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Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Michele Mari chiama coazione alla mimesi la ragione per cui ha cominciato a scrivere poesia dai banchi del liceo: scrivere alla maniera di Guinizzelli, di Cavalcanti o Dante era una cosa che sapeva fare bene, un modo per sciogliersi la mano; come una specie di camaleonte, assumeva i modi, la lingua, il lessico dei poeti che studiava. “Le poesie mi venivano facilmente, perché partivano da un’assimilazione preventiva”, dice, la stessa per cui dagli anni dell’università scrive componimenti d’occasione su richiesta di amici, come un poeta del Settecento.

Traduce il XXIV canto dell’Iliade e, poi, niente più poesia: ci sono le raccolte di racconti, i romanzi, Michele Mari come lo conosciamo tutti; fino al 2007, quando pubblica le Cento poesie d’amore a Ladyhawke, la sua unica raccolta di versi – un libro anomalo, che a distanza di anni continua a essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio.

Le Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono la tua unica raccolta di poesie: in una produzione così varia, dai romanzi d’appendice ai racconti gotici, potrebbe trattarsi di un esperimento letterario, eppure la sensazione è che, invece, la sua diversità lo separi dagli altri, la renda quasi un atto privato reso pubblico.

Queste poesie sono nate effettivamente come missive, scritte una per una, in tempi diversi, alla destinataria, inizialmente accompagnate da un messaggio in prosa, poi a un certo punto da sole, secche, senza commenti, senza titoli d’accompagnamento; paradossalmente essendo il mio unico libro di poesia, è il libro che sento meno letterario, meno mediato, lo sento quasi come un atto di vita, come un’azione.

Perché si è trattato della storia di un amore impossibile, la stessa vicenda che il libro più o meno ricostruisce, questa si è di necessità dovuta declinare attraverso moduli espressivi che non fossero quelli della normale comunicazione, non perché fosse un rapporto clandestino, che è un termine volgare, ma perché era un rapporto altro, quasi onirico, quasi letterario, che esisteva in una dimensione sua e solo sua; aveva bisogno di un linguaggio che fosse discontinuo rispetto alla lingua pratica e in questo senso la poesia è servita a garantire questa alterità.

Come se un po’ certe cose o ce le dicessimo per scherzo, ce le dicessimo in sogno; e anche se uso il plurale, chi scriveva i versi ero solo io, lei era solo la destinataria, per cui ancora una volta si è trattato di un dinamica solipsistica. Lei è stata interiorizzata da me: che poi tutto si sia svolto nella mia testa o abbia avuto bisogno di una sponda epistolare è quasi secondario.

Dunque la scelta di pubblicarle come libro è arrivata in un secondo tempo.

Non erano assolutamente concepite per essere raccolte e pubblicate; erano appunto un atto privato e alla fine, però, dissoltosi tutto, mi sono sentito veramente orfano: questo carteggio poetico surrogava una storia d’amore e, quindi, era già qualcosa in perdita. Finita anche questa possibilità mi sono trovato per le mani questa ottantina di poesie e allora ho deciso di ricavarne un libro – ne ho aggiunte una ventina postume per dare maggiore narratività al tutto e le ho pubblicate. Incredibilmente continuano a vendere anno dopo anno: adesso sono in ristampa e hanno raggiunto le diecimila copie che per un libro di poesia è un’enormità, sono cifre che fatico a raggiungere con i miei romanzi. C’è qualcosa che evidentemente mi sfugge e che è aldilà della mia percezione, perché sono state lette sempre di più nel tempo.

Brodskij scrive di Auden che le poesie di La verità vi prego sull’amore sono sull’amore e la disonestà. Tu scrivi d’amore da scrittore, non da amante: ricordi tutto, ma niente è attendibile. Cosa succede ai corpi così, come si deformano i ricordi in questo modo?

Mi rivedo solo in alcune di queste cose: è certamente vero che quando scrivo d’amore lo faccio da scrittore. È come in un film di Sergio Leone: un personaggio ne uccide un altro mentre gli sta facendo una ramanzina e prima di sparargli gli dice “quando si spara si spara, non si parla” e io penso che tra vita e letteratura e soprattutto tra amore e letteratura ci sia lo stesso rapporto, cioè quando si ama si ama, non si parla; se se ne parla è perché già si tende ad essere scrittori. Nel momento della scrittura, si è letteralmente soli.

Per quello che riguarda le Cento poesie, i corpi sono debitamente rimossi alla maniera di Petrarca, anche perché quella è stata una storia di platonismi esasperati: prima una storia solo unilaterale, poi bilaterale, ma comunque contenuta entro ferrei limiti, un po’ come se avessimo la spada di Re Artù a minacciarci, come Lancillotto e Ginevra che  vengono separati da questa mostruosa epifania ogni volta che rischiano di arrivare a un rapporto fisico.

Io d’altronde non credo di aver mai scritto d’amore nei miei libri, cioè l’amore l’ho sempre utilizzato come uno dei tanti ingredienti narrativi, come in Di bestia in bestia, ma non ho mai scritto storie d’amore proprio perché tendo a rispettare nella loro ineffabilità cose che mi sembrerebbe poi di rendere pedanti, ecco, facendone tema di una pagina letteraria. È lo stesso motivo per cui non riuscirei mai a descrivere una scena di sesso.

E in un certo senso rendere l’amore un fatto letterario non è solo sacrificare la propria storia – cioè non sei un Barbablu che uccide le proprie spose per renderle opere d’arte – ma è piuttosto un modo per nobilitarla e soprattutto farla uscire dalla propria limitatezza: visto da fuori quasi ogni amore è un fatto idiota, ottuso e non è quello che si dice sempre agli altri, “non puoi capire”? L’arguzia speculare di certe affermazioni, come dici tu, diventa il commento di due imbecilli, in questo modo lo si evita.

