per la finale del lungo. Tutt’e due hanno 23 anni.

Il ragazzo nero, Jesse Owens, il giorno prima ha vinto la finale dei 100 metri, è già un idolo del pubblico. È la Germania di Hitler, ma non tutti allo stadio sono nazisti. È l’Olimpiade di Hitler. Molti Paesi hanno deciso di boicottarla. Barcellona organizza le controlimpiadi ma tutto salta con lo scoppio della guerra civile.

Anche negli Usa un forte movimento popolare ha chiesto il boicottaggio, essendo già chiari i connotati antisemiti e razzisti della politica tedesca, ma Avery Brundage, presidente del comitato olimpico Usa e uomo di estrema destra, ha dato ampie assicurazioni: a Berlino non ci saranno discriminazioni. Però gli atleti neri sono solo 10.  Owens era obbligatorio portarlo a Berlino perché in meno di due ore, nel ’35 ad Ann Arbour, aveva stabilito 4 record mondiali: 100 yarde, 220 yarde piane e a ostacoli, lungo (con 8.13).

Il rugby in Italia: pedagogia della palla ovale

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Qualche giorno fa il comportamento di un atleta ha mostrato che la “purezza” non sceglie in quale sport militare, ma il rugby resta un campo interessante da indagare e conoscere. Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Mens sana in corpore sano; nell’adagio di Giovenale, quasi duemila anni fa, risuona un monito spesso disatteso: in particolare nello sport di oggi. La tragica deriva del calcio, per esempio, ha contaminato le fondamenta del gioco più popolare d’Italia; dalla corruzione dei vertici di potere, fino alle intemperanze di genitori incattiviti nei campetti di provincia, la possibilità di trarre qualsiasi tipo di modello edificante appare un lontano ricordo: qualsiasi sinergia tra mente sana e corpo sano sembra definitivamente pregiudicata.

Per fortuna da una quindicina d’anni, più o meno da quando la nostra nazionale è entrata nel 6 Nazioni, il rugby è uscito dalla sua dimensione storicamente defilata, quasi da sport di nicchia, per approdare, anche qui da noi, al mainstream dello sport di massa; ed il rugby, costitutivamente, dalla sua genesi, è intimamente legato ad una prospettiva pedagogica: il preside inglese che lo inventò, come dispositivo per canalizzare le intemperanze degli studenti, aveva bene in mente il legame tra sport ed exemplum di decubertiana memoria.

Los Angeles, 30 maggio 1991

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Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro.

Lo sport a rischio dismissione: il caso della Palestra Popolare di San Lorenzo, a Roma

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Questo articolo è uscito sul Manifesto. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Samir Hassan

Nel novembre del 2006 a Güines, poco più di 30km a sud de L’Avana, la folla del piccolo pueblo cubano si era radunata nella piazza centrale vicina al Parque 9 de abril, tra Calle Valdés e San Julian. Sul ring approntato nel centro della piazza si sfidarono, sull’allora distanza olimpica di 4 round da 2 minuti, due giovani pugili.

Uno di questi, poco più che ventenne, indossava la canotta della Boxe Roma San Lorenzo. Perse il match, ma fu una sconfitta formale, pressoché indolore. Per la prima volta un atleta di una palestra popolare aveva combattuto a Cuba, patria della migliore e indiscussa tradizione pugilistica mondiale; e questo fatto era di per sé una vittoria, che il giovane sentiva sua proprio come la sentiva l’intera comunità della Palestra Popolare.

Il pugile zingaro: Dario Fo racconta Johann Trollmann

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta dello Sport, che ringraziamo.

di Massimo Arcidiacono

Ci sono visite che hanno solo l’orario della nostalgia. “Dario è a trovare Franca! Un caffé?”. Ma sì, dai. Un sorso ed eccolo, colbacco pastrano e quel sorriso da “Matto”, alla porta della sua casa milanese ricolma di ricordi, di quadri alle pareti e sui cavalletti. E il Nobel confuso tra i soprammobili. In una mattina di sole sfrontato siamo venuti – nell’essenza delle cose – a scoprire dove trovi l’energia questo saggio-bambino, questo antico giullare, per continuare a lavorare con tanta lena.

Ritratto di George Best, artista del calcio

Sport, Football, pic: circa 1968, Manchester United's George Best scoring against Sheffield Wednesday  (Photo by Bob Thomas/Getty Images)

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un’eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l’ha combattuta sul campo con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L’imperativo del suo Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all’oltraggio della morte. S’erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

“Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

La fuga di Filippo Simeoni che affondò Lance Armstrong

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell’albo d’oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.