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C’è solo da disdire

Cambiava voce, puntualmente. Tornava bambino, anche negli ultimi mesi di vita. Gli bastava sprofondare nei ricordi e Carmelo Bene riacquistava un timbro argentino, da Pinocchio fragile, eccitato da lampi lucignoleschi.  Un prodigio evocato dall’esclusiva presenza di pochi amici fidati. Si spogliava così delle crudeltà amletiche e delle amplificazioni elettroniche. Risaliva il fiume di Ballantine’s che gli aveva inondato la gola, per decenni. Esorcizzava tonnellate di Gitanes, cento al giorno, aspirate a fondo. Accantonava il tono da belva reclusa delle ribalte costanziane e cominciava a ridere teneramente di sè. “Qualunque autobiografia è sempre immaginaria. Tu credi di raccontare la tua vita e chissà cosa racconti. C’è solo da disdire. Le cose sottaciute o non dette valgono più delle cose raccontate”. Ho pensato di utilizzare questo sussurro medianico, recuperato da alcune audiocassette, e trasformarlo in voice over di un film, interamente impostato sulla soggettiva beniana. Ricostruendo, senza didascalismi, il cinema che la voce evoca. Carmelo Bene non apparirà mai, ma il mondo che scivola sullo schermo simulerà ciò che ha visto o creduto di vedere.

Dalla sue parole affiora un Salento bunueliano, cristallizzato in un  tempo circolare, escluso dalla Storia e dalle sue illusioni di progresso: “Tutta la terra d’Otranto è fuor di sé. Se n’è andata, chissà dove. È una terra nomade, gira su se stessa. A vuoto”.  Nato a Campi Salentina nel 1937, circondato da tabacco, grano e ulivi. “Abortito, per la precisione: mi presero per i capelli”. Il padre lo sognava notaio, la madre prete.  A cinque anni era già chierichetto, con tanto di cotta bianca. Serviva messe dalle prime luci dell’alba, mulinando l’incenso con maestria. Estasiato dall’appeal inorganico delle Madonne di cartapesta, imbevute di sensualità pagana dagli artigiani locali. Gli occhi, già sgranati, si riempivano di azzurro, argento, rosso, rosa e oro: i colori del suo teatro, e successivamente, del suo cinema.  Una volta sollevò furtivo la veste della sua Madonna prediletta, rimanendo pietrificato dalla visione di uno scabro supporto di legno. La liturgia era uno spettacolo vertiginoso. Grappoli di beghine che litaniavano a gole spiegate, in un pastiche di latino maccheronico e dialetto locale. “Un turpiloquio degno di Rabelais. Bestemmiavano, rispondendo a me e al prete. Vituperi incredibili, ianua coeli che diventavano ianua culi. Era grandiosa, la messa in latino. Un grave errore, sopprimerla: quando hanno capito di che si trattava, le chiese si sono svuotate. Il mio teatro, fondato sull’incomprensione tra officianti e spettatori, è nato allora”. Divorava ostie con gli altri chierichetti, affamati e clandestini: “Un Dio sconsacrato, mangiato a colazione”. Entrava poi in classe, consegnandosi alle molestie di Scolopi ad alto tasso etilico, non particolarmente ferrati in teologia. “Volevano solo il sangue, di nostro Signore”.
Dopo la scuola si apriva il sipario del tabacchificio, diretto da suo padre. Sua madre si occupava della contabilità.  “Un serraglio sardanapalico”. Frotte di giovani operaie gli si spogliavano davanti, incuranti della sua precocità. Molto più perturbanti delle Madonne. Ridevano sguaiate, ammazzando topacci enormi e giocando a tirarseli addosso.  Un’infanzia costellata di stupori e desideri. E di apparizioni spaventose, tatuate nella memoria, come le reliquie dei martiri di Otranto. Centinaia di teschi sotto vetro, ancora oggi custoditi nella cattedrale locale. Una miriade di orbite vuote, perforanti, impilate le une sulle altre. Quanto rimane di ottocento otrantini che non abiurarono la fede cristiana. Puniti con la decapitazione dagli invasori turchi, nell’agosto del 1480.  Un prolifico incubo ricorrente, nell’immaginario carmelitano. Da trentenne, fantasticherà su carta, sul palco e su pellicola, di essere uno di quei decollati.  Pur rassegnato all’impossibilità del martirio “in un mondo contemporaneo non più barbaro, ma esclusivamente stupido. In cui ci si può concedere un’unica aspirazione: essere, finalmente, il più cretino di tutti”.