È quello che succede quando uno pensa a certe cose che ha detto o trova una cartolina, una lettera che ha scritto: è molto penoso e imbarazzante perché sembra di vedere frammenti di un’altra vita, di qualcosa che non si è vissuto, ci si chiede come sia possibile che si siano scritte certe stupidaggini. Io tutte le mie lettere, le cose più private le ho sempre distrutte. So che ce ne sono in giro per il mondo – sono quelle che ho scritto – però le minute e quelle che ho copiato per feticismo o quelle che ho ricevuto le ho ciclicamente, a ondate, buttate via.

Non so se hai visto il film I ponti di Madison County, in cui i figli di Meryl Streep trovano le lettere che lei e Clint Easwood si erano scambiati e quindi ricostruiscono un amore appassionato della madre ormai morta e ne restano sconvolti: ecco io non vorrei assolutamente che a me succedesse così. Finché posso faccio tabula rasa. Per me poi uno scrittore si consegna ai suoi libri e quello che vuole che si sappia di lui lo mette là. Penso che prima o poi farò anche tabula rasa di tutti i vari manoscritti, abbozzi e redazioni, perché poi vedo che quando di un autore vengono pubblicati lavori postumi, a cura della vedova o dei nipoti, non sono mai all’altezza della fama di quell’autore.

È forse una sindrome di onnipotenza, ma a me seccherebbe non avere più voce in capitolo sulle mie pubblicazioni, per cui preferisco decidere io subito.

In una raccolta come questa l’iperletterarietà del testo non solo evidente, ma piuttosto è esibita. Solitamente, anche in poesia, si vuole dire che il proprio amore è unico, eccezionale, diverso dagli altri, ma qua le cose sono diverse. Il tuo amore è detto attraverso calchi palesi: sembra quasi che il godimento stia nel riconoscimento, nella possibilità di rispecchiarsi in altri amori.

In letteratura le cose funzionano più per triangolazione o quadrangolazione; cito spesso quell’aforisma di La Rochefoucauld che dice, più o meno, che se gli uomini non avessero mai letto storie d’amore, non si innamorebbero mai, avrebbero solo pulsioni animali, cieche: si innamorano perché qualcuno ha raccontato loro cos’è l’amore. Paolo e Francesca si baciano non perché ad un certo punto cedono a una passione, ma lo fanno perché stanno in quel momento leggendo del bacio di Lancillotto e Ginevra: imitano il libro, è quello che ci sta dirigendo e plagiando.

Nella declinazione letteraria di un dialogo d’amore spesso il riferimento letterario, anziché svalutare il rapporto, lo potenzia, lo rende più affascinante.

Non si conoscono né l’amore né il sesso solo dalla loro lettura, eppure è quello che del sesso e dell’amore leggiamo che ne determinano i modi, come ci stiamo in mezzo. Qual è in questo senso la tua formazione sentimentale, perché sarà un’impressione falsata, ma molti degli autori che citi in Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono in qualche modo legati agli anni che metti sulla scena, quelli del liceo.

È vero, ma anche in negativo – ad esempio cito Gregory Corso e Ferlinghetti, autori che entusiasmavano i miei compagni e soprattutto quella mia compagna, mentre a me dicevano poco o nulla e quindi c’era anche un risvolto polemico. Poi però cito molto anche il cinema e quello che cito è abbastanza popolare, come gli horror, i film di Sergio Leone; di fatto cito le cose che nella vita ho sempre amato, frequentato, mi hanno ispirato e fornito modelli, lingue e pronunce.

Va tenuto conto che gli anni in cui ho vissuto i sentimenti di cui parlano le poesie, cioè gli anni Settanta e Ottanta, io ero un giovane ed era il periodo in cui io leggevo in continuazione, ero come una spugna che assorbiva tutto, quindi la memoria di quel lunghissimo innamoramento è anche inscindibile dalla memoria di tutte le letture fatte in quel periodo.

È questo che intendevo: la letteratura è un fatto di quegli anni, esiste nel tempo, materialmente.

Per me è biografia. Quando qualche critico un po’ miope dice che la mia è solo metaletteratura che nasce dai libri e che vorrebbe vedermi alle prese con la realtà vera, io trasecolo di fronte a un’ingenuità così grossolana, perché significa dire che leggere i libri, le emozioni che ti danno non sono realtà.

Se io ho vissuto di libri e nei libri, significa che per me i libri sono tanto reali come per Tondelli erano reali le discoteche romagnole. Non è perché quello è più squallido o più trash è più reale di un libro. Ognuno ha le sue realtà e mi sono sempre ribellato a questa distinzione per cui la letteratura fantastica è una letteratura di fuga, meno potente e forte.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
Commenti
5 Commenti a “Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari”
  1. Nicola scrive:

    bellissima intervista!
    le ultime 3-4 domande e risposte sono splendide e molto serie.

  2. anna maria er scrive:

    Terminata la lettura di “Leggenda privata” conservo per qualche tempo tutte le sensazioni e pensieri trascinanti verso la fonte di questa narrazione densa di malessere e immaginazione. Immaginazione salvifica per il bambino Michele e i suoi molti nomi. Appunto questa ‘realtà’ aggrovigliata alla salvezza.
    Rammento bene anche “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, ma non rammento il titolo di un piccolo libro dedicato a un paese, a una valle piemontese credo, letto e non dimenticato. Intervista rivelatrice da rileggere.

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  1. […] appena tornato a casa dal lavoro, per fortuna, ho letto una bella intervista a Michele Mari (che vi consiglio); per fortuna, perché nella mia lunga giornata di lavoro non c’era […]

  2. […] Sorgente: Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari : minima&moralia […]



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