Seminario portatile di traduzione: “Anna Karenina”

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In vista degli incontri con Claudia Zonghetti, traduttrice di Anna Karenina per la nuova edizione Einaudi, mi sono preparato leggendo qua e là commenti e interventi fatti a riguardo su blog e giornali, ho annotato un po’ di domande – alcune piuttosto sciocche, come per esempio: “Qual è la parola russa per dire “sottosopra?” – e, naturalmente, ho riletto Anna Karenina, rendendomi conto con un misto di malinconia e felicità, con struggimento quindi, che un romanzo così bello, temo, non mi capiterà più di leggerlo.

Non è il libro che ho amato di più, no, questo no, ma è il romanzo più romanzo che abbia mai letto. Anna Karenina è, per così dire, il principe azzurro dei romanzi; quello che sotto sotto ogni lettore spererebbe di incontrare ogni volta che comincia un libro.

Trilobiti: tradurre Breece D’J Pancake

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Arriva in libreria per minimum fax Trilobiti di Breece D’J Pancake con la nuova traduzione di Cristiana Mennella, una prefazione di John Casey e una nota di Joyce Carol Oates. Pubblichiamo un intervento della traduttrice e un estratto dal libro, ringraziando l’editore. Vi segnaliamo che domenica 15 maggio alle 15.30 allo Spazio Babel del Salone del libro di Torino ci sarà un omaggio a Breece D’J Pancake con la traduttrice Cristiana Mennella, Violetta Bellocchio, Giorgio Gianotto e Vincenzo Latronico. (Immagine: particolare della copertina a cura di Stefano Vittori – Falcinelli&Co.)

Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

Vivere nella “Recherche”. Giovanni Raboni e Marcel Proust

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di Matteo Moca

Roland Barthes, in una discussione sulla Recherche con Gilles Deleuze e Gérard Genette, parla dell’opera di Proust come di un tipo di testo che può soltanto indurre idee di ricerca e non delle ricerche vere e proprie; è la sostanza straordinaria e peculiare che la compone a renderla oggetto di desiderio per il critico ma anche, nello stesso momento, a consegnargli il rischio di una conclusione che mai potrà dirsi realmente tale, che anzi non si assesterà mai in una posizione definitiva, ma si muoverà sempre in una continua tensione di ricerca.

A proposito di Lena

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Tiziana Lo Porto uscito sul Venerdì il 30 settembre. (Fonte immagine)

L’ha detto benissimo Truman Capote: “La differenza tra realtà e finzione è che la finzione deve essere coerente”. Detto più banalmente, scrivere finzione è come raccontare bugie: se non hai buona memoria e abbastanza immaginazione per tenerle in vita senza farti beccare, evita di farlo. In questa zona d’ombra tra realtà e finzione si colloca regina l’opera di Lena Dunham: il suo bellissimo lungometraggio Tiny Furniture (del 2010, acclamato in America, ingiustamente ignoto in Italia), la fortunata serie tv Girls (da lei scritta, diretta, interpretata, prodotta) che le ha permesso di conquistare la gloria internazionale e diversi Emmy, il felice memoir Non sono quel tipo di ragazza (Sperling & Kupfer, mia la traduzione, pagg. 288, euro 15,80) con cui oggi ha appena esordito come scrittrice uscendo in contemporanea in 22 paesi oltre che in America. In ogni sua opera ha attinto a piene mani dalla propria vita per farne opere d’arte e di successo.

Traducendo La Rock Encyclopedia di Lillian Roxon

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Pubblicata nel 1969, l’anno del festival di Woodstock, la leggendaria Rock Encyclopedia e altri scritti di Lillian Roxon arriva ora in libreria (a breve per minimum fax).

Segnaliamo che venerdì 26 settembre il libro sarà presentato in anteprima a Roma, al Monk club, da Emiliano Colasanti e dalla sua traduttrice Tiziana Lo Porto e festeggiato con un dj-set di Omaggio a Lillian Roxon.

Pubblichiamo qui una riflessione che Tiziana Lo Porto ha scritto sul suo lavoro di traduzione al libro. (Nella foto, Lillian Roxon con Lester Bangs. Fonte immagine).

di Tiziana Lo Porto 

La prima volta che ho sentito parlare di Lillian Roxon è stato a un festival di cinema. Tra i film minori in programma c’era un documentario che si chiamava Mother of Rock: Lillian Roxon, diretto da Paul Clarke. La scheda del film diceva che era la storia di una giornalista rock australiana (anche se era nata in Italia da genitori polacchi) vissuta a New York negli anni sessanta e settanta e lì diventata amica di molti celebri musicisti rock. Tra i suoi amici c’era Iggie Pop.

Martina Testa intervista Ben Fountain

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Quando una traduttrice intervista uno scrittore: Martina Testa conversa con Ben Fountain, autore del romanzo È il tuo giorno, Billy Lynn! uscito per minimum fax nel 2013. 

di Martina Testa

Il tuo libro parla di un gruppo di giovani soldati americani impegnati al fronte in Medio Oriente che vengono riportati negli Stati Uniti e acclamati come eroi in un “Victory Tour” di due settimane, dopo che una loro missione viene filmata da una troupe televisiva e finisce su un tg nazionale. Dopo il tour di propaganda (che culmina in un’ospitata alla prestigiosa partita di football del Giorno del Ringraziamento), i ragazzi verranno rispediti al fronte.

Ammesso e non concesso che certe categorizzazioni abbiano un senso, se questo è un “romanzo di guerra” (è stato, in effetti, più volte paragonato ad altri romanzi di guerra, da Comma 22 di Joseph Heller al recente Yellow Birds di Kevin Powers), lo è in un senso molto vago, perché la guerra non si vede mai. Allora forse non è un romanzo di guerra? Tu come lo vedi?

È un romanzo che parla di un periodo storico – nel quale ancora ci troviamo – in cui gli Stati Uniti d’America sono impazziti. Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono stati i sintomi più evidenti di questa pazzia, ma tutti gli altri elementi del romanzo – il football, le cheerleader, l’industria cinematografica, il capitalismo, la pubblicità, la religione – sono tinti di una loro particolare sfumatura di follia.

Sul crumiraggio tra i traduttori. Un piccolo indovinello logico.

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Una casa editrice chiede a una traduttrice di tradurre un romanzo.
Quella ci sta, lo traduce quasi tutto, e poi dice alla casa editrice: Se non mi pagate i due anni di arretrati per le altre traduzioni che vi ho fatto, io non ve la consegno.
Allora la casa editrice dice: va bene, ciccia, tienitela.
Poi va da una seconda traduttrice e le chiede: Ti va di tradurre questo romanzo per noi?
La seconda traduttrice risponde: Sì volentieri ma prima mi date i due anni di arretrati delle traduzioni che ho fatto per voi.
La casa editrice dice: no, ciccia.

Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

Tradurre Cheever, il meraviglioso

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I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L’aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L’immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall’omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.