Teju Cole. Delle città aperte o della porosità di certi confini

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

(fonte immagine)

Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur,Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città». Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.

L’arte e la città: nuove pratiche ed esperimenti di futuro

Alessandro Bulgini Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva 2015)

Questo pezzo è uscito su “Scenari”, settimanale di approfondimento culturale di Mimesis. (Immagine: Alessandro Bulgini, Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo – Taranto Opera Viva 2015)

I.

Quella che è una precondizione sostanziale di ogni discorso incentrato sulla cultura e sulla creatività viene in generale sorvolata, e va dunque continuamente precisata e definita. Non solo la creatività è alla base delle produzioni culturali e creative e della filiera industriale che fa ad esse riferimento diretto, ma essa oggi è e rappresenta molto di più, in termini di ruolo e di impatto. Uno degli errori di prospettiva più comuni relativi a questo tema consiste infatti nel considerare i diversi ambiti produttivi, innovativi, economici come disconnessi e separati, in base a una compartimentazione che non esiste più nei fatti, ormai da molto tempo, nelle società avanzate: questo errore è particolarmente evidente, per esempio, proprio nei Paesi che all’interno della presente crisi non riescono a uscire, a livello di visione politica e di policies concrete da attuare, da una logica totalmente concentrata sulla “manifattura” o sulla “grande industria”, a discapito delle idee e dell’innovazione.

Una moschea in centro (a Firenze) per un’integrazione vera

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Questo intervento di Tomaso Montanari è uscito sulle pagine dell’edizione fiorentina di Repubblica. (Fonte immagine)

Quanti secoli ci ha messo il cristianesimo a ripudiare la convinzione che si possa uccidere in nome di Dio? Quando aveva l’età che ha ora l’Islam, in Europa scorrevano fiumi di sangue. E sembra che ci siamo dimenticati che, in nome del cristianesimo, solo vent’anni fa furono uccise decine di migliaia di musulmani bosniaci, a poche centinaia di chilometri da Ancona.

Se vogliamo accelerare un simile ripudio nell’Islam italiano, se vogliamo che siano più numerose e più forti le voci di chi dice «not in my name» (come ha subito gridato Igiaba Scego, scrittrice musulmana di origine eritrea, che vive a Roma), abbiamo un’unica strada: accelerare l’integrazione. Ma quella vera.

Il cemento va fermato prima che arrivi

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, l’abbattimento del 30 novembre – Fonte)

È stata una bella domenica, questa prima domenica di Avvento. Perché l’abbattimento dell’ecomostro di Alimuri fa sperare nell’avvento di un’Italia libera dal cemento. La determinazione dell’amministrazione di Vico Equense, il direttore dei lavori che rinuncia al compenso, le sirene delle barche che salutano la nube che piano piano si innalza, avvolgendo la scogliera come una gloria barocca: tutto sembra perfetto. Ed è commovente la presenza delle scolaresche: allineate sulla spiaggia a imparare che lo Stato, nonostante tutto, esiste. Che la Repubblica lo tutela davvero il paesaggio della Nazione. Che non è vero che lottare non serve a nulla.
Certo, non appena quella nube di giustizia e legalità si dirada, riappare la realtà.

Amore e morte a Verona ai tempi della Lega

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell’Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d’Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d’amore, buca per le lettere all’eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno…) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l’idea è di renderla anche un ambito traguardo per l’estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l’ultima spiaggia della messa a reddito dell’umana esistenza.

Alluvioni. O il potere forte del cemento

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Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo

Matera 2019. Da Carlo Levi a Twitter: il «futuro aperto» nasce tra i Sassi

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Questo pezzo è uscito su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Oscar Iarussi Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia […]

Milano: un paesaggio mentale?

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Questo articolo è uscito su Gli Altri nel 2010.

“Milano – si legge in una breve intervista a Elvio Fachinelli del 1989, l’anno sua morte – “è una città in qualche modo astratta, asettica, ‘non’ provinciale e proprio per questo molto attraente per un intellettuale”. A me è capitato spesso, negli ultimi anni, di definirla “un paesaggio mentale”: un luogo dove i sensi si eclissano, perché non hanno niente a cui appoggiarsi e su cui sostare, e dove, al contrario, i pensieri possono viaggiare indisturbati, affondare nella memoria o aprirsi a soluzioni nuove, impensate. Ma è sempre stata così, per me, per Elvio, per tutti quelli che, arrivati qui dalla provincia negli anni cinquanta o sessanta, hanno poi respirato la ventata libertaria del ’68, del movimento non autoritario e del femminismo? È vero che i “gruppi affinità, di simpatia, di  bizzarria” che si formarono allora, intolleranti dei vincoli imposti dalla tradizione e desiderosi di creare “nuove istituzioni d’amore”, si sono rapidamente dissolti come “cristalli liquidi”. Ma cosa ha poi impedito che si ricristallizzassero altrove? Da quando, per molte donne e uomini che l’abitano come me da oltre quarant’anni, e che si sono abituati a pensarla come “casa”, Milano è diventata così evanescente, così famigliare e sconosciuta al medesimo tempo?

La Biblioteca Provinciale di Foggia chiuderà al pomeriggio. Ve lo racconto, da dentro

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di Roberta Pilar Jarussi

Vivo a Foggia. Lavoro in Biblioteca. Il suo nome completo sarebbe Biblioteca Provinciale di Foggia “La Magna Capitana”, ma così per intero, non lo dice mai nessuno, basta dire ‘la Biblioteca’, con tono sicuro, e tutti capiscono.

Io per esempio lo dico con una certa fierezza, che lavoro faccio. Lo dico con orgoglio, e fuori città mi apprezzano, ho scoperto, mi riconoscono, cioè non che sappiano di me, ma spesso conoscono la biblioteca alla quale appartengo, perché tra le biblioteche Italiane, la nostra è una di quelle di cui si parla assai bene.

Vivo a Foggia. Non sono molto contenta della città in cui vivo, neanche di lasciar crescere qui i miei figli adolescenti, potenzialmente vulcanici, grandiosi o persi, chi lo sa, il limite è esile e il luogo non fortifica. Me ne andrei volentieri altrove, se potessi. Una delle ragioni per cui non me ne vado, otre a mia madre vecchia, ai soldi pochi, ai figli due, è la mia biblioteca. A cui sono legata. Molto. Per questo la chiamo mia.

Morire (o quasi) di gentrizzazione

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di Claudio Morici È vero: noi romani, di generazione in generazione, siamo stati spazzati via dai quartieri centrali della nostra città. Il motivo principale lo sappiamo tutti: è diventato troppo caro. Nei quartieri del centro ora ci abitano gli stranieri, gli impiegati di qualche grossa azienda, i politici, i ricchi. Ma chi ci è nato […]