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Catullo immortale. La nuova vita delle poesie nella versione di Alessandro Fo

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Catullo è stato il primo poeta a scrivere un canzoniere d’amore dedicato a una specifica persona. In questo canzoniere ha dato voce alla sua storia sentimentale con tutti gli accidenti e le contraddizioni che caratterizzano qualsiasi storia, a partire dall’innamoramento, la seduzione, la crisi, la riconciliazione, fino alla crisi definitiva». Alessandro Fo non ha dubbi. Di fronte alla massa di studiosi che negli ultimi anni hanno scritto tutto e il contrario di tutto circa la portata biografica della poesia di Catullo, è necessario essere chiari. Docente di Letteratura Latina all’Università di Siena, autore sei anni fa di un’ammiratissima traduzione dell’Eneide, Fo giustifica il suo giudizio netto con una monumentale edizione del celebre liber, zeppa di riferimenti, spiegazioni, approfondimenti, nonché una nuova eccezionale traduzione. Un lavoro destinato a rappresentare un punto di riferimento decisivo per chi voglia confrontarsi con le liriche di uno dei più amati poeti latini.

Appena uscito per Einaudi, Gaio Valerio Catullo, Le poesie (pp. 1488, euro 58) è costato a Fo un impegno durissimo. «Circa cinque anni. Ma lo avevo promesso a me stesso. Se sopravvivo voglio fare Catullo – mi dissi mentre curavo la malattia. Poi ho cominciato. E mi ha mantenuto in vita». Del resto, poeta egli stesso, Premio Viareggio 2014 con  Mancanze (Einaudi), Fo è stato più volte definito “alessandrino” per la sua poesia dotta, erudita, che cerca al tempo stesso di mostrarsi semplice. Proprio come Catullo. «È la facilità difficile di un poeta che ho sempre amato e che sento consonante per ragioni umane oltre che poetiche. Ma insomma, siamo chiari: Catullo è inarrivabile. È stato capace di cantare le piccole cose della quotidianità come nessuno, celebrandole quasi fossero le cose più grandi del mondo e lanciandosi in questo gioco sempre con il sorriso sulle labbra, con autoironia».

Per i suoi contemporanei, Catullo fu un rivoluzionario. Prima di lui la poesia s’identificava sostanzialmente con l’epos al servizio della comunità. Poi arrivarono i cosiddetti “neoterici”. «Ossia questi nuovi poeti, giovani che si dedicano a celebrare eventi minori e aggredire chi non fa parte della loro cerchia, scrivendo per destinatari precisi, gli amici più vicini, eppure strizzando l’occhio a chi sarebbe venuto dopo. Catullo ha ben chiaro che il suo fine, al di là delle storie contingenti, è nei secoli a venire. Parla a noi che ancora lo leggiamo e ci emozioniamo. E lo fa dunque con successo». Il liber è composto in sostanza da due generi di poesie: composizioni brevi e leggere e liriche di maggiore estensione e complessità, dette anche carmina docta. Parecchi i temi, ma certo quello che è rimasto nei secoli è l’amore, l’amore per Lesbia, che molti critici considerano solamente letterario. «Io credo sia molto più difficile lo scetticismo oltranzista. Non penso ci possano essere dubbi: Lesbia è il nome che Catullo attribuì a Clodia, moglie di Quinto Metello Celere. Catullo la conquistò con il carme 51, ossia la traduzione di una famosissima lirica di Saffo in cui è assente il nome – Lesbia – che Catullo invece inserisce per dedicare i versi a Clodia». Spariscono dunque tutte le tentazioni di chi vuole vedere nel nome un riferimento a pratiche sessuali, visto che nell’antichità le ragazze di Lesbo erano famose, più che per ciò che oggi dice il termine derivato, a causa della propensione per il sesso orale. «La porno-critica a me pare assurda. Si corteggia una donna attribuendole una capacità del genere? E così anche per il passerotto dei primi componimenti. Cinguettii e beccheggiamenti non si prestano a doppi sensi. Sono fantasie gratuite».

Anche se in Catullo l’uso di registri bassi è frequente. «Certo. Gli piace suonare anche queste note. Ma l’eleganza non manca neppure nei casi in cui le oscenità sono più sconcertanti come nel carme 97, uno di quei commenti sociali caratteristico del Catullo che aggredisce l’avversario esasperandone le bassezze». Atteggiamento tipico verso politici come Giulio Cesare. «Nei confronti di Cesare, Catullo inizialmente mostrò una certa apertura. Poi lo giudicò spregiudicato e ambizioso. Dunque lo aggredì mettendone in piazza i costumi sessuali più condannati dal senso comune del suo tempo, come l’omosessualità passiva». Fu una breve vita, quella di Catullo, segnata, oltre che dall’amore, dal grande dolore per la morte del fratello. «Anche in questo caso c’è chi mette in dubbio tutto. Ma è difficile inventarsi la morte di un fratello pur di fare poesia. In realtà fu una ferita sconvolgente che portò Catullo a perdere ogni piacere per l’esistenza quotidiana. Il tempo lo curò. È molto probabile che proprio per visitare la tomba del fratello, si mise in viaggio al seguito di una spedizione amministrativa. Arrivò così dalle parti di Troia dove il fratello era morto. I versi che Catullo gli dedica sono diventati un archetipo decisivo per innumerevoli poeti. Pensi a Foscolo». Una trentina di anni visse questo poeta nato a Verona probabilmente nell’84 a.C. Eppure la sua maturità letteraria è da sempre una prova con cui confrontarsi.

La traduzione di Fo tenta vie finora inesplorate, usando la cosiddetta “metrica barbara” per ciascun componimento. «I metri latini non sono riproducibili. Possiamo tentare un’equivalenza ritmica. Che io sappia nessuno ci aveva provato per l’intero liber. Ho cercato di affiancare la leggibilità all’andamento metrico. Se ci sono riuscito lo diranno i lettori». Una prova che può tentare soltanto un poeta? Uno come lei che peraltro è cresciuto fra gente di teatro. «Mio zio Dario non è stato molto influente. Era lontano geograficamente. Più importante la casa zeppa di libri in cui sono nato. Mio padre scrittore e organizzatore teatrale e mia madre accanita lettrice. Io in famiglia ero considerato un po’ la pecora nera per il desiderio di seguire gli studi e la vita accademica. Pedanterie che poi sono state decisive in questo lavoro. Un lavoro in cui però credo sia necessario avere un briciolo di vocazione poetica. Del resto, quando si sta così a lungo a contatto con un poeta si finisce per assorbire a tal punto che poi ci si ritrova a imitarlo anche inconsapevolmente. Diciamo che c’è uno scambio bilaterale e biunivoco. Catullo ha nutrito me. Spero di essere riuscito anche io a nutrire lui».

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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