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Cavalcare il rinoceronte. Licia Lanera porta in scena «Roberto Zucco» di Koltes

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@photo Andrea Macchia

Ha avuto un bel coraggio, Licia Lanera, chiamata a dirigere i ragazzi neodiplomati della scuola del Teatro Stabile di Torino, a scegliere Bernard-Marie Koltes. A scegliere cioè un testo ricchissimo, complesso, grondante di umanità e di morte come «Roberto Zucco».

Lo spettacolo è andato in scena al Gobetti, nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi che ha sostenuto la produzione dello Stabile, ed è giusto che sia stato inserito in cartellone con gli spettacoli di Castellucci, Sinisi, Ferracchiati e con nomi internazionali come Agrupación Señor Serrano, perché non si è trattato di un semplice saggio di fine accademia, ma di uno spettacolo di grande livello e fattura. Licia Lanera, forse andando a pescare nell’immaginario gotico non del pop, ma della fiaba – attorno al quale sta lavorando da tempo per i suoi Black Tales – ha creato un mondo in bianco e nero teso e grottesco come un hard boiled, dove l’unico elemento di colore è il rosso del sangue che, a più riprese, schizza guignolesco su una scena black&white, come nei fumetti di Frank Miller.

Se pensate si tratti di una scelta estetizzante, siete fuori strada. La scelta calligrafica di Licia Lanera è del tutto funzionale a una detonazione di significato che riesce, con grande impatto scenico, a far collidere il mondo anni Ottanta di Koltès con il nostro.

«Roberto Zucco» si basa sulla storia vera del suo quasi omonimo Roberto Succo, omicida seriale veneziano che compie la sua triste parabola di morte tra l’Italia e Francia, per finire suicida in carcere nel 1988. Un’epoca macera in cui i corpi giovani scalpitano nel nofuturismo del punk, accusano il colpo della fine delle utopie e portano sulla propria pelle, istoriata come il portone di un luogo sacro, i segni del neoliberismo che si andava affermando e che stritolerà l’anarchia dei corpi tra l’incudine del decoro e il martello della mercificazione. Koltes seguirà il suo anti-eroe l’anno dopo, nel 1989, stroncato dall’Aids in un momento in cui l’omosessualità era diventata uno stigma sanitario a suggello di quello morale. «Roberto Zucco» fu l’ultimo testo di Koltes, rappresentato dopo la sua morte, quello in cui militanza politica e poetica si intrecciano non per sostenere una tesi, ma per sollevare il tappeto e guardare in faccia la spazzatura che ci abbiamo nascosto sotto.

Non c’è tenuta morale nell’universo descritto dal drammaturgo francese, i buoni possono essere i cattivi e viceversa, la prostituita portatrice di sogni e il guardiano portatore di indifferenza, la madre disconoscere il figlio e il figlio uccidere la madre. Di fronte all’apocalisse morale non si può che reagire con parossismo e poesia – che sono gli aspetti che più esalta del testo koltesiano la regia di Licia Lanera. Nei personaggi di Koltes tutto si tiene drammaticamente in superfice, una superficie che sembra senza profondità, salvo spalancare abissi davanti agli occhi degli spettatori. Abissi di abiezione o – non meno spaventosi – di mancanza di senso. Se tutto questo parla al mondo che celebrava la fine del secolo breve, non parla di meno a quello di oggi, alla gioventù coetanea degli attori in scena, dove la superficie come sola dimensione praticabile (come quella dell’uomo di Marcuse) trova la sua “incarnazione” – si fa per dire – nella smaterializzazione dei social.

I personaggi abietti, periferici e illegali di Koltes semplicemente esistendo sono un insulto alla sterilizzazione della società, e lo sono tanto più perché non propongono una morale diverse e più pura, più giusta, ma perché si presentano come estrema perversione di quegli stessi imperativi – godere, consumare, dissipare – che animano il mondo di sopra non meno del mondo di sotto.