A traviarlo definitivamente fu sua zia Raffaella. “Era completamente folle. Tra pazzi ci si intende meglio. Monumentale, alta , magra, fasciata da questi veli a fioroni fucsia, sbiaditi, gozzaniani. Una Signorina Infelicita”.

Lo pretendeva, contro natura, enfant prodige tenorile. Negli incontri domenicali gli impartiva efferate lezioni di bel canto, disperandosi: “Come sei stonato, nipote mio!”. L’amarcord beniano è purgato da edulcorati onirismi. Più vicino a Poe che a  Fellini. Sua zia, una Bette Davis bistrata e febbrile, vive in una casa Usher leccese, in piena rovina, avvolta da gelsomini dal profumo soffocante. Il pianoforte è spettrale, i tasti sfiatati o ammutoliti. Fioriscono, come vegetazione malata, logori lampadari liberty e specchiere d’argento consunte e annerite. “Mio Zio Pasqualino se ne stava in un angolo, incastrato in una sedia a rotelle molto sconnessa. In piena paresi progressiva, sembrava una statua equestre. Batteva con il bastone per attestare la propria vegetale esistenza”. Disprezzato dalla zia: “Io, un artista, con un ex carabiniere, che onta!”. Si accaniva sul pianoforte, rifiutandosi di cucinare.  In sala da pranzo, protestavano unanimi i familiari affamati. “Si sentiva questo accompagnamento africano, questo battere di stoviglie, sul legno della tavola. Anche quello stonato. Ma almeno loro andavano a tempo. Un clima demenziale, una vacanza nel vacuo che rivivo con immensa nostalgia”.

