Ritorno al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato

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Ritorna sulle scene – e tornerà, ci auguriamo, quando questi giorni difficili saranno passati – Festa al celeste e nubile santuario, testo scritto nel 1983 dal drammaturgo napoletano Enzo Moscato, e si porta dietro le immagini del vicolo, dei bassi napoletani e delle persone che li animano, veri e propri ritornanti che hanno lo splendore e la miseria di una città sospesa tra passato e futuro.

Elisabetta, Annina, Maria, le tre sorelle protagoniste di questo meraviglioso testo, sono tre anime dei Quartieri Spagnoli di Napoli, corpo e voce di una città fertile, pregna di credenze e racconti, ancorata ad un tempo fatto di stradine e slarghi, case vecchie e nenie. Sono ossessionate dalla Vergine Maria al punto da farne un culto privato, delirante, a partire dai loro nomi che sono quelli della Madonna, di sua madre e della cugina.

“Dove tutto è stato preso” – A House is not a Home

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di Giuseppina Borghese Il primo pensiero, appena uscita da teatro, dopo aver visto “Dove tutto è stato preso” di Tamara Bartolini e Michele Baronio – in scena all’India lo scorso 23 febbraio – è stato quello di tornare a casa e restare in silenzio, in balìa di sintetizzatori e voci languide, straziate: un bisogno fisico […]

“Cuoro” e dintorni: la neolingua di Gioia Salvatori

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Questa sera Gioia Salvatori sarà in scena a Carrozzerie n.o.t.

Qualcuno si è abituato a vederla in quei video surreali, piccoli sfoghi contro lo stress quotidiano e le mode imposte, che spesso posta sui social. Qualcun altro la conosce per gli sketch che porta a Sgombro, una serata oramai diventata appuntamento irrinunciabile dell’underground romano, dove si è costruita stagione dopo stagione una comunità di drammaturghi-performer che utilizzano l’ironia per raccontare le storture del presente, il peso della precarietà, l’angoscia del doversi conformare a una società sempre più omologata – ma senza piagnistei, solo facendo deflagrare l’assurdità della nostra contemporaneità in una fragorosa, liberatoria risata.

All’orizzonte delle nostre città isolate c’è “Futureland” di Lola Arias

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di Francesca Lombardi

Una città, organizzata e tecnologicamente funzionante, galleggia isolata sul mare. Nulla sembra possa scalfirla nella sua lucente funzionalità.

È Futureland, la Berlino del futuro.

Nell’ultimo lavoro di Lola Arias, una parete video ad animazione 3D accoglie gli spettatori nel container del Maxim Gorki Theatre, introducendoli allo spettacolo: “Welcome to Futureland”, recita la scritta in sovraimpressione.

Lo spettatore, ancor prima dell’inizio, viene invitato a confrontare la propria idea di città con quella proiettata. Chi non vorrebbe vivere, isolato ma felice, in un luogo che offre qualsiasi possibilità ai suoi abitanti?

La risposta è tutti. Eppure, sembra non riusciamo ad accorgerci che Futureland non sta parlando a noi, che già l’abitiamo, ma ai protagonisti che hanno dovuto combattere per potervi accedere. Otto adolescenti provenienti da Guinea, Afghanistan, Siria, Somalia e Bangladesh che hanno affrontato l’inferno delle leggi sull’immigrazione minorile tedesche.

L’Ibsen di Popolizio: un’urgente riflessione sulla democrazia

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di Chiara Babuin

Dopo più di un mese di programmazione, sta per chiudere definitivamente i battenti una delle più belle e importanti produzioni firmate Teatro di Roma – Teatro Nazionale: “Un nemico del Popolo”, regia di Massimo Popolizio. Fino al 28 Aprile al Teatro Argentina di Roma.

Un dottore scopre una verità che riguarda la piccola società democratica in cui vive. Una verità che l’uomo ritiene sommamente etico rivelare, per il benessere e quindi il futuro della sua comunità. Ma i rappresentanti di quest’ultima e coloro i quali hanno il potere di influenzare l’opinione pubblica rifiutano e minimizzano la scoperta che minaccia il loro stesso esistere. E il popolo si schiera con chi perora questo suicidio di massa.

“L’Abisso” di Davide Enia: non c’è bisogno di ideologie per fare la cosa giusta

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di Chiara Babuin

“Io non sono di sinistra, anzi, tutt’altro, proprio l’opposto”, dice il sommozzatore del nord Italia, grande come una montagna, e aggiunge: “In mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare”. Siamo a Lampedusa, il mare è il Mediterraneo e il sommozzatore è uno dei tanti professionisti che prendono servizio nelle operazioni di soccorso, assieme alla Guardia Costiera e al personale medico sanitario.