Che la scrittura di Koltes sia in grado di attraversare il tempo, di farsi universale, lo sapeva già chi conosce il suo teatro. E forse, con il monologo di Pier Francesco Favino al festival di Sanremo tratto da “La notte poco prima della foresta”, se n’è accorto anche un pezzo di grande pubblico. Quello stesso monologo che Maurizio Gasparri – che sicuramente Koltes non sa chi sia – ha definito “penoso” poiché a quasi trent’anni dalla scomparsa del suo autore è stato in grado di far detonare una contraddizione del nostro presente, capace di infastidire una certa parte politica poiché, sul tema delle migrazioni, ne evidenzia le responsabilità. Sì, ci vuole sensibilità poetica per riverberare nel futuro, cioè nel nostro presente, dove ancora come allora il “male” è sempre visto come qualcosa di esterno da noi, i buoni, i salvati, i puliti, i ricchi assediati dalle orde indecorose della vita non normata che preme alle porte della nostra fortezza Europa.

Ci vuole sensibilità per scriverlo ma anche per leggerlo, come rilevava Lorenzo Donati – acuto critico teatrale – in un suo post su Facebook in forma di lettera dedicato al decano dei critici Franco Quadri, scomparso nel 2011, che Koltes aveva visto, letto, tradotto e pubblicato con la sua Ubu Libri. Una pratica rabdomantica che è l’unica possibile strada da praticare, se vogliamo che un’arte minoritaria come il teatro abbia un senso.

I ragazzi della scuola dello stabile assecondano la visione che Licia Lanera, in qualche caso in modo davvero mirabile (spiccano lo Zucco di Riccardo Niceforo, la prostituta Noemi Apuzzo, la ragazzina Giulia Mazzarino, il magnaccia Jozef Gjura, ma convincono anche le maschere grottesche dei guardiani Alfonso Genova ed Elvira Scorza). Sono portatori di un’energia che incarna perfettamente quello stare in bilico tra grottesco e poesia della scrittura di Koltes.

Un’energia che, orchestrata da Licia Lanera, esplode in alcune scene madre come quella della carneficina nella seconda metà dello spettacolo, dove il grottesco e il guignolesco toccano l’apice, anche grazie ad alcune trovate sceniche semplici ma notevoli, come quelle dei palloncini scoppiati con l’ago che, pieni di sangue, rovesciano sulla faccia della vittima il proprio contenuto. O quella – quasi una composizione pittorica – dei corpi accatastati l’uno sull’altro, ancora quei corpi giovani che riescono a indossare nello stesso tempo la superficie e l’abisso, inquietudine e il fascino, esseri anfibi come il coro delle prostitute col pube nudo e il seno coperto, animali di un mondo che è in cancrena e allo stesso tempo scoppia di vitalismo.

Bestie selvagge, ierofanie di un mondo in dissoluzione, dove un uomo può assumere mille volti senza averne davvero uno – chi è in fondo Zucco? un agente segreto o un fuggitivo? un serial killer o un bambino immorale? – e uccidere praticamente senza un perché. Creature di una giungla umana che si caricano di simboli, come l’animale evocato da Roberto Zucco quando afferma che per lui non esistono ostacoli, cadono da soli, travolti dalla sua la sua sfrenatezza: “Sono solitario e forte, sono un rinoceronte”. Il rinoceronte, quell’animale maestoso e quasi estinto in cui Salvador Dalì rintracciava dei segni del divino. E il rinoceronte fa la sua comparsa in scena, enorme, e Zucco lo cavalca come la tigre di Evola, carico della stessa forza distruttrice. Ma non è certo l’esaltazione nietzschiana della forza a stare al centro della visione di Koltes. Così come non esalta in alcun modo una figura d’assassino ma la osserva nella contraddizione che non è sua soltanto, ma del mondo che lo ha partorito, il suo sguardo si dirige agli antipodi, verso l’essere rifiutato, verso la genesi del mostro. Senza assoluzioni né giudizi.

Siamo esseri ibridi, nell’abiezione come nella fragilità che caratterizza ogni uomo, sembra dire Koltes, e Licia Lanera gli risponde mandando i suoi attori in parata come divinità cadute di un Egitto mitologico, dalla testa di rinoceronte e dal corpo martoriato di donne e di uomini.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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