Diciassettenne, Carmelo Bene si ritrova a Roma. Ufficialmente iscritto a Legge, per soddisfare le pulsioni notarili paterne. In realtà dedito a studiare da attore e a farsi emarginare dai paludati senatori dell’Accademia Silvio D’Amico. Irriducibile a qualsiasi canone tradizionale, costretto a inventarsi il più patafisico degli esordi: tendere un agguato al mostro sacro Albert Camus, alla Fenice di Venezia, per estorcergli i diritti del suo Caligola.  “Lo aveva proibito a tutto il mondo, disgustato dalla messinscena di Strehler”. Rievocandolo, Bene attribuisce a Camus un eloquio ibrido, da ispettore Clouseau: “Oui, ma chi jouera Caligola?”  “Io maestro, non le basto?” “Bon, bon, basta e avanza”. Conquistato da tanta impudenza, Camus trangugiò la sua aranciata, lasciando Bene al suo doppio whisky. Chiese solo un posto in platea, in cambio dei diritti. Morì poi in un incidente e non potè assistere al folgorante esordio quel ragazzo salentino.  Era il 1959. Sul palco del Teatro della Arti prese vita il primo dei doppi beniani, l’imperatore pazzo. La sua”anima pura nel male” confluirà poi nell’Amleto laforguiano.  Nel racconto beniano gli applausi scroscianti sfumano nel sibilo degli sputi, calibrati da un gruppo di matti, in pigiama a righe. Il bersaglio è sempre lui, legato ad un letto di contenzione, in un manicomio. Un’idea dei genitori, in replica al suo proposito di sposarsi con una disinibita toscana, di sei anni più grande di lui e per giunta priva di dote. Passò due settimane recluso. Perso in perturbanti corridoi fulleriani che sfociano puntuali in farsa, alla Totò, in anticipo di decenni su Ciprì e Maresco. La sua vestaglia rosso fiamma e la barbetta rada da Caligola generano l’equivoco: i suoi nuovi coinquilini lo scambiano per Maometto e si genuflettono al suo passaggio. “Coperte mordicchiate ovunque, verdastre, color caserma. Tutte traforate. Come in una moresca. Sembravano ricami perfetti. Certi lavori di infinita pazienza o, se vuoi, demenza. Solo fori. Niente lenzuola o materassi. I pazzi dormivano sulle nude brande con le camicie di forza”. Un avvocato in felpa di cammello inscena una corrida, con la sedia in testa a simulare le corna, tra gli applausi ritmici degli altri reclusi. Si siede, si lascia imboccare da una suora, poi legge placido “Sorrisi e canzoni. La stessa copia incartapecorita, tutti i giorni, da anni. “Mi raccomando, sorella, si ricordi il prossimo numero”.  Gli rivela che la radio l’ha inventata Claudio Villa. “Ma utilizzando un mezzo di Marconi!” prova a reclamare Carmelo. “Non centra. Anche Gesù viene dopo i profeti, ma i profeti non hanno ragion d’essere senza Gesù”. Il soggiorno in  manicomio diventa un passaggio iniziatico.“Quel posto era una macchina tritalinguaggio. La precarietà del dialogo. L’illusione del linguaggio. La non specularità del piano d’azione. Ognuno si credeva qualcos’altro, ma non perchè si immedesimasse in altro, come fanno gli attori di rappresentazione al teatro e al cinema. No, quelli erano proprio smedesimati. Non c’era tempo e non c’era storia. Non c’era patria. Non c’era l’Io e non c’eri tu. Uscendo da lì abbandonavo me stesso. Nel senso che mi sarei ritrovato”. Si ritroverà, qualche tempo dopo, a crocifiggersi sul palco del Teatro Laboratorio,  incastonato in un condominio popolare di Trastevere. Lo spettacolo è “Cristo 63”. Carmelo Bene è un Messia a torso nudo, frac e pantaloni neri. Osserva dalla croce i suoi discepoli patibolari, dediti a un’Ultima cena di gozzoviglie. Non sanno quello che fanno, tutto è puro happening. Nella parte dell’apostolo Giovanni spicca Alberto Greco, grande pittore argentino proscritto. Metodico nel collocare le sue tele appena dipinte sui sampietrini di Piazza San Cosimato. Mentre le auto le spappolavano, gridava: “Viva Arte Vivo!”. Quella sera, zuppo d’alcol, si alzò da tavola e si avvicinò minaccioso alla ribalta. In prima fila c’era l’ambasciatore argentino e la sua consorte. Greco alzò la sua tunica e orinò addosso agli illustri connazionali. Poi li coprì di spaghetti e torte alla panna, destinate al dessert “I due erano paralizzati: un impiastro di piscio panna e sugo. Una pattumiera”. Irrompe la polizia, il teatro viene chiuso definitivamente, Carmelo Bene si dilegua, eludendo il processo per direttissima.

Da lì in poi sarà una perenne fuga in avanti, a passo di carica. Triturando il teatro, la letteratura, il cinema, il prossimo, le donne. E, soprattutto, se stesso. Fino all’epilogo, alla fine del nastro. All’ultima battuta, rubata a Joao Monteiro. Genio portoghese “al di qua e al di là della macchina da presa”, dal naso triste e dalla grazia ossuta. Intercettato, nel cuore dell’ennesima notte insonne, nel suo televisore perennemente acceso. Una creatura lunare, un alieno sottile, un simile. Capace di sfumare “La commedia di Dio” sussurrando: “Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere.”

Giuseppe Sansonna (1977) è autore di cortometraggi e documentari, fra cui, oltre al fortunato Zemanlandia, Frammenti di Nairobi (su una bidonville kenyana), A perdifiato (su Michele Lacerenza, il trombettista dei western di Sergio Leone) e Lo sceicco di Castellaneta (sul mito di Rodolfo Valentino).
Commenti
2 Commenti a “C’è solo da disdire”
  1. francesco scrive:

    Bella stessura..
    Oggi è l’anniversario dei dieci anni dalla morte di Carmelo Bene. In mezza Puglia un festival in suo onore, io lo commemoro con quest’opera.

    http://www.psychodreamtheater.org/autori-in-evidenza.html

    Dal suo lavoro sull’oblio e sulla dimenticanza, oggi lo vogliamo paradossalmente ricordare e già qui si rischia un flop, già qui si può spaccare un paese, tra chi pratica e chi critica.. Ah! unire questi estremi..

  2. elena scrive:

    solo un “grande” come Giuseppe Sansonna poteva raccontare Carmelo Bene senza nulla togliere alla personalità complessa e creativa del grande artista riuscendo ad arricchirne il ricordo e la presenza

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