Cassius Clay, il ring invisibile

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Ci sono tre Cassius Clay. Il primo nasce nel 1942 e sparisce all’età di tredici anni e mezzo, quando un ragazzo nero viene massacrato da alcuni bianchi razzisti in uno stato del Sud degli Stati Uniti. Il secondo Cassius Clay nasce pochi giorni dopo la notizia di quel massacro, ed è un pugile che combatterà sui ring di tutto il mondo, vincerà la medaglia d’oro delle Olimpiadi a Roma e cambierà la storia della boxe. Il terzo è un Cassius Clay che parla. Ma allora non sarà più Cassius Clay, perché avrà preso il nome di Mohammed Alì.

Lo scrittore francese Alban Lefranc ha raccontato la vita di questa icona che intreccia sport e politica e che con il carisma del pugile e la retorica della guida spirituale ha scritto la storia dei diritti dei neri americani. Il testo si intitola Il ring invisibile (edito da 66thand2nd, pp. 152 euro 15) e fa sì che una biografia romanzata faccia decantare gli eventi storici perché di quel tempio che è il corpo di Cassius Clay restino in piedi ferite, paure, abbandoni, un groviglio di riflessioni interiori.

Gianni Mura intervista Giacomo Losi

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Ogni lunedì su la Repubblica Gianni Mura compila il suo “campo dei ricordi” raccontando le storie dei suoi calciatori preferiti. Pubblichiamo un’intervista a Giacomo Losi ringraziando l’autore e la testata.

di Gianni Mura

Giacomo Losi nel campo dei ricordi ha il numero 3, ma andrebbero bene anche il 2, il 5 e il 6. Tutti i ruoli della difesa li ha coperti, semmai c’è da chiedersi come riuscisse, lui alto 1.68, a marcare giganti come John Charles. Losi è nato a Soncino, in riva all’Oglio, un centro che dista una trentina di chilometri da Brescia, da Cremona e da Bergamo. Ed è catalogato tra i borghi più belli d’Italia, per la sua Rocca sforzesca e le mura che racchiudono il centro abitato.

«Una volta c’era l’acqua nel fossato intorno alle mura. Ma per noi bambini la festa era il fiume, anche se da festeggiare c’era poco. La mia famiglia era povera, io e mio fratello dormivamo nello stesso camerone dei genitori. Mio padre Pietro lavorava in una cooperativa di facchini che riempivano e svuotavano i grandi silos. Mia madre Maria, era in filanda. E di quelle filandere toste, che andavano a discutere col padrone. Me la ricordo, nel primo dopoguerra, che si dava da fare a organizzare i comizi di Pajetta. Mio padre non ha mai voluto saperne della tessera del Fascio.

Razzismo soft

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Dato che in Italia neanche la Lega ammette di essere razzista diventa sempre un po’ spiacevole parlare di come vecchi pregiudizi e stereotipi facciano ancora parte della nostra cultura. Se nessuno è razzista è difficile anche parlare di quella forma soft di razzismo, senza ideali, più simile a una specie di maleducazione sociale che alla violenza che mentalmente colleghiamo al razzismo. Il calcio è una parte importante della mia vita per cui è normale che molte mie riflessioni passino attraverso il calcio, e ultimamente per due casi diversi mi è capitato di chiedermi se si trattasse di razzismo. Ma le persone intorno a me (cioè sui social) hanno mostrato più di una resistenza al riguardo, cosa che mi ha fatto pensare che magari erano casi interessanti.

Dieci anni senza Marco Pantani. Il racconto di Gianni Mura

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Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani. Lo ricordiamo con l’articolo, ormai noto, con cui Gianni Mura lo raccontò il giorno dopo su la Repubblica (e che compare anche in La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour pubblicato da minimum fax nel 2008). Segnaliamo anche questo articolo dello stesso Mura uscito su la Repubblica due giorni fa in occasione del decimo anniversario della morte di Pantani.

Pantani trovato morto in un residence 

di Gianni Mura

14 febbraio 2004 – Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ’99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell’ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all’opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti. E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna.

Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un prim’attore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l’equivalente dell’acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria.

Il paradosso Gourcuff

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em>Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo.

