Humboldt e l’invenzione della natura

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Eleonora Marangoni

Tutte le lingue nascondono parole intraducibili di incomparabile bellezza, e il tedesco ne possiede una di grande minuzia e portata universale. La parola è Fernweh e significa, letteralmente, “nostalgia di posti lontani in cui non siamo mai stati”. Pare sia stata coniata attorno al 1835 dal principe e paesaggista tedesco Hermann Pückler-Muskau, e alzi la mano chi non ne è mai stato affetto.

Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Storia di Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti

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Pubblichiamo, in due parti, un lungo ritratto di Shirley Chisholm (1924-2005), prima donna nera eletta al Congresso e candidata alle primarie del Partito democratico per le presidenziali del 1972. La candidatura andò a George McGovern, che venne sconfitto da Richard Nixon, presidente uscente.

«Proffy, lei dimentica due cose: sono nera e sono una donna». Al college la politica era ancora una fantasia per la giovane Shirley Anita St. Hill Chisholm, ma qualcuno aveva percepito il suo talento per la parola che si fa impegno e governo in nome della comunità.

Louis Warsoff, professore non vedente di scienza politica al Brooklyn College, è stato per Shirley il primo uomo bianco col quale la conoscenza divenne conversazione, fiducia ed empatia. Lo chiamava proffy e s’intrattenevano in lunghe discussioni: «Da lui ho imparato che in fondo non eravamo differenti, intendo noi e i bianchi». La studentessa, che eccelleva e attirò l’attenzione di Warsoff, mostrava un’urgenza: dire al mondo come stavano realmente le cose.

Bravi e cattivi. Gli italiani, la guerra, la memoria

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1943-1945: I «bravi» e i «cattivi» (Donzelli editore, 110 pagine, 24 euro) è un’interessante raccolta di cinque saggi, densa per contenuti pur nella foliazione limitata, che propone una comparazione del percorso compiuto dalla Germania e dall’Italia nell’elaborazione di una memoria condivisa e consapevole sugli ultimi anni della seconda guerra mondiale.

Il volume è stato curato da Massimo Castoldi, filologo e critico letterario, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano. Thomas Altmeyer, direttore scientifico dello Studienkreis Deutscher Widerstand 1933-1945 e professore di didattica della storia presso la Goethe Universität di Francoforte, apre il libro con una riflessione sul complesso processo di recupero dei luoghi della memoria del nazismo e della fondazione dei memoriali, che solo dagli anni Sessanta ha conosciuto uno sviluppo intenso. Nel 1977 il ministero della Giustizia della Repubblica Federale riconobbe ufficialmente 1600 siti come campi di concentramento e unità esterne dei lager negli ex territori del Reich. La maggior parte dei memoriali fu inaugurata tra gli anni Ottanta e Novanta, quando si concretizzò l’istituzionalizzazione e il pubblico riconoscimento degli stessi e delle loro attività. Il ricordare è stato a lungo una lotta solitaria dei superstiti della Resistenza e delle persecuzioni. E oggi sono poste nuove sfide nell’ambito della divulgazione e della tutela di una memoria non limitata solo ai grandi campi di sterminio.

Donne, cavalieri, armi, amori: una mostra sull’Orlando Furioso

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Foto realizzate da Andrea Bighi — riproduzione vietata

di Licia Vignotto

Da quali suggestioni nasce la poesia? Cosa ricorda chi congegna l’intreccio di una storia? Soprattutto: quali visioni si celano dietro le palpebre chiuse di chi traduce il sogno in letteratura? Sono queste le domande che hanno guidato negli ultimi tre anni il lavoro di Guido Beltramini e Adolfo Tura, i curatori della mostra dedicata a Ludovico Ariosto inaugurata sabato 24 settembre, a Palazzo Diamanti. Allestimento stupefacente perché, con grandissima cura e ben piazzati colpi di scena, materializza la curiosità che ogni lettore nutre nei confronti del suo scrittore preferito e trasforma – finalmente! – l’Ariosto nell’artista che tutti avremmo voluto conoscere.

L’appuntamento con l’autore non si poteva prescindere: nel 2016 infatti ricorrono i cinquecento anni dalla prima stesura dell’Orlando furioso e sia nel capoluogo estense, dove il testo venne concepito e scritto, sia in tante altre città italiane già da mesi si susseguono omaggi e conferenze. Approfondimenti necessari e doverosi, ma spesso poco efficaci perché incapaci di invitare e accogliere una platea diversa da quella stretta degli addetti ai lavori, di suscitare l’attenzione di un pubblico più trasversale e diffuso. Le peripezie astrali di Astolfo, le prodezze erotiche dell’affascinante Medoro, nonostante siano state per secoli patrimonio conosciuto e condiviso, negli ultimi trent’anni sono scivolate purtroppo nel dimenticatoio. «Un eclissi che merita vendetta», come ha sottolineato Melania Mazzucco sulle pagine del Venerdì, precisando che il ricordo collettivo è purtroppo filtrato unicamente dai banchi di scuola.

