GIUSEPPE DE RITA ( SEGRETARIO GENERALE CENSIS)

Censis, ma che stai a dì?

nella foto Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

di Christian Raimo e jumpinshark

Qualcuno ha letto le Considerazioni Generali all’inizio del 48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis?

Noi due sì per esempio. Sono quelle dieci paginette che cominciano con un periodo molto depresso e deprimente:

“Dopo anni di trepida attesa, la ripresa non è arrivata e non è più data come imminente; e quasi si ha il pudore, forse la stanchezza, di continuare a usare un termine ormai consumato nel racconto collettivo.”

E dell’Italia subito dicono che:

“si adagia, con un pizzico di fatalismo, a introiettare un galleggiamento su antiche mediocrità.”

Ci domandiamo come si possa, in apertura di un testo così importante nel nostro discorso pubblico, scrivere queste due frasi riportate. Tanto pretenziose sulla società e l’individuo quanto goffe nel linguaggio, da tema scolastico copiato male da qualche manuale per temi scolastici. Parole che sembrano un orrore premeditato, messe lì apposta per richiamare l’eterno urlo morettiano «ma come parla?»

Qualcuno è andato avanti nella lettura, ha provato a farsi strada tra un «cespuglio di vitalità» e una società «sempre più informe, sghemba addirittura nei suoi pensieri»? Ed è arrivato al punto in cui l’analisi comincia a diventare una specie di profezia religiosa?

“Si tratta solo di richiamare due semplici verità: la prima, banale e kirkegaardiana insieme, è che non è pensabile una ri-presa dello sviluppo senza un’adeguata ri-flessione della base reale su cui operiamo;”

C’è da ri-manere basiti, oppure ci si può chiedere e ri-chiedere perché il disgraziato “richiamare” non ri-meriti il trattino kirkegaardiano.

Ri-troviamo fiducia qualche riga dopo, quando il testo ha finalmente scovato le giuste metafore per rispondere alla domanda: che tipo di società sia quella in cui si stanno compiendo le importanti trasformazione di questi anni?

“Non c’è bisogno di inventarsi nuove metafore interpretative per ribadire una realtà da tempo chiara: siamo una società molto differenziata, molecolare, ad alta soggettività, piena di aspettative e di obiettivi diversi. Altri l’hanno chiamata “società liquida” e la definizione può utilmente essere presa a riferimento di base, specialmente da chi inclina spesso alle metafore idrauliche (si pensi a quanto anche questo Rapporto ha navigato su fenomeni quali il sommerso, il galleggiamento, la mucillagine).”

Stupidi e presuntuosi noi, che non abbiamo compreso subito il termine tecnico galleggiamento? Come la mucillagine. E allora le alghe? E il pattìno, no? E perché discriminare il pedalò? Zygmunt Bauman ha mai parlato della “funzione bagnino” in qualche saggio? Tutto questo liquame ci sommerge.

Stiamo per affogare quando ecco che incontriamo di nuovo l’amichevole cespuglio, a cui possiamo aggrapparci. Questa volta ci sono pure i fili d’erba:

“Al di là delle metafore, siamo comunque una società indistinta e sfuggente: indistinta, perché non è più descrivibile con forme e figure delineate e significative (si pensi al progressivo successo del termine “gente” e alla propensione a parlare di “gentismo”); e sfuggente, perché tutto vaga senza radicamenti, per cui è impensabile un ritorno ai fili d’erba e ai cespugli di sviluppo, fenomeni tipicamente terragni, che hanno cioè bisogno di terra per sorgere e crescere.”

E meno male che il paragrafo iniziava con “al di là delle metafore”… Ma almeno abbiamo capito che la colpa della crisi è la nostra, ci siamo allontanati dai “fenomeni tipicamente terragni”.

Per espiare cerchiamo di comprendere la logica interna del discorso ed ecco che arriva l’illuminazione: siamo all’oroscopo sociologico. Abbiamo fatto i segni d’acqua e di terra, tra un po’ seguiranno quelli d’aria e di fuoco.

Intanto ci viene svelato l’ultimo arcano agricolo.

“La denominazione di questi mondi incomunicanti è semanticamente avventurosa (circuiti, strati, vasi, tubi, bigonce), ma in via di consapevole approssimazione si può avanzare il termine “giare”, a significare contenitori a ricca potenza interna, ma con grandi difficoltà a stabilire significativi rapporti esterni. E facendo un più arrischiato passo in avanti si può definire allora l’attuale realtà italiana come una “società delle sette giare”, dove le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, senza processi esterni di scambio e di dialettica.”