Yoann Gourcuff ha ventisette anni, l’età migliore per affrontare il Mondiale brasiliano, e ne avrà ventinove quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, arrivato a Lione (per 22 milioni più bonus) quando il Lione ha cominciato il proprio declino dentro e fuori dai confini francesi, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Grenier a ventidue anni è capitano, organizza pizza party per la squadra nei periodi difficili e ha preso il suo posto in campo, al centro del gioco del Lione; Gourcuff, costretto spesso sulla fascia, è il giocatore con lo stipendio più alto della rosa che lo scorso anno ha totalizzato appena 18 presenze (e quello prima 13 presenze, di cui solo 10 da titolare; il che significa che nelle ultime due stagioni ha realizzato appena 5 gol e 4 assist). Sull’ultimo numero di France Football è rappresentato in una vignetta sulle spalle di Jean-Michel Aulas, presidente dell’OL che, a uno sportello del Tesoro, con la faccia rossa e sudata dalla fatica, chiede una riduzione delle tasse per «persone a carico». Nella vignetta YG ha un sorriso stupido e gira la testa in direzione di una farfalla.

La strada per l’Open

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Il diario di Fabio Severo dall’Australian Open è uscito un anno fa su Studio in cinque parti. Pubblichiamo la prima e in fondo al pezzo vi rimandiamo alle altre quattro puntate. (Immagine: Davidde Corran)

Arrivo a Melbourne Park per ritirare il mio accredito di sabato, nel giorno del terzo e ultimo turno di qualificazioni dell’Australian Open (AO). Il tabellone del singolare di un torneo del Grande Slam prevede 128 giocatori, di cui 104 accedono direttamente in virtù della loro classifica mondiale, 8 tramite wildcard che dànno accesso diretto nonostante il ranking insufficiente, e 16 tramite le qualificazioni, che a loro volta rappresentano un mini torneo di tre turni con un tabellone di 128 giocatori. Lascio l’ufficio accrediti munito di asciugamano ufficiale, ventilatore portatile e borraccia omaggio e mi ritrovo in un intrico di campi secondari da cui proviene il suono di decine di palline colpite quasi all’unisono, dietro teloni e piccoli spalti semivuoti.

Dalla parte di Roman

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo.

Vorrei parlare di Valderrama, Redondo e Riquelme, i tre grandi lenti della storia del calcio recente, e di come giocatori di questo tipo, sia da un punto di vista tattico che tecnico, stiano sparendo dal panorama calcistico di alto livello. Tempo fa mentre mi scaldavo per il calcetto settimanale con la palla “a rimbalzo controllato”, che chi ci gioca per la prima volta chiama “la palla medica”, ma che non schizza via e rotola più lentamente di quella normale permettendo più di tre passaggi di seguito, ho sviluppato una teoria secondo cui il calcio moderno sta diventando troppo atletico e tra poco i giocatori saranno così veloci che sarà semplicemente impossibile controllare la palla. Se nessuno farà niente nel giro di pochi anni ci ritroveremo con ventidue Cristiano Ronaldo in campo e il calcio si sarà evoluto in uno sport ipercinetico fatto di scontri ad altissima velocità, la palla che schizza da una gamba all’altra al fallo laterale.

Arrigo Sacchi e l’arte del pallone

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo.

Su Francesco Totti

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Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Il violino blu

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo. (Immagine a cura di Serena Pezzato.)

di Tim Small

1.

Il 24 giugno 2012, la Gazzetta dello Sport, principale quotidiano sportivo d’Italia (tiratura: circa 500.000 copie, direttore: Andrea Monti) manda in stampa una vignetta “satirica” disegnata da Valerio Marini che ritrae Mario Balotelli, attaccante italo-africano del Milan AC e della Nazionale italiana, aggrappato al Big Ben che smanaccia via palloni a lui indirizzati, ricalcando inequivocabilmente la famosa immagine di King Kong aggrappato all’Empire State Building. King Kong, come tutti sanno, è uno scimmione. Mi pare scontato puntualizzarlo, ma scherzare su una persona dalla pelle nera equiparandola a una scimmia è una cosa razzista.