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Cent’anni, ieri: Hochet e la donna eterna

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(Photo by Oscar Keys on Unsplash)

La carriera che la parigina Stéphanie Hochet, quarantatreenne,ha alle proprie spalle è lunga, determinata dalla precocità dell’esordio letterario e caratterizzata da una decisa preferenza per il romanzo, in particolare per quello breve, di poco superiore alle cento pagine: Un romanzo inglese, ottimamente tradotto da Roberto Lana e pubblicato in patria nel 2015, esce nella collana Amazzoni, dedicata alla scrittura al femminile, per i tipi romani di Voland, editore che della stessa autrice ha negli ultimi anni dato alle stampe anche un altro romanzo, Sangue nero, oltre a quel divertente, smilzo e raffinato saggio letterario che è Elogio del gatto.

Hochet, già collaboratrice di “Libération” e, più recentemente, del settimanale lussemburghese “Le Jeudi”, è reduce da una tournée italiana che ha toccato Roma, per Più libri più liberi, Cremona e Parma, durante la quale ha presentato quest’opera che non smentisce la consuetudine alla brevitas, stavolta davvero aurea, come raramente càpita: quando, come suggerisce la quarta di copertina, questo romanzo “tratta con delicatezza temi quali l’emancipazione femminile, la maternità e l’identità sessuale”, lo fa con una delicatezza intensamente di genere, cioè tenace, testarda, pugnace, quasi spietata, com’è della resistenza di tante donne alle avversità.

Lo fa senza ossessività, ecco: il che suonerebbe paradossale, essendo il romanzo intessuto di ossessioni anch’esse precipuamente femminili, ma scrivere di ossessioni senza essere ossessivi ed essendo, invece, autentici e credibili, è uno degli obiettivi più alti da raggiungere, all’interno di narrative come quelle occidentali che della malattia, dell’esibizione compiaciuta, commercialmente efficace e ormai trendy dei più vari malesseri hanno riempito le nostre librerie. Quanti sono in grado, per esempio, di alludere serenamente, senza tirare in ballo alcuna prospettiva apocalittica, alla maternità come alla possibilità di realizzarsi di certi istinti di distruzione?

Nella campagna inglese del Sussex, esattamente un secolo fa, Anna si trova a dover fronteggiare un paio di conflitti: il primo, quello mondiale, che mette a dura prova l’esistenza di tutti e, in particolare, quella di coloro che aspettano il ritorno dei familiari dal fronte, e l’altro, quella dei propri affetti, che si scatena quando la governante che ella assume per il proprio bambino si dimostra un lui e dà il via al gioco tragico della sorte. Niente sarà più come prima, e niente servirà ad arrestare il distacco di Anna dalla scia regolata della propria vita. Questa è un’escursione nelle tenebre del femminino: le stesse, oggi come allora, ed è anche una contestazione dei ruoli che il potere maschile, da sempre, pretende di imporre alle donne.

Le sorprese e le sfide non mancano, a partire da quelle che non possono non scandalizzare, di questi (e di quegli altri) tempi: “La libertà si respira, va afferrata senza esitazioni, complessi o lasciapassare, ed è ancora più inebriante dopo un armistizio. Se un uomo vi segue per la strada non è una catastrofe. Al contrario. Ho un brivido, la sfida potrebbe anche piacermi. Seguimi, se ne hai il coraggio”. Evadere dagli stereotipi, persino da quelli del femminismo contemporaneo, dai nascondigli rassicuranti del perbenismo, da un ideale di correttezza sociale che eternamente viene imposto a chi abbia una voce troppo flebile: “C’è euforia, esultanza, nell’affrontare il pericolo. Contrariamente a ciò che molti uomini del mio ambiente pensano, anche le donne amano l’ebbrezza. La paura è una di queste bevande”.

Quel distacco, quel naufragio di una signora della media borghesia che, giorno dopo giorno, perde il contatto con la propria vita, allontanandosene verso l’anonimato e la salute, trascurando la salvezza: la secessione tranquilla che, grazie al moto spontaneo e perpetuo che ci anima e che quasi mai assecondiamo, Anna mette in atto, ai danni del marito e di ogni altro appiglio, Anna “la madre squilibrata, la madre fuori di sé, la pazza”, che osa rispondere ai dettami più intimi e si sottrae al calvario degli sguardi altrui, decidendo di fare parte per sé stessa, accompagnata dai toni di un’inesorabile e quieta tragedia.

Un romanzo è un oggetto situato nello spazio che, per spiegarsi, per aprirsi in senso geometrico e topografico, ha bisogno del tempo, e quello di Hochet è un piccolo capolavoro, proprio per l’utilizzo disinvolto e sapientissimo dei tempi verbali: riesce a restituire, intatta e fedele, la sensazione dei salti temporali che la vita compie e dai quali, infine, si riscopre compiuta.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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