Il rapporto del Censis definisce appunto l’Italia il Paese delle Sette Giare (lo sottolinea anche il comunicato stampa). Ci crediamo. Dev’essere proprio così! Perché non c’eravamo arrivati prima? Finalmente una definizione utile! Abbiamo sudato camicie e fatto il giro delle sette chiese nella lettura, ma ora siamo al settimo cielo!

Passa un secondo, e ci guardiamo di nuovo perplessi. Ci chiediamo: sarà mica un riferimento a una vecchia fiaba raccolta da Calvino? O forse, in perfetto tempismo, una variante di un gioco di carte natalizio, tipo spurchiafiletto?. E soprattutto: se si rompe una giara, gli anni di sfortuna sono sempre sette?

Ma basta fare ironia: il Censis istruisce e ammonisce severo. E noi continuiamo pagina dopo pagina, avvinti dal tono da sciagura con cui si ribadisce che l’Italia è al tracollo: una, due, dieci quindici volte. Stiamo veramente male, ci viene detto. Tanto che in alcuni passaggi ci sembra di ascoltare una specie di confessione da sabato notte del nostro amico all’apice della depressione:

“Al destino di essere un mondo che vive di se stesso non sfugge neppure il mondo della gente del quotidiano. È enorme, articolato, liquido, molecolare, di moltitudine, ma non riesce ad avere dinamica: né in avanti, attraverso nuove stagioni di iniziativa e di impegno; né all’indietro, attraverso l’accettazione di un downgrading della composizione sociale.”

E a un tratto pensiamo che forse non siamo noi i lettori a cui è destinato questo accollo – no, scusate, rapporto – ma le generazioni future, umane e non. Questo testo è come quei documenti spediti subito prima di morire dall’ultimo resistente nella navicella spaziale, con la speranza che qualche popolazione aliena nelle estreme galassie lo legga e non commetta gli stessi errori. Oppure è per i nostri bis-bis-nipoti che fra cento anni vorranno comprendere qualcosa dell’Italia? Del perché all’inizio del nuovo millennio questo paese andò in malora, e cercheranno nei vecchi rapporti Censis qualche chiave interpretativa?

A questi sociologi futuri basterà sbirciare due righe scelte a caso, tra vocaboli desueti (“è un giuoco tutt’interno”), metafore che s’incartano, figure retoriche sballate e profezie apocalitticche condite di termini pseudo-scientifici… Ma se, per rigore o per tigna, vorranno arrivare all’ultima pagina, finiranno come noi, stremati dalla lettura, e forse decideranno che per capirci qualcosa è meglio consultare qualche fondo del caffè o qualche viscera di pollo. E riconosceranno l’amara verità. Altro che mediocre kierkergaardiano galleggiamento: si capiva da come scrivevano, che erano un popolo condannato all’estinzione.

Commenti
14 Commenti a “Censis, ma che stai a dì?”
  1. Adriano G. V. Esposito scrive:

    Purtroppo ancora oggi molti sociologi e molta sociologia non sono scientifici.

  2. visiogeist scrive:

    l’italia si adagia sì, soprattutto il censis, in cui il presidente nomina il figlio direttore generale

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Sul serio esiste qualcuno che non sia un ennesimo giornalista in astinenza da contenuti (pagati a cottimo) e che abbia tempo di leggere ‘st’accozzaglia di puttanate?

    Vedi a mettere un ingegnere aeronautico a fare il direttore generale. Almeno la supercazzola redigila bene, cristosanto.

  4. Jacopo scrive:

    Elaborato scritto in un’oretta di frenesia dopo aver rinviato per settimane e aver passato le sei ore precedenti a chiedersi “Che je dico? Che je dico?”. Uguale ai compiti delle vacanze.

  5. Spoiler scrive:

    Certo però che in un aritcolo di questo tenore quel “dì” con l’accento invece che con l’apostrofo non si può proprio guardare.

  6. Spoiler scrive:

    articolo, naturalmente: articolo!!! Ah, la nemesi..

  7. baku scrive:

    Io di solito leggo volentieri i tuoi articoli/post. Però questo mi pare un po’ ingiustificato. Non capisco (da un tentativo letterario che viene fatto ogni volta dal Censis per racchiudere i dati in frasi) queste critiche: mi sembrano spropositate rispetto a quanto di “male” scritto. E quindi sembrano suscitate da un’incazzatura già esistente.

