La perdita della persona amata

mulholland-drive

(Immagine: una scena di Mulholland Drive di David Lynch.)

“Credevo di poter descrivere uno stato, fare una mappa dell’afflizione. Invece l’afflizione si è rivelata non uno stato, ma un processo. Non le serve una mappa ma una storia, e se non smetto di scrivere questa storia in un punto del tutto arbitrario, non vedo per quale motivo dovrei mai smettere. Ogni giorno c’è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è come una lunga valle, una valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio affatto nuovo. Come ho già notato, ciò non accade con tutte le curve. A volte la sorpresa è di segno opposto: ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima. È allora che ti chiedi se per caso la valle non sia una trincea circolare. Ma no. Ci sono, è vero, ritorni parziali, ma la sequenza non si ripete”.

da C.S. Lewis, Diario di un dolore

A lezione di satira dentro il ministero

Firdousi al Teatro nazionale di Kabul

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

Perdutamente al Teatro India

Senza titolo-2

Perdutamente: dal 3 al 21 dicembre 2012 al Teatro India, Roma

Comunicato stampa

Giugno 2012: il direttore di Teatro di Roma Gabriele Lavia invita diciotto compagnie romane ad una factory, un cantiere nel cantiere al Teatro India, e a un percorso di lavoro intorno al tema della Perdita.

Ottobre 2012: il Teatro India è il Teatro India. È semplicemente ciò per cui sembra essere stato pensato, spazialmente e artisticamente: un luogo aperto al lavoro d’immaginazione e sperimentazione delle diverse forme di spettacolo dal vivo.

Teatri e Agis: se i talenti non sono figli di papà

Maria-Teresa-Bax-Marcello-Sambati-Matelda-Viola

Questo pezzo è uscito su PaeseSera. (Immagine: Santasangre – Harawi.)

Pietro Longhi, direttore dell’Agis Lazio, ha diramato un comunicato stampa in cui si scaglia contro le realtà degli spazi occupati romani. Il succo del discorso è che mentre tante sale lavorano nella legalità, pagando affitti e Siae, gli spazi occupati bypassano tutti questi oneri facendosi belli di collaborazioni prestigiose che si offrono gratuitamente a causa del sostegno politico. In sostanza, fanno concorrenza sleale (anche perché i biglietti sono a prezzi sensibilmente più bassi dei teatri associati all’Agis).

Generazione Amleto

examleto

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.

Il teatro di Virgilio Sieni

oro_web

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul «Corriere del Mezzogiorno», su Virgilio Sieni.

Non è affatto scontato che il teatro provochi ciò che dovrebbe provocare, o almeno cercare di provocare. Sconcerto, sospensione, messa a nudo, ribaltamento dei codici, sventramento della percezione, accumularsi di reminiscenze… Oggi sempre più spesso  non capita, tanto che i teorici più radicali della “morte del teatro” non hanno tutti i torti. Ma questo, per fortuna, non riguarda Virgilio Sieni e il suo singolare, assoluto tentativo di riportare il teatro alla danza, e la danza a un complesso sedimentarsi di gesti originari.

Il “Grande Adagio Popolare” andato in scena a Bari è un affresco del gesto (e della relazione tra esso e la città, il suo tessuto urbano, la sua ragnatela sociale) che apre infiniti squarci. L’“Adagio” di Sieni è un percorso diviso quattro momenti. I primi due, “Racconti” e “Sul volto”, si sono animati a Palazzo Fizzarotti e all’ex Palazzo delle Poste. Gli ultimi due, “Madri e figli” e “Visitazioni”, hanno invece avuto luogo rispettivamente al Palazzo della Provincia e alla Camera di Commercio.

Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Periodo-nero

Pubblichiamo un articolo di Graziano Graziani, uscito sull’ultimo numero dei «Quaderni del Teatro di Roma», sui problemi che sta vivendo il teatro.

di Graziano Graziani

Benedetta la città che fonda un teatro, recita il sottotitolo di questa rivista riprendendo una frase del drammaturgo inglese Edward Bond. E quella che lo chiude? La domanda se l’è posta Azzurra d’Agostino, poetessa che da anni compie volentieri incursioni nel mondo del teatro e vi lavora come operatrice, all’indomani della chiusura del Teatro San Martino di Bologna, uno dei pochi spazi del capoluogo emiliano dedicati alla scena contemporanea con entusiasmo e raziocinio, seguendo il filo di un progetto preciso. Persino in una delle ragioni storicamente più attente alle sorti della scena, dunque, si arranca sotto il segno di una crisi che una volta di più si delinea come culturale, prima ancora che economica. I luoghi non sono neutri, soprattutto quando si parla di arte. Essi vivono quando li abita una comunità, e prosperano quando questa comunità produce qualcosa di sensato. Non qualcosa di tangibile, mercificabile come un oggetto; e neppure semplicemente quando aggrega un gran numero di persone pronto subito dopo a disperdersi, secondo la logica dei grandi eventi tanto cara alle nostre amministrazioni. Quel “senso” a cui si fa riferimento è il modo di vivere e far vivere quei luoghi, l’atto di “abitarli” e trasformare attraverso questa pura azione la faccia della città.

In ricordo di Giuseppe Bertolucci

giuseppe_bertolucci-586x390

È di pochi giorni fa la notizia della morte di Giuseppe Bertolucci, regista, tra gli altri, degli spettacoli «’Na specie di cadavere lunghissimo» e «L’ingegner Gadda va alla guerra», entrambi contenuti nel cofanetto «Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione» di cui è coautore insieme a Fabrizio Gifuni.

Street Spirit (Fade out) ovvero un requiem per il Teatro San Martino

TeatroSanMartino@MarcoCaselliNirmal

È recente la notizia della chiusura a Bologna del Teatro San Martino, punto di riferimento per la sperimentazione e i nuovi linguaggi teatrali. Cosa sta succedendo al teatro di ricerca? Pubblichiamo una riflessione di Azzurra D’Agostino.

di Azzurra D’Agostino

and fade out again
and fade out
Radiohead

Se “benedetta è la città che fonda un teatro”, come suona la frase di Edward Bond a sottotitolo dei Quaderni di Roma – com’è la città che lo chiude?

In momenti come questi viene in mente un paragone piuttosto amaro, ci si sente come quando a un funerale vorresti dire due parole a suggello della vita di un amico; difficile raccogliere in una manciata di frasi tutta la strada che avete fatto insieme, il peso di un’assenza che comincia a diventare reale.

Storia cadaverica d’Italia. Daniele Timpano e le retoriche italiche

AldoMoro

Pubblichiamo la recensione di Graziano Graziani, uscita sui Quaderno dei Teatri di Roma, sullo spettacolo «Aldo Morto. Tragedia» di Daniele Timpano, in scena al Palladium di Roma fino al 15 aprile. 

Il poeta della beat praghese Egon Bondy apriva il suo unico romanzo – oggetto di culto circolato per anni illegalmente e in edizioni “samizdat”, cioè autoprodotte – con il ritrovamento di un cadavere: era il cadavere del mondo. Nel suo futuro distopico, l’utopia socialista si è ridotta a un cadavere che butta fango dai cui miasmi bisogna il più possibile girare alla larga.

Daniele Timpano, autore e attore della scena contemporanea, ha invece disegnato nell’arco di tre spettacoli quello che potremmo definire il “cadavere d’Italia”, ovvero ciò che ne resta della costruzione dell’identità nazionale in un paese che non ha mai avuto un mito fondativo davvero condiviso – al pari di nazioni come la Francia o gli Stati Uniti – e agonizza ancora oggi tra aspirazioni autonomiste, recriminazioni e luoghi comuni all’ombra del proprio campanile. Il cadavere come metafora della decadenza di un’italietta – nel senso descritto da Pasolini – che cerca di raccontarsi come nazione eroica, ma che inevitabilmente inciampa in una prosopopea che si sgonfia ricadendogli addosso, in una retorica già in via di decomposizione.