Il luogo (Lampedusa) è importante, perché da sempre, antropologicamente, è il territorio che detta legge, formando ed educando l’individuo. E per quanto l’uomo sia un essere culturale, che si serve di questa sua abilità intellettuale per strutturare la società in cui vive, qualunque legge istituzionale che non tenga conto degli antichi precetti della Natura è una legge destinata a fallire nel suo proposito etico e politico: bene lo sapevano i greci, che tanti miti hanno lasciato per insegnarcelo.

Cyrano de Bergerac: l’importanza del parlar d’Amore

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di Chiara Babuin

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“L’amore-passione fa parte di una certa cultura, della cultura popolare, in forma di film, di romanzi, di canzoni”, afferma in un’intervista Roland Barthes, ma “è fuori moda negli ambienti intellettuali”. Pasolini, nel suo Comizi d’amore, rende esplicito il fatto che, sebbene il tema dell’amore sia spesso presente nelle espressioni artistiche popolari, il popolo non ne parla, non lo tratta, non lo riconosce: “Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore”, augura infatti il poeta corsaro con voce fuori campo.

Ma perché questi grandi intellettuali considerano così importante parlare d’Amore? Perché, esattamente come nel Simposio platonico, socraticamente il discorso fa emergere la coscienza del sentimento. Sentimento percepito come qualcosa di altro dall’individuo, ma che l’individuo stesso genera e da cui ne è, in qualche modo, governato.

Ovidio a Roma: il trionfo del poeta sul Tempo

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di Chiara Babuin

Sta per chiudere improrogabilmente i battenti (20 gennaio) la meravigliosa mostra Ovidio: amori, miti e altre storie, creata in occasione del bimillenario dalla scomparsa del grande poeta (17-18 a.C). È una rassegna maestosa in cui si susseguono 25 secoli di storia artistica (dall’arte greco-classica del V-IV a.C, fino ai giorni nostri), proprio per dar conto al fruitore dell’importanza nella Storia dell’Arte delle opere ovidiane, ma anche per far capire le origini intellettuali dello stesso poeta. Entusiasmante anche tutto l’impianto di incontri e rassegne collaterali sparsi per la Capitale, volti a far conoscere il mondo del poeta di Sulmona.

“Il Gabbiano” di Cechov: una grande regia di Ennio Coltorti

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di Chiara Babuin

La fine dell’800 è caratterizzata da un’inquietudine repressa a fatica, un’indignazione crescente per i vecchi ordini, le vecchie generazioni; da una tecnologia che comincia a invadere progressivamente i ritmi naturali del vivere umano, dove la distinzione tra metropoli e campagna si fa netta e senza possibilità di ritorno. Protagonista di questa condizione è un giovane individuo spaesato e senza riferimenti, che guarda con insofferenza alla comunità, rifugiandosi nella parte più in ombra del proprio io. Sono gli anni che fungono da incubatrice per la Rivoluzione Russa e la Prima Guerra Mondiale.

Solo nell’ultima decade del XIX secolo, Rimbaud muore a soli 37 anni, la Secessione Viennese s’insinua febbricitante nella società della capitale austriaca, esprimendo il suo fermento innovativo e destabilizzante e Freud comincia a pubblicare i suoi primi studi.

Basta demiurghi. Una nuova idea di teatro stabile

Questo pezzo è uscito, in forma ridotta, sulle pagine romane di Repubblica, sabato 24 novembre, come contributo al dibattito che si è creato attorno alla direzione del Teatro di Roma dopo le dimissioni di Antonio Calbi.

E se avessimo bisogno di una nuova idea di teatro stabile? Trovo poco appassionante il totonomine che si scatena ogni volta che una poltrona resta vacante, come succede in questi giorni al Teatro di Roma. Al di là dei nomi, più o meno competenti, è assai più interessante chiedersi che teatro vorremmo per la nostra città. Perché il teatro è in grado di pensarla la città, di interpretarne i desideri e persino di cambiarla.

Pensate a quando Mario Martone, direttore dello stabile allora appena quarantenne, ha aperto il Teatro India. È stato in segno così forte che ancora si riverbera sul presente e quel teatro, per chi pratica la scena contemporanea, è diventato una specie di tempio mai davvero consacrato alla sua vocazione. Per cui la domanda è: lo stabile, così com’è, riesce ancora a mobilitare quei desideri?