  8. RobySan scrive:

    Oh, sono una molecola ad alta soggettività e adoro il parallelo sobollire(sic!) differenziato. E’ solo il downgrading a darmi un po’ fastidio, ma me ne farò una ragione. Mal che vada, cambio giara.

  9. Fabrizio scrive:

    il CENSIS e’ morto
    l’Italia e’ morta
    la societa’ e’ morta
    e l’Euro e’ sanissimo come la BCE, anche senza l’Italia la Grecia e quelli che se ne andranno…Gli cambiano nome…e riparte…Lo chiameranno il MARCO…moneta seria, fatta da gente seria…letteralmente azzerata nel 1945, che oggi controlla finanziariamente l’Europa.
    Gente che ha perso nel modo peggiore, che hanno separato in due tronconi, che ha convissuto con l’infamia…e ora ci governa attraverso la BCE

    l’Italia invece…e’ finita perche’ la Repubblica e’ nata da una menzogna storica.
    La mafia del Sud e quella romana, sono la degenerazione della estensione di vendette reciproche, tra Rossi e Neri…all’indefinito mai concluso e storicizzato e superato…del post 25 Aprile. un falsa Concordia.

    Non siamo un popolo…siamo fazioni feudali nella “societa’ Liquida” dell’ognuno per se…e neanche “prima le donne e i bambini!”

    Siamo come la nave passeggeri Concordia…che s’incaglia e sprofonda ma non affonda e ovviamente non naviga piu’ ma marcisce li dov’e’…se non la tira su..CHI?

    il Duce? Il Fronte Popolare? il Liberismo Commerciale?

    Chi la tira su l’Italia?
    Nessuno…Comunque la Concordia la stanno smantellando…

    No, gente del “gentismo”…L’Italia si disgrega.
    Si decompone. E’ gia’ in decomposizione non vedete?

    troppi marchi gia’ acquisiti all’estero, l’agroalimentare sta venendo svenduto ovunque; se lo comprano, cosi’ anche nell’assetto del turismo e delle aziende manifatturiere di tutti i tipi che se ne vanno; o le comprano…se valgono ancora qualcosa.

    L’Italia come concetto e’ fallita. Non da oggi, ovviamente.
    Aspettiamo l’ultima forza cenrifuga che la spacchi e riporti le cose al 1830…Se non nei confini amministrativi succedera’ nella realta’ dei rapporti economici e VERAMENTE sociali…Altro che societa’ liquida.

    La mafia non e’ affatto liquida ed e’ una forma sociale riconosciuta e vivente…Pensante e strutturante.
    Si chiama Medioevo.

    Attendiamo che l’Italia si autodistrugga e disintegri…Con tricolori differenti e simboli sul campo bianco…
    avremo di nuovo il Regno delle Due Sicilie…Una cosa informe ma resistente al centro della gravida Capitale…E un Nord ben imperniato nell’Europa del Nord, quella dove la gente, non pensa, non parla, ma quanto lavora!

    Attendiamo il 25 aprile…e la storia ricomincera’ da quel momento…Il resto e’ stato un illusione, un supporto Atlantico della NATO nella Guerra Fredda…Una finzione di raccomandati per captare le prebende URRS e USA…Appunto.

    una falsita’ storica.

    L’Italia e’ un falso…L’Italia di Vittorio Veneto e dei Savoia un artificio…e “fatta l’Italia” adesso si stanno facendo gli italiani…uno alla volta…quasi personalmente…perche’ la societa’ e’…liquida…

    Se ad esempio accettassimo il dato di fatto che l’Italia non esiste, sapete cosa accadrebbe?
    ecco:
    “Diavolo! Se l’Italia non esiste allora esisto solo io! E allora per me stesso si…che vale la pena di tentare qualcosa…per il mio…mio…il mio orticello…per l’orticello”

    …neanche -per la mia famiglia-, direbbe l’italiano medio che aspetta che dall’Alto piova la soluzione…neanche la famiglia…che quello e’ un concetto per il cui impegno occorre sangue nelle vene…occorre struttura, occorre vita!

    Per pensare alla famiglia in Italia, bisogna essere mentalmente ad un livello superiore rispetto agli sciatti zombi che vediamo ammucchiati dietro uno striscione in giro ad elemosinare un “lavoretto”…bisogna essere duri e determinati. Dei mafiosi insomma.

