Basta demiurghi. Una nuova idea di teatro stabile

Questo pezzo è uscito, in forma ridotta, sulle pagine romane di Repubblica, sabato 24 novembre, come contributo al dibattito che si è creato attorno alla direzione del Teatro di Roma dopo le dimissioni di Antonio Calbi.

E se avessimo bisogno di una nuova idea di teatro stabile? Trovo poco appassionante il totonomine che si scatena ogni volta che una poltrona resta vacante, come succede in questi giorni al Teatro di Roma. Al di là dei nomi, più o meno competenti, è assai più interessante chiedersi che teatro vorremmo per la nostra città. Perché il teatro è in grado di pensarla la città, di interpretarne i desideri e persino di cambiarla.

Pensate a quando Mario Martone, direttore dello stabile allora appena quarantenne, ha aperto il Teatro India. È stato in segno così forte che ancora si riverbera sul presente e quel teatro, per chi pratica la scena contemporanea, è diventato una specie di tempio mai davvero consacrato alla sua vocazione. Per cui la domanda è: lo stabile, così com’è, riesce ancora a mobilitare quei desideri?

“Il revisore” di Gogol: un classico del grottesco all’Argentina

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La rappresentazione de Il Revisore. Un versione di Gogol al Teatro Argentina (13 e 14 Settembre) è stata senza dubbio tra le più interessanti andate in scena a Roma nell’anno corrente. Considerata una delle vette teatrali del grande autore de Le anime morte, la commedia è legata a doppio filo all’Italia: riveduta e corretta a Roma (dove Gogol visse dal 1837 e il 1842 e dove compose la sua già citata opera più celebre), l’opera da un lato è ispirata al modello della Commedia dell’Arte nostrana, dall’altro ha a sua volta ispirato due film della commedia all’italiana, classica e moderna, ovvero Anni ruggenti di Luigi Zampa con Nino Manfredi e, più velatamente e recentemente, Baci e Abbracci di Virzì.

Nostra signora dei Turchi, cinquant’anni fa

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In occasione del recente anniversario della nascita di Carmelo Bene vi proponiamo una riflessione sul suo primo lungometraggio presentato alla Laguna 50 anni fa.

50 anni fa usciva Nostra Signora dei Turchi.

Un film letteralmente extra-ordinario, destinato a divenire al contempo opera di culto assoluto per una nicchia di eletti adoranti e sinonimo di cinema inintellegibile per la stragrande maggioranza degli spettatori, talmente respingente nella sua aristocratica autoreferenzialità da destare intolleranza anche in cantori esoterici della cultura alternativa come Battiato (“Giù dalla torre butterei tutti quanti i teatranti e Nostra Signora dei Turchi”).

In omaggio alla visione dell’autore, tributeremo il nostro amore per l’opera con un primo oltraggio, ovvero inserendo un manifesto antistoricista (quale l’opera è) nel contesto culturale ad essa contemporaneo.

Al festival di Castiglioncello / 2: Ascesa e caduta di Ceaușescu e signora

Frosini-Timpani - Gli Sposi - Inequilibrio XXI Armunia - foto di Daniele Laorenza 14

Uno degli spettacoli di punta della sezione teatrale del Festival di Castiglioncello – curata dal direttore Fabio Masi – è stato sicuramente quello della compagnia Frosini/Timpano, nato nell’ambito del progetto premio ubu Fabulamundi. «Gli sposi» del drammaturgo francese David Lescot – sottotitolo “una tragedia rumena” – è un testo intelligente e ben calibrato incentrato sulla figura del dittatore rumeno Nicolae Ceaușescu e della moglie Elena Petrescu. Una scrittura che “usa il teatro per amplificare la marginalità e rimpicciolire l’enfasi della storia monumentale”, dice il traduttore italiano Attilio Scarpellini, ed è proprio l’effetto che si crea nel vedere queste due figure – “lui” e “lei” – nella nudità della scena, snocciolare tra momenti comici e commenti feroci le pagine principali della storia della Romania comunista.

Al festival di Castiglioncello. Danze al castello

Habille’ D’eau EUFORIA - Armunia Inequilibrio XXI - foto di Antonio Ficai-3

Se permettete parliamo di danzatrici, potremmo dire parafrasando le lezioni spettacolo di Luca Scarlini che al Festival di Castiglioncello ha intrattenuto e fatto pensare il pubblico con una serie di storie di donne “mitologiche”, pioniere della scena italiana e spesso stregate da Tersicore. Ed esordiamo così, in questo racconto del festival, perché la programmazione di danza dell’edizione numero XXI di Inequilibrio (curata dalla direttrice Angela Fumarola) ha presentato una serie di spettacoli davvero notevoli dove – almeno dal punto di vista della danza nostrana – il femminile gioca un ruolo di primo piano. Il pezzo forte della programmazione del Castello Pasquini è stato certamente «Euforia» di Habillè d’Eau, uno spettacolo affilato e preciso come pochi, in grado di costruire un paesaggio coreografico non solo esteticamente rilevante, ma dove ogni peso – ogni corpo nello spazio, ogni gesto nel tempo – apre squarci di riflessione sull’essere e sulle vibrazioni che lo attraversano.