Psicopolitica e potere secondo Byung-Chul Han

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(fonte immagine)

In un suo libro precedente, La società della stanchezza, uscito nel 2012, il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non conservi più le caratteristiche novecentesche illustrate da Foucault: non si tratta più di una società di tipo disciplinare e controllata da determinate forme di obbedienza e dispositivi ma, piuttosto, l’individuo del nostro secolo è parte di una società di «prestazione», cioè non è nient’altro che un imprenditore di se stesso. Per questo le sofferenze che il soggetto patisce, sono quelle derivate da un livello di competizione sempre altissimo, e quindi incarnate in depressioni, burnout, paura di non essere all’altezza e altre cose simili.

La rotta dei profughi antichi — Terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima puntata, qui la seconda.

GIARDINI NAXOS (Sicilia). “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, / quando vediamo lontano oscuri colli e bassa / l’Italia. Italia!, grida per primo Acate, / Italia!, salutano i compagni con lieto clamore. / Allora il padre Anchise pose una corona su un grande / cratere, e lo colmò di vino puro, e invocò gli dei, / eretto sulla regia poppa:/ O dei, signori del mare e della terra e delle tempeste, / date un’agevole via con il vento, e spirate favorevoli!”.

Quando Enea racconta a Didone del viaggio che ha portato i profughi da Troia alle prime sponde italiane l’entusiasmo e la felicità coronano un lungo itinerario che Virgilio descrive minuziosamente. Dall’Egeo cicladico a Creta, poi a sud del Peloponneso, alle isole Strofadi e alle più celebri delle Ionie, fino a Butroto sulle coste dell’Epiro (oggi Butrinto in Albania) dove è vive la moglie di Ettore, Andromaca. L’ultimo tratto di mare vede il timoniere Palinuro intento a evitare le coste sud dell’Italia dove eroi achei sono venuti a insediarsi, anch’essi dopo la lunghissima e distruttiva guerra di Troia.

La rotta dei profughi antichi — seconda parte

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Di seguito la seconda puntata del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte.

CHIOS (Grecia). Accadde in una mattina di quasi tremila anni fa. Sul mare, sotto alle rocce dove aveva insegnato per anni, e che oggi hanno dato il nome alla località (Daskalopetra, ossia “roccia dell’insegnante”), Omero incontrò ragazzi che sbarcavano di ritorno dalla pesca. Si avvicinò. “Quello che abbiamo preso lo lasciamo” gli dissero “Quello che non abbiamo preso lo portiamo”. A cosa alludevano  i giovani? Erano ignari della maestria sapienziale dell’uomo a cui avevano proposto l’enigma? Omero si sedette.

Rivolto verso il mare, pensò alla penisola di Eritre davanti a sé, oltre le isole Inousses. Da lì era tornato dopo anni lontano dalla sua isola madre. Da lì arrivavano i ragazzi che gli portavano la morte. Perché quel che spetta a un sapiente incapace di risolvere un enigma è la morte. Dibattendosi per giorni sulla frase incomprensibile, Omero si lasciò morire. Il suo fallimento avrebbe appassionato i posteri, tutti concordi nel ritenere che, nonostante fosse cieco e la sua sapienza agisse attraverso gli occhi della mente, avrebbe fatto bene a non guardare lontano. Anni più tardi Eraclito “l’Oscuro” lo scrisse in maniera sorprendentemente chiara: “Gli uomini s’ingannano sulla conoscenza delle cose manifeste come Omero che pure era il più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero…”.

60 anni da Marcinelle

Marcinelle

8 agosto 1956.

Il cielo è limpido sul distretto minerario di Charleroi. Lì dove piove sempre e il grigio è ormai il colore che avvolge tutto, quell’azzurro suona come un augurio di qualcosa di nuovo, di qualcosa di buono. Ma alle otto una nube inizia ad oscurarlo. Non è pioggia. La nube arriva dal basso, dalle viscere della terra. Le donne prendono per mano i bambini. Si avvicinano ai cancelli. Nessuno le fa passare. Capiscono subito che qualcosa sta succedendo, è successo. Ma nessuno dice niente.

Dentro i cancelli, all’ingresso del pozzo si teme il peggio.

Antonio Iannetta è un ingabbiatore molisano, risale in superficie, dice: “è colpa mia”.