    Quindi, come eliminare la mafia, quando gli italiani rimasti sono piu’ simili ai morti viventi che agli umani e i mafiosi sono solo i piu’ schifosamente cattivi e duri? Ma la mafia E’ L’ITALIA!
    E qui l’equazione della DISINTEGRAZIONE ITALIANA IMMINENTE SI DIMOSTRA…La mafia per vivere deve disgregare non unire…altrimenti genera un potere che la puo’ discutere e per questo la mafia distrugge oggi e ha distrutto ieri.

    Il Paese non c’e’, gli italiani non esistono. L’Italia e’ della Mafia da sempre.
    Nera, Rossa, Bianca Blu…E l’Italia che non c’era…veramente non c’e’ piu’!

  10. Andrea scrive:

    Non avete capito il riferimento alle giare. Si allude chiaramente a Pirandello, molto più terragno di Calvino. Se non altro un’occasione per rivedere questo capolavoro: https://www.youtube.com/watch?v=eUsPNnIBXFw

  11. matteoZ scrive:

    i sociologi sono inutili, per descrivere l’Italia basta ricordare Ricucci con il suo “sono tutti fr@@i con il culo degli altri ” e Carminati con ” il mondo di mezzo”

  12. Gabriele scrive:

    Stroncatura vanitosa, scritta per il puro gusto dell’esibizione. Il rapporto Censis di quest’anno può essere meno felice
    nella scelta delle immagini di quelli degli anni passati (Raimo può giurare di non aver mai fatto suo lo “zoccolo duro”?). Tuttavia De Rita ha inventato una lingua per la ricerca sociologica che ha il pregio di contenere frammenti di vita e non solo morti tecnicismi. Provi Raimo a leggere come si scrive di strategia nelle agenzie di pubblicità e nelle aziende. Altro che morte di un paese certificata attraverso la sua scrittura: lì si vaga nel nulla del significato. E poi le giare mi pare rinviino a Pirandello. Fra tanti rifermenti letterari possibili, non quello che si sceglierebbe per una presentazione incentrata sull’oggi. Ma, forse proprio per questo, adatto ad alludere a un paese che invecchia.

  13. Antonio scrive:

    Christian, ho letto il pezzo, perchè apprezzo molto il Censis, e, come si fa nel tennis, quando si vede un giocatore molto forte, si cerca di trovare un avversario degno, per capire i suoi limiti. Finché non trovi uno che ti batte, non sai quali sono i tuoi limiti, magari poi li superi pure; ma intanto. Ecco, avendo letto un tuo magistrale-monumentale (devo controllarmi con le metafore…) articolo su DF Wallace, mi aspettavo il meglio. Finalmente qualcuno che trova i limiti, direi di De Rita, che del Censis è più facile. E invece trovo un esercio facile-facile di stile. Perchè è ovvio che se io prendo la metafora e la tratto come fosse letterale, ci costruisco sopra un’ironia troppo scontata. Chiunque, per dar forma più incisiva al suo pensiero, cerca le metafore giuste, perchè diro “alla lettera” è difficile o troppo lungo e dispendioso di parole.
    Prendo l’esempio dlele giare, che a me sembra la metafora perfetta. Naturalmente non è riferita a Calvino, ma a Pirandello (qui il rif. http://it.wikipedia.org/wiki/La_giara). Detto in breve il pensiero (se posso interpretarlo) è questo: l’Itlalia è un insieme di corporazioni, ognuno difende la propria, stando dentro la giara (io ne ho usata un’altra http://www.huffingtonpost.it/antonio-preiti/noi-loro-chi-blocca-italia-perche_b_6789720.html) l’Angelo Sterminatore di Bunuel, ma è lo stesso concetto. Perciò i notai difendono la loro giara, i magistrati la loro, i tassisti la loro, ecc. ecc. A me sembra una bella metafora. Semmai ti farei una domanda: mi trovi qualcuno che è capace di interpretare cosa succede in Italia? in maniera libera, intelligente, non ideologica? Davvero lo vorrei trovare. Hai un nome?

  14. Marcello scrive:

    Ma cos’è il Censis? Ed è giusto che un Istituto che lavora quasi esclusivamente per la P.A. e le Autorità “indipendenti” non abbia un minimo di trasparenza sul suo sito?

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