Estraneità della famiglia. Il debutto di Lucia Calamaro e Silvio Orlando

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di Lucia Calamarocon Silvio Orlandoe con (in ordine alfabetico) Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondaniniscene Roberto Creacostumi Ornella e Marina Campanaleluci Umile Vainieriregia Lucia Calamaroproduzione Cardellino srlin coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbriain collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

(Questo spettacolo sarà al Festival di Spoleto il 12 luglio.)

di Giuseppina Borghese

Esiste una sorta di riconoscimento morale nei confronti di chi se ne va: andarsene, al di là delle contingenze, è sempre considerato un atto eroico, un fatto narrativamente interessante.

A rifletterci, però, c’è qualcosa di molto coraggioso anche in chi resta, per scelta o per necessità. Alla rinuncia di chi parte, corrisponde sempre il sacrificio di chi rimane e, per capirlo, basterebbe ritornare nel paese dell’infanzia dove si trascorrevano le vacanze estive e affrontare una chiacchierata con chi da lì non è mai andato via. C’è una identità mobile, fatta di strade, negozi e ricordi da risemantizzare, in una disposizione d’animo di perenne confronto con quello che è stato e non è più.

Cavalcare il rinoceronte. Licia Lanera porta in scena «Roberto Zucco» di Koltes

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@photo Andrea Macchia

Ha avuto un bel coraggio, Licia Lanera, chiamata a dirigere i ragazzi neodiplomati della scuola del Teatro Stabile di Torino, a scegliere Bernard-Marie Koltes. A scegliere cioè un testo ricchissimo, complesso, grondante di umanità e di morte come «Roberto Zucco».

Lo spettacolo è andato in scena al Gobetti, nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi che ha sostenuto la produzione dello Stabile, ed è giusto che sia stato inserito in cartellone con gli spettacoli di Castellucci, Sinisi, Ferracchiati e con nomi internazionali come Agrupación Señor Serrano, perché non si è trattato di un semplice saggio di fine accademia, ma di uno spettacolo di grande livello e fattura.

Il Sogno di Nietzsche: il capolavoro messo in scena dai Coltorti

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di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Il Sogno di Nietzsche: il capolavoro messo in scena dai Coltorti.
Non esiste figura più indegna di rispetto di chi manipola il pensiero di Friedrich Nietzsche, una delle menti più alte e abissali della storia della filosofia, forzandolo a letture biecamente fascistoidi.

O meglio, a ben pensarci, qualcosa di peggio esiste: coloro che ne fanno un fautore dell’immoralismo tout court, che lo erigono a emblema di una visione egotica e rapace dell’esistenza, quasi fosse un profeta dell’edonismo pseudolibertario che domina e intorpidisce le coscienze in questa fase decadente del capitalismo.

Quello che è andato in scena alla Primavera dei teatri di Castrovillari

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Castrovillari. A chiusura dell’incontro di presentazione di «Ivrea 50», il libro edito da Akropolis che raccoglie riflessioni e materiali scaturite attorno dell’incontro che ha commemorato i cinquant’anni dello storico convegno di Ivrea sul nuovo teatro del 1967, Marco De Marinis – curatore del libro – ha sottolineato che oggi sempre di più la differenza nelle arti sceniche sarà tra intrattenimento, inteso come forma di consumo culturale o meno che sia, e teatro, inteso come forma di comunità. Il distinguo ricorda da vicino quello tra “spettacolo che intrattiene” e “teatro che trattiene” di uno dei grandi pensatori teatrali del nostro tempo, il maestro Morg’hantieff, il cui provvido pensiero è stato raccolto di un prezioso libriccino dalle Edizioni dell’Asino.

La Classe Operaia va in Paradiso: Longhi porta Petri a teatro

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(fonte immagine)

di Chiara Babuin

Nel 1971, Elio Petri partecipò al Festival di Cannes, vincendo la Palma d’Oro con La classe operaia va in Paradiso, film che voleva mostrare la condizione alienante operaia del “Miracolo Italiano”.
Nel 2018, Claudio Longhi lo porta in scena nei maggiori teatri italiani. Non si tratta, però, di un mero adattamento teatrale di un’opera cinematografica, bensì  di una grandissima opera filologica del film di Petri a cui si aggiunge una profonda riflessione sul  concetto stesso di lavoro.