Life is a killer. Dentro Russian Doll

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Contiene spoiler, dall’inizio alla fine.

Per quanto ci siano momenti dentro Russian Doll che sanno essere psicologicamente difficili, perché riguardano traumi più o meno comuni a tutti noi – familiari, relazionali, e così via – o la paura, alla fine della giostra, di essere tremendamente soli; e poi, dettaglio non trascurabile, c’è questa morte ricorrente che investe e perseguita Nadia Vulvokov, il personaggio che interpreta; ecco, malgrado tutto questo, c’è da scommettere che Natasha Lyonne si sia divertita un sacco a farlo. Farlo nel senso di scrivere – insieme a Amy Poehler – e interpretare questa serie disponibile su Netflix, ricominciando daccapo nel bagno dell’appartamento dove è in corso il party per i trentasei anni di Nadia.

Sex Education: il bisogno di comunicazione che abbiamo

Se al liceo avessimo avuto un compagno esperto di sessuologia con cui parlare, le nostre relazioni sarebbero state senz’altro migliori. Quanti meno errori avremmo fatto, quanto ci saremmo capiti di più, e fatti del bene.

Nel liceo Moordale della serie Sex Education, Maeve (Emma Mackey) scorge un potenziale psicologo in Otis (Asa Butterfield), quando assieme soccorrono Adam (Connor Swindells), chiuso dentro a un cesso, paralizzato davanti all’immagine del suo stesso membro, impennato furiosamente, gonfiato da una tripla dose di Viagra. Comincia tutto nel bagno scrostato e abbandonato ai margini del complesso scolastico. Lì si gioca a carte e si fuma, si comprano i compiti in classe, ci si confidano le scopate, e si consumano le prime consulenze di sessuologia.

Prima o poi. Appunti sul tempo nella serialità televisiva

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un pezzo contenuto in Tempo di serie. La temporalità nella narrazione seriale, a cura di Fabio Cleto e Francesca Pasquali, un libro pubblicato da Unicopli sul nesso tra tempo e serialità televisiva.

Quando ho ricevuto l’invito a contribuire a questo volume, come sarà capitato a ognuno degli autori ho provato a pensare come declinare il nesso – tempo e serialità televisiva – che il titolo propone. Ho valutato alcune suggestioni, ho preso qualche appunto, ho deciso e ho cambiato idea. Una delle questioni che mi sono sembrate più coinvolgenti riguarda una conseguenza, insieme defilata e cruciale, relativa all’avvento delle serie TV e al loro consumo planetario, vale a dire la loro capacità di incidere sulle prassi sociali e sulla vita affettiva. Nonostante abbia alla fine scelto di affrontare un altro tema, mi permetto però un minimo accenno.

Il genio di Pablo Picasso in una serie

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Come distinguere l’artista dall’arte? Prendiamo Picasso, per esempio: opere e vita. Dopo Albert Einstein, è stato scelto come protagonista della seconda stagione della serie tv “Genius”, prodotta da Brian Grazer e Ron Howard, e in onda ad aprile su National Geographic (canale 403 di Sky). Le riprese sono iniziate lo scorso ottobre a Parigi, per poi passare a Malaga e Barcellona, e terminare in queste settimane – gli interni e pochi esterni – in Ungheria, nei sempre più gettonati (dal cinema e dalla televisione) Korda Studios di Budapest.

Principe Libero – Raccontare bene Fabrizio De André

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di Giulia Cavaliere

Prima regola tacita del giornalista musicale della mia generazione: di Fabrizio De André non si scrive. Lo si ascolta, lo si racconta e commenta tra amici, su un divano, attorno a un tavolo, davanti a un giradischi ma di lui non si scrive, lui non si omaggia, non gli si dedicano pezzi brevi, articoli ‘i migliori dischi di’, long form esegetici: niente.

Il motivo è molto semplice: De André è un gigante ed è, piuttosto evidentemente, materia viva, incandescente, alta, difficile da maneggiare; il suo nome, il suo approccio all’arte e la sua scrittura necessitano di studio, analisi rigorosa, un modo di operare con la cultura completamente distante dalla ruminante velocissima creazione di contenuti richiesta oggi.

Una mappatura musicale nella creazione di mondi: The Knick e Stranger Things

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Addicted. Serie tv e dipendenze, a cura di Carlotta Susca per LiberAria, che ringraziamo.

di Michele Casella

I mondi lynchiani vengono generati da un particolare, un singolo suono o immagine che si amplia nello spazio e nel tempo in soluzioni vorticosamente spiraliformi, ma pur sempre drammaturgicamente omogenee. La colonna sonora di Lynch/Badalamenti è sapientemente suggestiva, capace di proiettare tramite l’udito il mood di base delle singole scene. Così come la melodia e il ritmo contribuiscono a caratterizzare i protagonisti della storia, allo stesso modo la soundtrack è capace di legarsi a paesaggi e tensioni delineandone chiaramente i contorni emotivi.

Siamo ancora a Twin Peaks. Spazi culturali e paesaggi sociali

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(Immagine: Angelo Iannaccone) di Chiara M. Coscia e Nicola Cucchi  Quando ci si avvicina a Twin Peaks lo si fa sempre con un misto di timore reverenziale e conscia rassegnazione,  poiché ci troviamo di fronte a IL prodotto televisivo del secolo scorso (e forse anche di quello a venire), nonché la serie TV che ha cambiato […]

L’era dei format

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Pubblichiamo la prefazione di Fabio Guarnaccia a L’era dei format di Jean K. Chalaby (minimum fax), ringraziando l’autore e l’editore.

Non c’è dubbio che questa è davvero l’epoca dei format. Non lo dicono solo i numeri, ma anche l’estensione dei generi che rientrano sotto la sua egida. Se in principio si trattava di un affare che riguardava quasi solo i game show (i quiz), oggi anche le serie televisive ne fanno parte a pieno titolo. A dispetto di tutto ciò, va ricordato al lettore che per fare televisione i format non servono davvero

Tracce di Bene

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Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica di Nicola Lagioia “Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno […]

“The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana

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Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Negli anni settanta la “Deuce” era il nome con cui i newyorchesi chiamavano la Quarantaduesima strada di Manhattan, a pochi passi da Times Square: un lungo marciapiede affollato di prostitute e un’infilata di cinema grindhouse aperti tutta la notte che davano film in programmazione continua e un rifugio temporaneo a senzatetto o piccoli criminali in fuga. Ambientata in quegli anni e in quella strada, The Deuce è la serie tv con cui è finalmente risorto il “dream team” di The Wire (artefici dell’operazione sono i produttori, scrittori e sceneggiatori David Simon e George Pelecanos) per raccontare ascesa e caduta dell’industria pornografica americana.